Cronaca
Dopo l'abolizione dei dazi

Il paradosso del riso italiano

Il paradosso del riso italiano
Cronaca 15 Gennaio 2015 ore 11:14

Che l’Italia, specie nelle Regioni settentrionali, sia da sempre grande produttrice di riso è cosa risaputa, e non solo da noi ma anche dal resto del mondo, che da secoli importa questo nostro prodotto d’eccellenza; “eccellenza” è senza dubbio il termine più adeguato, poiché il nostro riso, oltre ad essere prodotto in grandissima quantità, ha anche caratteristiche qualitative che lo rendono uno dei, se non il riso più apprezzato in tutto il globo.

Eppure, nonostante tutto ciò, da qualche tempo a questa parte l’Italia importa grandi quantità di riso dal sud-est asiatico (nello specifico da Birmania, Myanmar e Cambogia), ovvero zone in cui questo prodotto è senz’altro di casa, ma comunque non paragonabile a quello nostrano, senza occuparsi di incrementare un mercato interno che avrebbe delle potenzialità, anche economiche, impressionanti. Una cosa quantomeno curiosa, che necessita di essere spiegata.

La questione dei dazi. Naturalmente, come se ci fosse bisogno di sottolinearlo, alla base di scelte così apparentemente insensate ci sono ragione economiche, nello specifico doganali. Più precisamente, a metà del 2014 sono stati aboliti i dazi doganali esistenti nell’ambito degli scambi commerciali fra Paesi membri dell’Unione europea e Paesi extracomunitari, rendendo così le transazioni estremamente convenienti da un punto di vista economico; ora, non è un mistero che il costo del lavoro in tanti Paesi del continente asiatico, fra cui quelli sopra citati, sia decisamente inferiore rispetto a quello della maggior parte di Paesi europei, fra cui, senza dubbio, la stessa Italia. Una situazione del genere si riflette, ovviamente, sul prezzo finale di vendita, decisamente più competitivo rispetto alla maggior parte degli altri.

In un contesto del genere, come mai grossisti e commercianti dovrebbero spendere una maggior quantità di denaro acquistando riso italiano, pur avendo la possibilità di comprare i medesimi quantitativi di prodotto a prezzi - ora che non esistono nemmeno più i dazi doganali - decisamente inferiori? La risposta vien da sé: l’importazione di riso dal Myanmar, per esempio, nel 2014 è aumentato del 257 percento, passando da 3.479 a 12.405 tonnellate.

 

riso

 

A subire un grave danno, in questa dinamica, sono ovviamente gli agricoltori italiani, che a questo nuovo contesto di mercato proprio non ci stanno: in questi mesi, i risicoltori piemontesi e lombardi, esasperati, hanno occupato le Borse Risi di Vercelli, Novara, Pavia e Milano; a Torino, la Coldiretti ha allestito una risaia proprio davanti alla sede della Regione Piemonte; infine, gli agricoltori sono scesi a Roma per incontrare rappresentanti del Governo, ai quali hanno chiesto un impegno solenne: l’adozione della clausola di salvaguardia per il riso importato dai Paesi asiatici, ovvero, in sostanza, che vengano ripristinati i dazi doganali per quanto riguarda questo prodotto e in direzione di specifiche zone del mondo.

Un settore in crisi, nonostante l’export. E dire che, da un punto di vista delle esportazioni, il settore del riso non ha mai conosciuto periodo più florido di quello attuale: secondo i dati del Ministero per lo Sviluppo Economico, nel 2014 sono state vendute, da produttori italiani verso l’estero, 54.611 tonnellate di riso, il 69 percento in più rispetto al 2013; i nostri più grandi acquirenti sono senz’altro la Turchia, che da sola assorbe il 50 percento delle esportazioni, la Svizzera, la Bosnia, il Kosovo, il Brasile e la Norvegia, oltre ad un nuovo e interessante ampliamento del mercato in Medio Oriente, specie con Giordania e Siria.

Eppure, nonostante l’export sia così florido, la carenza di domanda nel mercato interno sta portando il settore del riso ad una crisi da cui, se non si interviene per tempo, sarà poi difficile uscirne; secondo le dichiarazioni del viceministro per le Risorse Agricole Andrea Olivero, «se l’Ue non interviene, rischiano di andare in fumo 30 anni di politiche agricole comunitarie».