Da che parte sta la famiglia

Ecco perché Montezemolo ha finito la sua corsa in Ferrari

Ecco perché Montezemolo ha finito la sua corsa in Ferrari
10 Settembre 2014 ore 17:00

Dopo la bordata scagliata domenica da Sergio Marchionne al termine del disastroso (per la Ferrari) Gran Premio di Monza, quando ebbe modo di sottolineare come a Maranello nessuno fosse indispensabile, il conto alla rovescia delle ore di Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza del Cavallino era partito già nella testa di tutti.

Puntuale è arrivata, dunque, l’ufficialità del benservito allo storico dirigente, che nei suoi 23 anni di operato in Ferrari può vantare 14 titoli mondiali, di cui 8 costruttori, e 118 gran premi vinti. Un allontanamento che di primo acchito può sembrare derivante dai pessimi risultati della scuderia più famosa del mondo negli ultimi anni. Ma dietro al licenziamento di Montezemolo c’è qualcosa di più complesso dei deludenti esiti sportivi, qualcosa che affonda le sue radici nei pessimi rapporti fra il manager bolognese e l’ad della Fiat.

Due stili diametralmente opposti. Che fra Montezemolo e Marchionne non sia mai corso buon sangue è cosa nota; d’altra parte, basta osservare attentamente i due dirigenti per coglierne peculiarità decisamente differenti.

L’uno – Montezemolo – nato a Bologna, appartenente ad una nobile famiglia piemontese una volta al servizio dei Savoia, da sempre frequentatore dei migliori salotti italiani, pupillo fin da giovane di Enzo Ferrari e successivamente della famiglia Agnelli.
L’altro  – Marchionne – orgogliosamente figlio di un carabiniere abruzzese, emigrato in Canada e vero e proprio “self made man”, tale da conquistarsi la stima del mondo dell’industria a suon di incessanti sgobbate, fino a diventare top manager della casa automobilistica torinese.

Il primo grande sostenitore di Confindustria (di cui è stato Presidente) e del valore aggiunto che verrebbe da un solido e coordinato agire da parte dell’imprenditoria italiana nell’affrontare le difficili questioni economiche di questi tempi.
Il secondo, al contrario, al tavolo con gli industriali nostrani non ha mai voluto sedersi, tanto da prendere la decisione di portare il Lingotto fuori dalla stessa Confindustria, all’inizio del 2012.

Montezemolo avverte da sempre l’importanza di rinnovare made in Italy, per proporre al mondo un marchio d’eccellenza che sia interamente italiano, in particolare per quanto riguarda l’industria; al contrario, a Marchionne del Belpaese interessa davvero poco, tanto da essere un grande fautore della progressiva delocalizzazione verso lidi oltreoceano della produzione di vetture Fiat, nonché della chiusura di numerosi impianti sul territorio nazionale.

Insomma, due stili e due filosofie diametralmente opposti ed esibiti da due personalità così rilevanti, sia per carisma che per ruolo, che difficilmente sarebbero potute coesistere ancora per molto tempo sotto il medesimo tetto.

La quotazione in borsa, lo strappo finale. Il dissidio che ha definitivamente sancito la conclusione di ogni possibile tregua fra i due ha riguardato l’ingresso alla borsa di Wall Street di Fca (Fiat Chrysler Automobiles, il nuovo gruppo nato dopo l’acquisizione totale da parte di Fiat del marchio americano): per Marchionne, la possibilità di inserire anche la Ferrari nel gruppo in via di quotazione è un’opportunità più che golosa, visto il risalto e il prestigio (e quindi l’appetibilità sul mercato) che Fca acquisirebbe se si presentasse insieme a quello che è  il marchio più prestigioso e potente al mondo, il Cavallino (questo almeno secondo l’ultima classifica di Forbes).

Montezemolo invece gradirebbe preservare l’indipendenza e l’italianità della Ferrari, tentando di tenerla il più lontano possibile da quella americanizzazione che già fu sventata decenni fa da Gianni Agnelli, quando Ford sembrava sul punto di rilevare il gruppo di Maranello. La sua idea consisterebbe sì in una quotazione in borsa, ma su mercati diversi da Wall Street, magari quello di Hong Kong, dopo aver ceduto quote ad investitori asiatici pronti a valorizzare il marchio Ferrari a peso d’oro. Questa differenza di veduta ha segnato il definitivo strappo fra i due.

La posizione degli Agnelli. Ma il vero appoggio che è venuto meno alla situazione di Montezemolo è quello della famiglia Agnelli. Già l’uscita dal CdA di Fiat impostagli da John Elkann ad inizio agosto è stato un chiaro indice del maggior gradimento che la proprietà nutre nei confronti di Marchionne, piuttosto che del manager bolognese.

Nonostante gli scarsi risultati sportivi, se di fronte ad una gestione finanziaria eccellente (nel 2013 Ferrari ha raggiunto una quota record di fatturato pari a 2,3 miliardi di euro) gli Elkann hanno comunque deciso di non ostacolare l’uscita di scena di Montezemolo, è chiaro come la società intenda prediligere nettamente la linea dettata da Marchionne. In un contesto del genere, la figura di Montezemolo risultava ormai scomoda e quasi d’intralcio; il disastro in Formula 1 è stato solamente un pretesto perfetto.

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