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La questione dell'enclave curda

Da che parte sta davvero la Turchia nella lotta contro l’Isis

Da che parte sta davvero la Turchia nella lotta contro l’Isis
Cronaca 03 Ottobre 2014 ore 09:50

Nella guerra all’Isis la Turchia è lo Stato che finora ha dimostrato l’atteggiamento più ambiguo. I media arabi hanno annunciato che il parlamento turco ha approvato a larga maggioranza la risoluzione che autorizza l’esercito a lanciare operazioni contro l’autoproclamato Stato islamico in Siria e Iraq. Il testo, valido per un anno, permette al Governo di inviare truppe nei Paesi vicini, ma autorizza anche la presenza in territorio turco di soldati stranieri impegnati nello sforzo contro gli jihadisti. Il Ministro della Difesa, prima del dibattito, ha però sottolineato che non bisogna attendersi misure immediate in seguito al voto. In ogni caso sembra a tutti gli effetti che la strada turca verso la coalizione tanto voluta dal presidente americano Barack Obama sia ormai spianata.

Dalla zona cuscinetto all’accoglienza dei profughi. Preoccupata dai curdi più che dai jihadisti, Ankara aveva finora mirato a creare una zona cuscinetto al confine con la Siria per impedire che l’avanzata dei miliziani arrivasse anche in Turchia. Il presidente Recep Tayyp Erdogan, quando si è apprestato a chiedere al parlamento turco l’ok per un intervento che comprendesse anche truppe di terra, ha precisato che sganciare «tonnellate di bombe» contro le postazioni dell’Isis può solo assicurare una tregua temporanea. «La nostra priorità è quella di far ritornare a casa un milione e mezzo di profughi che sono qui in Turchia e fare in modo che siano al sicuro nei loro Paesi», ha precisato Erdogan. Solo durante l’ultima settimana di settembre, infatti, Ankara ha aperto le frontiere a circa 150mila persone. Lo stesso numero di rifugiati accolti dall’intera Europa dall’inizio del conflitto siriano.

 

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Kobane, l’enclave curda. Dal 15 settembre, gli jihadisti dell’Isis, che godrebbero secondo i curdi dell’appoggio di Ankara, assediano Kobane, un’enclave curda nel nord della Siria al confine turco, scontrandosi contro i militanti del Partito di unione democratica (Pyd), il braccio siriano del Pkk, che controlla da oltre tre anni ampie regioni nel nord-est della Siria a maggioranza curda. Una zona cuscinetto potrebbe servire ad arginare ogni possibile incursione in territorio turco.

E Erdogan, che tra le priorità della sua presidenza ha il raggiungimento di un accordo di pace con i curdi e l’ingresso in Europa, ha tutto interesse a che le acque rimangano tranquille. «Se l’Isis riuscirà a prendere la città curdo-siriana di Kobane, al centro di duri scontri fra jihadisti e milizie curde, anche il processo di pace in Turchia fra curdi e governo di Ankara rischia di saltare». A fare questa dura affermazione è Abdullah Ocalan, leader storico curdo detenuto in Turchia. Sembrava quindi più probabile che Ankara continuasse a tenersi fuori dalla coalizione anti Isis voluta dall’America, perseguendo piuttosto una propria lotta all’avanzata jihadista. Almeno su base territoriale. Erdogan è comunque preoccupato della tutela delle frontiere, tanto che nei giorni scorsi ha schierato oltre 10 mila soldati al confine con Iraq e Siria.

La chiave di volta nella lotta all’Isis? Proprio perché in posizione strategica, la Turchia potrebbe interpellare l’Occidente e offrirsi come chiave di volta per la risoluzione del problema Isis. Il nuovo segretario della Nato Jens Stoltenberg ha sottolineato che l’alleanza è pronta a intervenire in difesa della Turchia se il Paese verrà attaccato in qualsiasi modo. È chiaro come, seppur minacciata per la vicinanza territoriale, sia la Turchia a giocare un ruolo fondamentale nella pace della regione e che sia la Nato ad avere bisogno della Turchia più di quanto non sia vero il contrario. La Turchia, quindi, intervenendo per arginare l’espansione dell’Isis risulterebbe il vero asso nella manica dell’Occidente. Tanto che Erdogan ha chiesto al parlamento l’autorizzazione per un intervento in Iraq e Siria anche via terra. La coalizione capeggiata dagli americani, invece, si limita a intervenire con raid aerei.

O è solo doppiogioco? Nel frattempo, arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia che a Istanbul, nel ricco e lussuoso quartiere residenziale di Chankaya, sorgerà niente di meno che l’ufficio dei terroristi dell’Isis. Secondo la stampa turca, la decisione ufficiale annunciata dal governo turco è stata salutata dal responsabile per gli affari esteri del gruppo terrorista, Abu Omar al Tùnesi, che ha augurato uno sviluppo delle relazioni con la Turchia durante l’amministrazione di Erdogan. Indignato il partito popolare repubblicano, il principale partito di opposizione che ha definito «doppiogiochismo» la politica di Ankara che da una parte promette agli Usa azioni ai danni dell’Isis e dall’altra favorisce questo gruppo stabilendo addirittura relazioni ufficiali con esso.

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