Una dittatura decennale

Perché nessuno parla dell'Eritrea da dove fuggono migranti a migliaia

Perché nessuno parla dell'Eritrea da dove fuggono migranti a migliaia
Cronaca 17 Giugno 2015 ore 16:05

Si parla poco sui giornali dell'Eritrea, nonostante sia il Paese con meno libertà al mondo. Per accendere i riflettori su quella che dal 1890 fino al 1947 è stata una colonia italiana c’è voluto il Washington Post, che dalle sue autorevoli colonne ha fatto un ritratto del Paese e dei motivi per cui una gran parte dei profughi che arrivano in Europa (almeno il 22 percento) sono eritrei. La testata americana cita l’ultimo documento diffuso dalle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel Paese, definendole «sistematiche e diffuse». Torture sessuali, lavori forzati: si sostiene che in Eritrea ci sia un governo totalitario in cui non vige alcuno stato di diritto. In altre parole, il governo agisce senza che venga considerato responsabile di eventuali violazioni della legge e senza dover rendere conto a nessuno di quello che fa. In particolare il rapporto dell’Onu afferma che «il governo dell’Eritrea è responsabile di violazioni flagranti, sistematiche e generalizzate dei diritti umani che hanno creato un clima di paura nel quale il dissenso è soffocato, una gran parte della popolazione è sottoposta a lavori forzati e al carcere e centinaia di migliaia di profughi sono fuggiti dal Paese».

 

 

La denuncia del Guardian. A rincarare la dose su quello che sta succedendo nel Paese ci ha pensato il Guardian, che svela gli accordi che alcuni leader europei starebbero avviando con il governo di Asmara per chiedere la chiusura della frontiere, e fare in modo che nessuno esca dal Paese. Per trasformare l’Eritrea in una vera e propria gabbia, il dittatore al potere, Isaias Afewerki, chiede denaro, o che vengano alleggerite le sanzioni. Secondo il giornale britannico, tra i Paesi che vorrebbero stringere accordi con l’Eritrea ci sarebbe la Norvegia, ma anche alcuni funzionari britannici e italiani, sebbene i governi interessati non confermino. Se questi accordi fossero davvero stretti, nel Paese tornerebbe a essere realtà la pratica di sparare sui migranti che varcano le frontiere, azione annunciata dal governo nel 2004 per impedire l’emigrazione e non ancora “ufficialmente abolita”.

 

 

Regime sanguinario e spietato. Sono in molti a definire l’Eritrea come la Corea del Nord dell’Africa, a causa del regime repressivo e sanguinario che qui vice dal 1993. Intanto la gente fugge, a ritmi di 5mila al mese, per scappare ad un sistema totalitario istauratosi dopo la guerra civile che ha portato all'indipendenza della nazione. I suoi cittadini sono controllati attraverso un vasto apparato di sicurezza che è infiltrato a tutti i livelli della società. Da quando Afewerki è salito al potere, 22 anni fa, in Eritrea non si sono mai svolte elezioni. Uomini e donne a partire dai 17 anni hanno l’obbligo di leva a tempo indeterminato, e per avere un passaporto bisogna aspettare il compimento dei 60 anni di età. Il salario medio di un impiegato statale è di 10 euro al mese. Facile immaginare come a farla da padrone siano la corruzione dilagante e gli investimenti cinesi attratti dal basso costo della manodopera. A fronte dell’accusa di armare il terrorismo somalo di al Shabaab in funzione anti somala, le Nazioni Unite hanno imposto a partire dal 2009 una serie di sanzioni economiche e la situazione è ulteriormente peggiorata. Per questo la gente scappa.

 

 

La storia recente dell’ex colonia italiana. Per capire la storia recente di questo piccolo Stato del Corno d’Africa bisogna andare al 1941, quando l’esercito britannico sconfisse l’Italia e occupò la colonia, ponendo fine alle speranze italiane di riconquista. Gli italiani presenti nel Paese, che erano quasi 100mila e rappresentavano la presenza più massiccia di tutte le colonie, dovettero scappare. L’occupazione durò fino al 1947 e l’Eritrea divenne un protettorato britannico fino al 1952, quando le Nazioni Unite la federarono all'Impero etiope. Lo fecero dopo aver sondato le aspettative degli eritrei mediante un referendum a cui poterono partecipare solo i cittadini maschi anziani.

 

 

Una faticosa indipendenza. Dieci anni dopo l'imperatore etiope Haile Selassie decise di annettere l'Eritrea all'Etiopia, e da allora cominciò una lunga guerra per ottenere l'indipendenza dall'impero del Negus (sostenuto economicamente dagli Usa) da parte del Fronte di liberazione eritreo (Fle). A questo si aggiunse, a partire dagli anni Settanta, un altro gruppo indipendentista, il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Fple), di ispirazione marxista, sostenuto dall'Urss, Cuba e blocco dei Paesi non allineati. I due blocchi indipendentisti non andavano d’accordo tra loro e diedero vita a una guerra civile in cui ebbe la meglio il Fple. A metà degli anni Settanta, quando l’indipendenza dall’Etiopia sembrava vicina, salì al potere il Derg, una giunta militare marxista che poteva contare sull’appoggio militare dell’Unione Sovietica. Dal 1984 cominciò una graduale riconquista da parte dei gruppi indipendentisti che ebbe fine nel 1991 con la conquista di Asmara. Due anni dopo ci fu un nuovo referendum, questa volta a suffragio universale. La quasi totalità degli eritrei, più del 99 percento, votò per l'indipendenza, dichiarata ufficialmente il 24 maggio 1993. Il leader dell'EPLF, Isaias Afewerki, divenne così il primo Presidente provvisorio dell'Eritrea e il Fple, ribattezzato Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia diede vita al primo governo.

 

 

Dittatura amica di Israele e Iran. Da allora è stato un susseguirsi di tensioni, alimentate anche dal sostegno al terrorismo internazionale. Se le relazioni tra l’Eritrea e gli Stati vicini sono tese e conflittuali, buoni sono i rapporti con Israele, almeno tra i governi, e l’Iran. Dopotutto le montagne eritree sono ricche di oro e di uranio. E proprio in Eritrea si gioca un pezzo importante della guerra fredda tra i due giganti mediorientali. Con buona pace di quei migranti che cercano riparo in Israele attraversando il Sinai e vengono respinti.