Da un articolo della Fondazione Oasis

Perché la bandiera dell’Isis è nera

Perché la bandiera dell’Isis è nera
Cronaca 09 Marzo 2016 ore 11:10

Su e-Bbay si può comprare per circa 20 dollari. Tinta nera forte, scritta bianca che, tradotta, recita una frase che ormai sempre più conosciamo: “Non vi è altro Dio all’infuori di Allah e Muhammad è il Suo Messaggero”, primo pilastro dell’Islam. È la stessa frase che campeggia sotto la bandiera dell’Arabia Saudita, che però ha lo sfondo verde come il paradiso per i musulmani. Il colore invece più tetro è quello dello Stato Islamico, il cui vessillo sta terrorizzando tutto il mondo.

 

Bandiera Isis

 

L’importanza del colore. Universalmente si dice che il verde sia il colore dell’islam. E infatti lo è. Ma rappresenta il paradiso, che viene raffigurato e immaginato come un grande giardino. Si dice che il verde fosse il colore preferito dal profeta Maometto e dai suoi compagni, e da qui l’attribuzione di sacralità a questa tinta, al punto tale che i più rigidi conservatori ne hanno rifiutato l’impiego sui tappeti perché ritenevano un grave oltraggio calpestarla. Nella storia anche molte armate islamiche hanno impiegato il verde sulle loro bandiere (anche oggi organizzazioni come Hamas e Fratelli Musulmani hanno bandiere verdi), e tutt’oggi è il colore che fa da sfondo ai vessilli di molti stati a tradizione musulmana.

Il saggio di Oasis. In un articolo apparso sul sito della Fondazione Oasis – che fin dalla sua nascita nel 2004 studia l’interazione tra cristiani e musulmani e le modalità con cui essi interpretano le rispettive fedi nell’attuale fase di mescolanza dei popoli – l’esperta di esegesi scientifica contemporanea del Corano Chiara Pellegrino ha spiegato i motivi per cuoi la bandiera del sedicente Stato Islamico è nera. Prima di tutto è bene notare che il nero per l’islam non è una novità recente, e soprattutto non è un’esclusiva di Isis o al Qaeda.

«Le bandiere nere sono da sempre legate alla storia islamica. Secondo gli storici musulmani, il Profeta e i suoi primi successori, i Califfi ben guidati, compirono le loro conquiste all’insegna della bandiera nera, mentre gli abbasidi fecero degli stendardi neri l’emblema della loro dinastia. Il colore nero, associato alle bandiere e spesso anche agli abiti, è quindi l’icona dell’ascesa della nuova religione, delle conquiste islamiche e della lotta per il potere califfale. È alla luce di questa storia che dev’essere interpretata la bandiera dello Stato Islamico».

 

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Cosa dice la tradizione. La tradizione, infatti, racconta che Maometto si sedeva sotto uno stendardo nero ricavato dal velo della moglie Aisha per diffondere la parola ai suoi seguaci. Ma non solo: la bandiera nera si dice che fosse il vessillo che precedeva la discesa in battaglia dello stesso Maometto.

«Maometto in persona, mentre guidava il suo esercito all’assedio di Khaybar nel 629, consegnò la bandiera nera ad ‘Ali: “Domani darò la bandiera a un uomo che ama Dio e il suo inviato e che è amato da Dio e dal suo inviato”. La diede ad ‘Ali».

Desiderio di emulazione. Essendo l’ideologia salafita impregnata del desiderio di imitare le gesta del profeta, è facile capire i motivi per cui l’Isis abbia adottato la bandiera nera. Il vessillo, a prescindere dal suo colore, è un elemento imprescindibile per ogni battaglia, perché sta a significare il sostegno divino ai combattenti, che fieri le esibivano al ritorno dalle guerre vittoriose. Il saggio di Oasis espone inoltre i vari significati attribuiti nei secoli dagli studiosi al colore nero, mostrandone punti di forza e debolezza. La versione più accreditata è che il nero sia il colore della vendetta, come in epoca preislamica, recuperato dai vari Califfi nei loro abiti per dimostrare il legame con Maometto. Non a caso nelle pochissime immagini che hanno dato un volto al califfo Abu Bakr al Baghdadi si vede che il colore degli abiti che indossa è appunto nero. Tutto ciò gode del sostegno creato attorno al colore nero da una certa propaganda diffusa negli anni tra 750 e il 1258, che voleva sancire il legame tra il nero, Maometto e la dinastia abbaside al potere nell’impero.

«In ricordo delle battaglie epiche il nero non poteva che essere un segno di benedizione della famiglia del Profeta”. E inoltre “Dagli abiti e dalle bandiere nere i califfi abbasidi traevano legittimità e autorevolezza». 

 

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Una diatriba sopita. Quello che più sorprende è che tutte queste dissertazioni risalgono a oltre 1400 anni fa, e sono state risvegliate solo nel momento in cui le bandiere nere sono tornate a sventolare principalmente in Siria brandite dai gruppi salafiti e qaedisti. La storia aveva fatto dimenticare questo vessillo che vuole essere l’unica bandiera che unisce i fedeli di Maometto, al di là dell’appartenenza ai vari stati creati dopo la Prima Guerra Mondiale con gli accordi di Sykes-Picot. In realtà, però, come spiega il saggio di Oasis:

«Ai significati classici sono andati aggiungendosene altri, frutto di interpretazioni delle vicende che hanno segnato la storia contemporanea del Medio Oriente. Per esempio dal detto di Muslim “Chi combatte sotto l’egida di una bandiera d’ignoranza (jâhiliyya), insorge in difesa della solidarietà tribale, esorta la solidarietà tribale o fa trionfare la solidarietà tribale, e viene ucciso, muore una morte pagana”, i contemporanei avrebbero tratto un monito contro gli Stati nazionali». 

La guerra tra sunniti e sciiti. In tutto questo si inserisce l’epica battaglia che sta alla base degli stravolgimenti del Medio Oriente, e che vede contrapposto l’islam sunnita e quello sciita. Ma l’articolo di Oasis viene in aiuto anche in questo caso, spiegando che tutto quanto si dice, soprattutto sul web, attorno al conflitto settario tra sunniti e sciiti, che secondo alcuni preluderebbe alla battaglia finale tra Messia e Anticristo, non tiene conto della storia. Sul campo di battaglia i due schieramenti vengono incarnati dai jihadisti dell’Isis e dai miliziani sciiti di Hezbollah che brandiscono bandiere gialle. Tuttavia:

«Le bandiere nere erano tradizionalmente associate agli sciiti e a coloro che vedevano nella famiglia del Profeta i legittimi eredi del Califfato; e che a ispirare le profezie delle bandiere gialle furono i berberi del nord Africa che a metà dell’ottavo secolo si ribellarono prima ai governatori omayyadi e poi a quelli abbasidi. Nasce anche attraverso questi riferimenti simbolici quella che William McCants, esperto di narrativa dello Stato Islamico, definisce un’“apocalisse settaria” in cui tutti, sunniti e sciiti, rivendicano un ruolo da protagonisti nello scontro finale tra bene e male». 

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