Il campione, la depressione, il mito

Pantani, una fine senza fine

Pantani, una fine senza fine
01 Agosto 2014 ore 12:07

È una storia che sembra non voler finire. Sedici anni fa, il 2 agosto 1998, Marco Pantani arrivava sui Campi Elisi in maglia gialla e trionfava al Tour de France. Dieci anni fa, il 14 febbraio 2004, fu trovato morto nella sua camera di un triste residence di Rimini. Oggi la notizia che la procura di Rimini, sulla base dell’ennesimo esposto della famiglia, ha deciso di riaprire il caso. Non ci sono indagati, si sta soltanto valutando l’ipotesi che Marco, come da tempo sostiene la madre Tonina Belletti, sia stato ucciso. La prima indagine stabilì che il campione romagnolo era morto di overdose. Questa invece muove da una perizia di parte secondo la quale sarebbe stato costretto a bere cocaina in grande quantità, fino a morirne. A rivelarlo è stata la Gazzetta dello Sport, che stamattina ha titolato “Pantani è stato ucciso”.

Il pirata. Marco cominciò a morire il 5 giugno del 1999. Era a Madonna di Campiglio, pronto a correre in maglia rosa il tappone di montagna sul Mortirolo, che lo avrebbe consacrato vincitore del Giro d’Italia per la seconda volta consecutiva. La mattina presto bussarono alla sua porta. Gli controllarono il sangue e venne fuori che aveva l’ematocrito oltre il limite consentito. Fu fermato a tutela della sua salute per quindici giorni. Ma in realtà da quel momento la favola del pirata cambia contorni. Pantani tornerà a correre, ma non sarà mai più lo stesso. Il campione, che aveva vinto Giro e Tour nel 1998, esalterà ancora, vincendo altre tappe – significativa quella del 2000 sul Mont Ventoux -, ma non sarà più in grado di trovare se stesso.

La depressione. Il campione si fece uomo, e di una fragilità terribile. Marco cominciò a sparire, a perdersi, a non essere più il ragazzo di Cesenatico. I genitori e la sorella facevano fatica a trovarlo. Aveva cambiato giro di amicizie, e anche quelli di sempre non lo riconoscevano più. I gregari di tutta una vita da corridore, Fontanelli e Conti, andarono a trovarlo a casa e lui li scacciò: correre non mi interessa più, non fatevi più vedere. I viaggi a Cuba, i ricoveri in clinica per disintossicarsi, i farmaci, quella che lui chiamava “la sostanza” e che invece era cocaina. Una parabola che lo ha condotto lentamente verso il baratro della solitudine. E lo ha portato fino a quella sera di San Valentino, su cui oggi ancora si indaga.

Il mito. Ogni morte violenta genera un mistero. Marco non era solo un grande campione, era un giovane uomo. Quella fine così tragica non ha fatto altro che alimentarne il mito. Perché avevamo tutti affidato a Marco alcuni dei nostri sogni, quelli più faticosi, che lui si era sempre caricato sulla schiena, in salita, conducendoci a una vetta più alta. In questi dieci anni sono stati scritti libri – tanti, tantissimi libri -, sono state plasmate opere d’arte, statue, monumenti, lapidi commemorative. E’ diventato un’opera teatrale struggente – “Pantani” di Marco Martinelli – in cui si parla apertamente di complotto, come già aveva scritto il giornalista de L’Equipe Philippe Brunel. Anche a questo ultimo Tour de France si è parlato molto di Marco Pantani, non soltanto per confrontarlo con il successo di Vincenzo Nibali, ma perché sono passati dieci anni dalla sua morte. E anche quest’anno, sulle salite, i corridori sono passati sul suo nome scritto a vernice, i tifosi non lo dimenticano. I tifosi lo incitano ancora.

L’inchiesta. Nessuno si è mai rassegnato alla sua morte, meno che mai la sua famiglia. La mamma di Pantani ha presentato esposti assistita dall’avvocato Antonio De Rensis, e ora la Procura ha riaperto il caso. A persuadere il procuratore capo Paolo Giovagnoli sarebbe la perizia medico legale eseguita per conto della famiglia dal professor Francesco Maria Avato: “Le ferite sul corpo di Marco Pantani – scrive, secondo quanto riporta la Repubblica – non sono autoprocurate, ma opera di terzi”. Sempre il quotidiano rosa, la Gazzetta dello Sport, rileva che il campione sarebbe stato picchiato e costretto a bere la cocaina mentre era nella propria stanza d’albergo. Le grandi quantità di stupefacente trovate nel suo corpo si possono assumere solo se diluite in acqua. La nuova ipotesi della Procura, a quanto trapela, sarebbe quella di “omicidio con alterazione del cadavere e dei luoghi”. Il fascicolo dell’indagine bis è stato affidato al pm Elisa Milocco ed è stato iscritto nel registro delle notizie di reato ma al momento non ci sono indagati.

La mamma. La mamma di Marco, Tonina, non ha mai accettato l’idea del suicidio. “Sulla morte di Marco ho ancora tanti dubbi che vorrei fossero chiariti”, aveva detto in una recente intervista. “Ho letto i faldoni del Tribunale e ci sono scritte cose non vere. Marco non era solo nel residence; con lui potevano esserci più persone. Ha chiamato i carabinieri, parlando di persone che gli davano fastidio, e dopo un’ora è stato trovato morto. Nella sua stanza sono stati trovati alcuni giubbotti che aveva lasciato a Milano, dal momento che, quando era arrivato in quell’albergo, non aveva bagaglio. Chiedo la riapertura del processo perché voglio spiegazioni, ricevere risposte. Secondo me Marco aveva pestato i piedi a qualcuno, perché lui quello che pensava diceva: parlava di doping, diceva che il doping esiste”. Il 10 novembre di tre anni fa la Cassazione aveva assolto “perché il fatto non costituisce reato” il presunto pusher di Pantani, imputato di averne provocato la morte con la vendita di cocaina purissima.

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