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Dopo gli atti vs Pd e Lega

Perché okkupiamo Cascina Ponchia

Perché okkupiamo Cascina Ponchia
Cronaca 09 Giugno 2017 ore 05:30

Nella notte tra mercoledì 3 e giovedì 4 maggio, le sedi del Pd e della Lega Nord a Bergamo sono state imbrattate con della vernice e deturpate con delle scritte. A compiere questo «atto dimostrativo» è stato il Kollettivo Autonomo Popolare, ovvero il gruppo di persone che, dalla fine del 2013, occupa irregolarmente Cascina Ponchia, l’immobile di inizio Novecento di proprietà comunale. Il Kollettivo ha motivato il proprio gesto attraverso un comunicato stampa diffuso sui social, nel quale spiega di aver voluto «colpire simbolicamente» due partiti apparentemente lontani negli ideali ma sempre più vicini nelle azioni compiute, in particolare per quanto riguarda i temi dell’accoglienza e della lotta al degrado sociale. Una presa di posizione che poco spiega, però, di una realtà oramai radicata (piaccia o meno) in quel di Monterosso, ciclicamente al centro dei dibattiti politici cittadini. La cascina è situata in una posizione stupenda: ai piedi del Parco dei Colli e con una magnifica vista sulla città, in una zona residenziale. Il giardino antistante la struttura, fatiscente purtroppo, è ordinato, con un piccolo orto. Il bar “fai-da-te” del Kollettivo, dove un bancone artigianale è circondato da divani e poltrone, guarda proprio su questo spicchio di natura. Qui tutto è di tutti, dicono. Anche per questo, sebbene siano in più di uno, preferiscono parlare sotto un’unica voce: quella del Kollettivo. Precisano soltanto che tutti loro o studiano o lavorano e che non sono degli sfaccendati.

 

Pubblicato da Kascina Autogestita Popolare su Mercoledì 3 maggio 2017

 

Quante volte avete parlato con la stampa?
«È la prima volta. Siamo sempre stati distanti da questo tipo di dinamiche. Questo però è un buon momento per rilanciare la nostra azione, sfruttando anche gli atti dimostrativi compiuti alle sedi di Pd e Lega».

Quale messaggio volevate dare?
«L'azione è nata sulla base di un'analisi della politica nazionale. Siamo intervenuti su Pd e Lega, che non hanno alcun legame, proprio per evidenziare che, invece, un legame ormai c’è. Se la Lega fomenta da sempre la gente sulla questione immigrazione e sicurezza, il Pd ha iniziato ad attuare delle leggi che vanno proprio in quella direzione. In particolare il decreto Minniti, subito recepito a Bergamo da Gandi».

Avete rapporti con l’attuale Giunta?
«Ci siamo parlati un paio di volte. Ma loro restano sulle loro posizioni e noi sulle nostre».

Cosa avete voluto creare qui?
«È uno spazio sociale che propone diverse attività. Anzi, è il centro sociale più bello del mondo» (sorridono, ndr).

Ci dorme qualcuno?
«No, al momento no».

Come viene attuata, dunque, questa occupazione?
«Bar, cineforum, cucina, aula studio, incontri, presentazioni, concerti. La nostra occupazione si svolge attraverso una serie di proposte che tengono vivo un posto che altrimenti sarebbe morto. Nel tempo abbiamo fatto fisioterapia gratuita, i giovedì mangerecci, i pranzi sociali. Sulla base dei nostri valori abbiamo fatto rete anche con altre realtà del territorio».

Quali sono questi valori?
«Antifascismo, antirazzismo e antisessismo, sostanzialmente. Queste sono le colonne portanti. Poi ognuno di noi ha radici diverse, anche perché apparteniamo a generazioni differenti. Il bello, però, è che queste differenze creano un circolo di idee».

 

 

Perché avete occupato?
«Il nostro obiettivo era far togliere la cascina dai beni alienabili del Comune, obiettivo che abbiamo raggiunto. Questa vittoria politica ha un po' esaurito la nostra azione».

E allora che senso ha continuare l’occupazione?
«Ha senso nella misura in cui il Comune, nonostante questo, non sa che cosa farsene. Solo essere qua dimostra invece che un potenziale, questo spazio, ce l'ha. Se il Comune non ha interesse a utilizzarlo, significa che vede potenzialità ben diverse dalle nostre. A scopo abitativo, ad esempio. In una zona così bella poi... L'anno scorso, invece, il Comune ci aveva proposto di riqualificare la struttura per renderla un centro di accoglienza. Noi avevamo dato piena disponibilità, erano venuti anche gli architetti a fare delle perizie, ma hanno capito che era impossibile. Non c'è nemmeno il riscaldamento. Non puoi pensare di mettere qua delle persone senza interventi importanti».

