Una visione ideologica

Perché don Fanzaga sulla Cirinnà ha davvero sbagliato tutto

Perché don Fanzaga sulla Cirinnà ha davvero sbagliato tutto
Cronaca 04 Febbraio 2016 ore 09:12

Monica Cirinnà come la Babilonia del capitolo 17 dell’Apocalisse. Mercoledì il direttore di Radio Maria, emittente ascoltatissima, ha voluto dire la sua sul dibattito in Parlamento per l’approvazione della legge sulle unioni civili. E lo ha fatto a modo suo: gettando una fatwa sulla firmataria della legge, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione», dice uno dei sette angeli nel testo di San Giovanni. Che descrive così Babilonia: «Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra. Allora mi accorsi che la donna era ubriaca del sangue del popolo di Dio e del sangue di quelli che sono morti per la fede in Gesù».

 

 

Dunque secondo don Livio Fanzaga, direttore dell’emittente, la bionda senatrice sarebbe tutto questo. Ma, aggiunge don Livio, quello che a lei sfugge è che Babilonia alla fine finisce schiacciata. Se non dal Signore (questo don Livio non osa dirlo), certamente dalla morte. Cosa ovvia e scontatissima, ma che fa un po’ effetto se viene augurata da un prete davanti ad un microfono collegato con qualche centinaio di migliaia di persone.

Se don Fanzaga voleva dare l’idea di quanto sia seria la partita in gioco in Parlamento, l’esito è stato esattamente contrario. Il web ha tracimato di sarcasmo e di ironia, a cominciare dal tormentone della battuta di Troisi in Non ci resta che piangere («Mo’ lo segno» aveva risposto l’attore a chi lo aveva apostrofato con un «ricordati che devi morire»).

Don Fanzaga ha davvero sbagliato tutto. Ha fatto sì che una questione che ha profili seri sia finita in una sarabanda di risate. Ha dato spazio a chi continua a pensare che la chiesa italiana sia irriducibilmente un armamentario del passato. E soprattutto ha dato un segno di colpevole ostinazione, dimenticando un’indicazione importante che il suo capo, cioè il papa, ha dato in quest’anno della misericordia: non fare della famiglia una campo di battaglia ideologico.

 

 

La chiesa di Don Livio è una chiesa da regole ferree e da porte sbarrate. Francamente meglio la chiesa di don Federico Tartaglia, parroco di Cesano Romano, che su autorizzazione del suo vescovo, lo scorso anno aveva battezzato, con molta discrezione, tre gemelline, figlie di una coppia di omosessuali, nate da fecondazione in vitro con maternità surrogata. Erano tre, perché i due papà avevano voluto che nessuno degli embrioni frutto della fecondazione andasse perduto. Forse don Livio Fanzaga dovrebbe essere meno schematico: perché a volte accadono in quel di Babilonia cose giuste che è raro vedere anche nel recinto dei buoni. Del resto il Signore Gesù ne sapeva qualcosa, visto che non ebbe mai problemi a perdonare prostitute ed adultere.

 

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