Quattro giorni di proteste

Perché gli indiani d’America Sioux marciano davanti alla Casa Bianca

Perché gli indiani d’America Sioux marciano davanti alla Casa Bianca
11 Marzo 2017 ore 13:10

Una marcia colorata, pacifica, ma fortemente sentita. A Washington, proprio davanti alla Casa Bianca in cui da gennaio ha preso residenza Donald Trump, sono arrivati i Sioux. Sono migliaia e il loro obiettivo è far sentire forte e chiaro il “no” alla realizzazione degli oleodotti Dakota Access e Keystone XL, bloccati dall’Amministrazione Obama ma rilanciati dall’attuale Presidente degli Stati Uniti con un ordine esecutivo firmato il 24 gennaio. Questo provvedimento non concede i permessi finali, ma avvia comunque i progetti verso l’approvazione. Una mossa che non si può certo definire una sorpresa, quella di Trump, visto che in diverse occasioni durante la campagna elettorale aveva ripetuto di voler dare il via libera alla costruzione degli oleodotti, sostenendo l’industria petrolifera che aveva finanziato il progetto e alimentando l’idea che la loro realizzazione rappresenterebbe innumerevoli opportunità lavorative.

 

 

Sin da subito l’opposizione dei Sioux, in particolare quelli della riserva di Standing Rock dove passerebbero gli oleodotti, è stata netta. Erano stati proprio loro, nel 2015, a convincere Obama a bloccare il progetto. Con Trump, però, le cose stanno andando diversamente e da qui la decisione di marciare davanti alla Casa Bianca. «Siamo qui per dimostrare la nostra contrarietà a questa decisione, che è un’ingiustizia, e continueremo la nostra protesta pacifica», ha dichiarato all’Ansa Dave Archambault, rappresentante della tribù Sioux Standing Rock. «Le popolazioni indigene non possono sempre essere messe da parte a vantaggio degli interessi aziendali o dei capricci del governo» ha poi aggiunto.

I manifestanti sono riuniti davanti alla Casa Bianca, dove intonano slogan a difesa dell’ambiente e dell’acqua indossando costumi tradizionali. L’hanno rinominata “Native Nations March on DC” ed è soltanto l’apice di una quattro giorni di proteste iniziata il 10 marzo. Tra i protestanti, come riporta il Guardian, una delle più attive è LeeAnn Eastman della riserva indiana Sisseton-Wahpeton Oyate sul lago Traverse, in South Dakota, la quale ha detto di dubitare del fatto che Trump sia preoccupato da questa manifestazione, ma ha anche sottolineato come il loro obiettivo sia quello di “sfondare” raggiungendo più persone possibili. «Hanno svegliato un gigante decidendo di far passare questo gasdotto attraverso la nostra terra, la nostra terra sacra – ha dichiarato la Eastman -. Facciamo tutto in pace, preghiamo, ma non permetteremo che distruggano tutto, che contaminino le nostre acque». La donna ha poi aggiunto: «Sappiamo che Trump ha chiuso il suo cuore e la sua mente alle nostre richieste, così come lo ha fatto con tutto il Paese. Noi preghiamo sempre per lui, ma dobbiamo considerare anche altre strade per raggiungere i nostri obiettivi».

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Molto più duro Bill “Mano Sinistra”, uno dei membri della tribù Sioux di Standing Rock: «Siamo venuti in pace, ma ci hanno attaccato con proiettili di gomma e gas lacrimogeni, bombe assordanti e idranti. Questa è una palese violazione dei nostri diritti civili, oltre che dei nostri diritti come popolo indigeno». Gli indiani dicono che il progetto di realizzazione del gasdotto (che dovrebbe costare addirittura 3,8 miliardi di dollari) minaccia il loro approvvigionamento di acqua dal fiume Missouri, attraversa la terra sacra ed è stato approvato senza un’adeguata consultazione con i leader delle loro tribù e senza uno studio approfondito dell’impatto ambientale. Nei giorni scorsi, i leader dei protestanti hanno incontrato alcuni membri del Congresso per discutere della situazione, ma senza grandi risultati. Da qui la decisione di procedere con la marcia, che ha portato migliaia di persone ad accamparsi per le vie di Washington.

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