Ma se il vostro obiettivo iniziale è stato raggiunto e siete ancora qua, significa che avete altri obiettivi. O no?
«Vogliamo riuscire a far vivere questo posto quotidianamente».

Come pensate di riuscirci? L’occupazione resta un reato.
«L'unico modo è far capire alle persone che, sebbene sia un atto contro la legge, può giovare alla città intera».

Quindi il vostro obiettivo è far cambiare idea al Comune?
«No, l'autogestione sta alla base della nostra ideologia. Noi vogliamo rendere vivo questo posto facendo conto soltanto sulle nostre forze. Vorremo diventare un esempio per le persone: un gruppo di ragazzi che da un posto che cadeva a pezzi hanno creato socialità, cultura, opportunità».

Non trovate ci sia un cortocircuito ideologico? Bellissimi ideali, ma resta il fatto che l'occupazione non è consentita. Perché non trattare con il Comune?
«Non è l'obiettivo che ci poniamo. Noi vogliamo far capire a chi ci vive attorno e alla città che chiunque può venire qui e fare qualcosa. Non vogliamo convincere il Comune che siamo in grado di gestire il posto, ma la cittadinanza. Abbiamo recuperato il piano terra e il primo piano, vorremmo fare lo stesso anche con il secondo piano, ma è conciato molto male. Il tutto per dare spazi alla gente».

 

 

E nel momento in cui riusciste a farlo, non vorreste regolarizzarvi
«In realtà per noi l'occupazione è un valore».

In che senso?
«È difficile rinunciare al crearsi un proprio spazio libero all'interno di quello che è il sistema. Fa parte della nostra idea. Ovviamente se le dinamiche del luogo portassero a una commistione di intenti con la Giunta, non è detto che non si possa trovare un accordo».

Ma che tipo di valore è l’occupazione? Etico? Sociale?
«È un valore che accomuna tutti noi. L'occupazione mantiene la propria essenza nel momento in cui ti permette di fare le cose che desideri, ma acquista valore se dimostri alla società che nonostante tu faccia le cose senza sottostare a regole imposte, le fai in modo onesto, senza recare danno agli altri. Non è facile».

Più che altro sembra un’utopia.
«È un obiettivo che devi raggiungere giorno dopo giorno. Alla lunga forse è un'utopia, ma finché oggi, e domani, qui c'è qualcosa che senza di noi non ci sarebbe, significa che l'occupazione ha senso. L'occupazione è stato anche un attacco politico se vogliamo, ma il senso di fondo è ridare vita».

Escludete quindi ogni tipo di dialogo?
«Sicuramente i margini per parlarsi ci sono più oggi che con Tentorio. Se a noi il Comune proponesse una riqualificazione in linea con la nostra idea politica, come poteva essere il centro d'accoglienza, o addirittura una factory creativa, noi potremmo anche scendere a patti e uscire. Andremmo ad occuparne un altro, tanto di spazi vuoti ce ne sono».

Ah.
«In questo sta il valore dell'occupazione: entri, occupi, riqualifichi, esci, ne occupi un altro e riparti. Ce ne saranno sempre di spazi con potenziale non utilizzati».

 

 

Non pensate che l'occupazione, invece di portare ad un’apertura, porti a una chiusura?
«Be', se non ci fossimo noi questo posto sarebbe sicuramente chiuso. Però è chiaro, qua ci sono determinate ideologie, determinati valori. E chi viene ne è consapevole».

E chi ci viene?
«Inizialmente eravamo una quindicina, poi ci sono state delle defezioni. Alcune anche note, come quella di chi è andato a gestire il Polaresco. Oggi siamo una decina circa. Ma quello che conta è la partecipazione e quella varia molto in base alle iniziative».

Com’è il rapporto con il quartiere?
«Oscilla un po'. I problemi principali sono la musica ogni tanto e i parcheggi. Per il resto le cose vanno abbastanza bene».

Con la città, invece?
«È molto soggettivo. Sicuramente con la Giunta Gori Bergamo è una città più viva. Però ci sono dei problemi sociali che non vengono valutati. Si parla di turismo dimenticandosi di altro. Il mini Daspo per il centro città lo dimostra: è una mossa tesa a nascondere i problemi agli occhi dei turisti. Poi vai a Celadina e la gente è costretta a occupare le case per avere un tetto».

A chi volesse conoscere la vostra realtà, cosa dite?
«Di partecipare agli incontri che organizziamo, aperti a tutti e che trattano diversi argomenti. Cerchiamo il dialogo, il dibattito, ascoltiamo idee diverse dalle nostre. Solo così si può capire veramente quello che stiamo facendo».