il cappio delle consegne a domicilio

O pedali sette giorni su sette o l’algoritmo ti dimentica

O pedali sette giorni su sette o l’algoritmo ti dimentica
19 Settembre 2019 ore 13:23

A Milano, capitale italiana del food delivery, è stato calcolato che le consegne hanno superato l’asticella delle 10milioni all’anno. Ma dietro questa gigantesca onda che cresce con percentuali a doppia cifra, si nascondono ombre molto inquietanti. L’ultima si chiama algoritmo: lo hanno messo a punto le multinazionali della consegna del cibo a domicilio, da Glovo a Uber, da Deliveroo a Just Eat. La denuncia è partita dall’unica donna presente su piazza a Milano, su oltre 3mila rider complessivi. In sostanza l’algoritmo è come un cappio al collo dei ciclisti: misura le prestazioni, la disponibilità sull’orario e anche sulla consegna in zone non semplici. Più si assecondano gli input del sistema più si sale in classifica e si viene privilegiati nel momento della chiamata. Se invece si scivola in basso, il lavoro si dirada moltissimo, al punto che molti sono costretti alla rinuncia. Il risultato è che o si è rider a tempo pieno, possibilmente sette giorni su sette, o l’algoritmo ti relega nel dimenticatoio. Chi sta pagando questa situazione sono quei ragazzi che facevano le consegne, alternando lavoro e studio, per arrotondare e pagarsi l’affitto della casa se si è studenti fuori sede: In sostanza viene rinnegato uno dei principi sottoscritti dalle parti, cioè il «diritto alla disconnessione» senza avere conseguenze negative.

 

Oggi questa possibilità di lavoro si sta progressivamente chiudendo per chi non dà disponibilità senza condizioni. Perché la quasi totalità delle consegne viene garantita da ragazzi migranti, che per necessità sono disposti a sottostare alle regole dell’algoritmo e a seguirne i ritmi sempre più infernali. Consegne alle 8 del mattino o alle due di notte vengono premiate. Così si sale nelle gerarchie dell’algoritmo se si accetta la tariffa di un euro a chilometro.
Oltretutto, come emerso nei giorni scorsi, molti di questi ragazzi lavorano perché un «caporale» ha ceduto loro l’account. «Se non hai i documenti perché richiedente asilo non ti resta che metterti d’accordo con qualcuno e comprargli l’account. Lo fanno soprattutto gli italiani, che si registrano con più facilità, e poi vendono la registrazione dandoti un’opportunità di lavoro», ha rivelato un rider al Corriere della Sera. Ovviamente l’operazione non è fatta per generosità: la vendita dell’account in alcuni casi si affianca al pagamento di una «tassa» sulle consegne effettuate. Per fare un esempio: Glovo per ogni ordine paga due euro, a cui si aggiungono 0,63 centesimi per ogni chilometro percorso. Il rider che ha fatto la denuncia racconta che al caporale digitale andrebbe il 20%. Ovviamente le centrali sono consapevoli del fenomeno, ma evitano denunce per non alzare polveroni. Se si accorgono che l’account è stato ceduto si limitano a sospenderlo, lasciando cadere la cosa nel silenzio.  Il risultato paradossale è quello denunciato dagli operatori della mensa di Opera san Francesco, una delle più grandi di Milano: oramai buona parte degli utenti sono proprio ragazzi stranieri che lavorano come rider e che portano il cibo nelle case, ma che non hanno alla fine sono costretta a mangiare alla mensa dei poveri.

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