Un congresso medico

Perché prendere le pastiglie intere

Perché prendere le pastiglie intere
09 Gennaio 2018 ore 09:15

Dimezzare le compresse è una soluzione abbastanza comune: c’è chi la utilizza per facilitarne la deglutizione, altri per maggiore comodità, altri ancora per regolare il dosaggio di assunzione, e chissà quante altre ragioni si potrebbero addurre. Qualunque sia la motivazione, l’esito però è uno solo: negativo. Perché dimezzare, schiacciare, triturare le pastiglie ha almeno due effetti collaterali importanti: la perdita di efficacia di tutti o di parte dei principi attivi che la compongono e l’aumento in taluni casi di rischi e pericolosità. Pochi conoscono però le conseguenze di questa pratica, rese note da esperti della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg) in occasione del 62esimo Congresso Nazionale della stessa istituzione.

 

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I numeri. L’abitudine di dimezzare pastiglie è più diffusa di quanto si pensi, specie nella popolazione di età avanzata. Secondo statistiche recenti, diffuse a Napoli dalla Sigg, 4 anziani su 10, all’incirca il 41 per cento, altererebbero il farmaco originale, quando in compresse, spezzandolo, schiacciandolo o triturandolo. 1 su 5 lo scioglierebbe poi nei cibi. Con l’obiettivo, insomma, di facilitarne la deglutizione, resa imperfetta dall’età o da qualche problematica pregressa o in atto. Senza tuttavia valutarne le conseguenze: perché in 1 caso su 3, anche ricorrendo a un taglia-pillole, il frazionamento a metà di una pastiglia non è mai perfetto. A discapito del farmaco stesso che, dicono gli esperti, perde innanzitutto in efficacia, in quanto la dose assunta dopo il frazionamento si discosta da quella prescritta all’incirca del 15 per cento. Il che significa, terapeuticamente parlando, l’assunzione di un sovra o sotto-dosaggio, che in alcuni casi potrebbe essere addirittura pericoloso, con effetti collaterali anche importanti. Dunque, la sola corretta indicazione e regola è l’assunzione della compressa intera. Come nasce originariamente, insomma. Il frazionamento delle compresse sarebbe ammesso solo per il medico al fine di valutare, soprattutto negli anziani fragili e politrattati, la risposta al trattamento all’inizio a dosi molto basse, rimodulando o sospendendo gradualmente la terapia laddove necessario.

 

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Rischi farmacologici. I farmaci più sensibili alla divisione forzata sono quelli con una finestra stretta. Si tratta di compresse e medicinali che hanno un effetto nocivo, ovvero sono causa di tossicità anziché beneficio, anche in caso di dosaggi minimamente differenti da quelli terapeutici e necessari per le cure, dunque con una potenzialità di eventi avversi gravi elevati. E comunque concreti. In primis il rischio di perdita di efficacia, di minore tollerabilità così come di interazione fra principi attivi differenti, più probabili in pazienti anziani sottoposti a politerapie, quando più farmaci vengono triturati con lo stesso coltello o pestello, fino a fenomeni di irritazione delle vie aeree causate dal passaggio o dall’inalazione delle polveri. Intere vanno assunte anche le compresse gastroresistenti, come ad esempio l’esomeprazolo, perché rivestite da un film protettivo esterno utile a far superare la barriera dello stomaco, senza arrecare danni all’organo, e sciogliersi poi nell’intestino dove attiverebbero la loro efficacia. Stessa cosa vale per le capsule rivestite e quelle a rilascio lento o prolungato, le cosiddette long lasting.

 

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La situazione nelle RSA. Il taglio non è sicuro, neanche quando viene fatto seguendo l’incisione guida, spesso presente nelle compresse di grosse dimensioni. I rischi di imprecisione sono maggiori negli anziani in cui la corretta divisione delle pillole con le dita o con il coltello, specie se piccole, richiede buona vista, forza e destrezza manuale, spesso deficitarie con l’avanzare dell’età o in uno stato di fragilità generale della salute. Come nel caso, ad esempio, di pazienti degenti o residenti in RSA, residenze sanitarie assistenziali, costretti ad assumere farmaci frantumati per la presenza di patologie neurodegenerative, come demenze, o ictus o a causa di sondini naso gastrici. Tuttavia, anche in questi casi critici, una risoluzione c’è. Lo ha dimostrato una indagine condotta su oltre 200 ospiti di RSA in Lombardia in cui il rischio di alterazione dei farmaci è stato abbassato fino al 70 per cento, senza costi aggiuntivi, optando per modalità di assunzione alternative. Come ad esempio ingerire pastiglie e compresse intere assieme a yogurt, budini o altri cibi di consistenza facile da deglutire, favorendone così il passaggio dal tubo digerente, oppure ricorrendo a farmaci analoghi o equivalenti in diversa formulazione, sotto forma di gocce, sciroppo o granulati.

 

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Sensibilizzare le case farmaceutiche. Una soluzione, ottimale e tuttavia non sempre possibile, sarebbe quella di prediligere medicinali più facili da gestire in bocca e in termini di sicurezza. Esistono infatti classi di farmaci, anche di largo uso, come gli ace-inibitori o i beta-bloccanti impiegati nel trattamento della pressione alta, che non hanno nessuna alternativa alla formulazione in pastiglie o compresse. La richiesta di medici, specialisti, operatori sanitari è di sensibilizzare l’industria a creare soluzioni alternative di pari efficacia, ma più sicure rispetto a terapie non triturabili o divisibili come le capsule rivestite, le gastroresistenti o quelle a lento rilascio. Una richiesta prioritaria e doverosa, dicono gli esperti, anche in funzione dell’allungarsi della vita media, e che pone l’anziano nella condizione di prendersi cura della propria salute, senza rischi e senza perdere in efficacia terapeutica.

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