Una dipendenza irresistibile

Perché è difficile smettere di fumare

Perché è difficile smettere di fumare
04 Gennaio 2018 ore 09:15

Cadere in tentazione potrebbe essere facile, resistere più difficile, smettere (quasi) impossibile. Parliamo del fumo. Secondo le stime contenute nel Rapporto fumo, realizzato dal Ministero della Salute in collaborazione con la Doxa dall’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’Istituto superiore di sanità, in Italia i fumatori sarebbero all’incirca 11 milioni, il 26 per cento della popolazione, di cui oltre il 25 per cento di maschi e quasi il 19 per cento di donne. Gli ex sarebbero, invece, solo 7 milioni: 13 per cento circa di virtuosi. Tuttavia, le stime dicono anche che dopo un anno di astinenza, una parte di questi tornerebbe ad essere un fumatore attivo. Questione solo di dipendenza? Nì, le ultime ricerche scientifiche ipotizzerebbero l’influenza di una componente genetica che, dopo lo stop, risveglia il desiderio mettendo così k.o. la volontà di astenersi dal fumo.

 

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C’entra un vermicello minuscolo. Il Caenorhabditis elegans, un vermetto millimetrico dotato di alcune risposte genetiche e comportamentali simili a quelle dell’uomo, avrebbe messo in luce un’interessante ipotesi sul perché alcuni fumatori hanno grosse difficoltà a dire definitivamente stop alla dipendenza da sigarette. Fino ad ora per spiegare questa dipendenza la scienza si era concentrata sull’analisi delle nAchR, Nicotinicacetylcholinereceptors, alcune proteine dei recettori nicotinici, ritenute responsabili dell’irresistibile e bisognosa passione verso la nicotina. Un gruppo di ricercatori della University of Michigan Life Sciences, negli Stati Uniti, ha voluto però andare oltre cercando di dare una spiegazione in vivo del problema. Così ha incentrato ricerche e studi, poi pubblicati su Cell Reports, sul Caenorhabditis elegans, uno fra i modelli animali più sfruttati per ricerche mediche.

Questa scelta intuitiva ha dato loro ragione: infatti i ricercatori americani sarebbero riusciti ad individuare nel vermetto una serie di geni e di micro-RNA che spiegherebbero alcuni meccanismi alla base della dipendenza da nicotina e della sindrome da astinenza. Poiché nella storia dell’evoluzione delle specie abbiamo ereditato e conservato anche alcuni comportamenti simili anche a quelli dei vermetti, i prossimi passi della ricerca saranno dedicati a analizzare se questi stessi meccanismi funzionano e danno le stesse reazioni o dipendenze anche nell’uomo. Se le aspettative venissero confermate, potrebbero rappresentare  la chiave di volta per la creazione di nuovi farmaci, o supporti farmacologici, per aiutare i fumatori a dire basta alla bionda facendo in modo che restino soprattutto degli ‘ex’ convinti e assuefatti.

 

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Dipendenza nel Dna. Una seconda ipotesi per spiegare il perché un ex a un certo punto torni ad approcciare la sua vecchia dipendenza è il fatto che questo comportamento potrebbe essere scritta nel Dna. Un gruppo di ricercatori dell’Unità di Epidemiologia Genetica e Farmacogenomica, della Pneumologia e della Chirurgia Toracica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano avrebbe infatti individuato nel Dna alcune alterazioni, cioè dei polimorfismi genetici specifici per ciascun fumatore, localizzate proprio nei geni che codificano i recettori nicotinici. Fatto questo che condizionerebbe in maniera importante, come è spiegato nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, l’aumento di probabilità di diventare nicotina-dipendenti.

Il gene di supporto anti-fumo. CHRNA5: è questa invece la sigla di un gene in cui si sarebbe identificato un polimorfismo che induce all’abitudine al fumo il quale sarebbe anche capace di contrastare la volontà di smettere di fumare. Insomma non faciliterebbe i fumatori a raggiungere l’obiettivo, già di per sé difficile, e a prestare fede al buon intendimento, specie in fumatori sottoposti in precedenza a terapie farmacologiche antifumo ma senza grosso successo o che hanno ricevuto un supporto psicologico. Si tratterebbe, dicono i ricercatori, di un gene che ha la capacità di influenzare la buona volontà individuale a smettere di fumare. Lo studio milanese avrebbe inoltre attestato che dall’inizio della terapia di disassuefazione al fumo circa il 70 per cento dei tabagisti riesce a dire basta alla sigaretta, tuttavia a distanza di un anno dal trattamento una parte di questi ricadrebbe nello stato di dipendenza, abbassando la percentuale di veri ex a solo il 47 per cento. Inoltre i polimorfismi del gene CHRNA5, sempre secondo lo studio, si assocerebbero anche a una maggiore predisposizione individuale a sviluppare nel tempo un tumore del polmone.

 

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Obiettivi futuri. La scoperta, dicono i ricercatori, sarà utile per provare a individuare dei percorsi di cura personalizzati al profilo genetico di ciascun fumatore con il vantaggio di rendere più concreto e efficace l’aiuto anti-fumo, e in prospettiva aumentare il numero di pazienti che potranno beneficiare realmente delle terapie antifumo, riducendo cosi anche l’incidenza di malattie fumo-correlate.

Nel frattempo? Nell’attesa, qualcosa di pratico si può provare a fare. Dell’esercizio fisico, ad esempio. Infatti un recente studio di laboratorio, effettuato su roditori, da ricercatori  della St. George’s University di Londra, in Inghilterra, e pubblicato sul British Journal of Pharmacology avrebbe evidenziato che animali resi dipendenti dalla nicotina, sotto l’influsso dell’attività fisica, come correre sulla ruota della gabbietta, non cadrebbero in astinenza da nicotina o comunque manifesterebbero sintomi molto blandi. La spiegazione della ridotta sintomatologia sembrerebbe associarsi al fatto che l’attività fisica esercita una positiva azione su alcuni recettori bersaglio della nicotina, localizzati nell’ippocampo, la zona cerebrale sede dei ricordi. Dunque praticare attività fisica mentre si sta seguendo una terapia anti-fumo potrebbe favorire la concretizzazione dell’obiettivo, dicono gli esperti. Tentar non nuoce, anzi; mettetevi allora le sneaker ai piedi e correte che fa comunque bene.

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