Il partito del presidente perde il 9%

Perché si parla così tanto delle ultime elezioni in Turchia

Perché si parla così tanto delle ultime elezioni in Turchia
Cronaca 08 Giugno 2015 ore 15:23

Per un sogno che si infrange un altro si realizza. Stiamo parlando dell’esito del voto alle elezioni parlamentari in Turchia del 7 giugno, dove per la prima volta da 13 anni a questa parte il partito Akp, il cui capofila è il presidente Recep Tayip Erdogan, non ha ottenuto la maggioranza. Sempre per la prima volta, il partito filocurdo Hdp è entrato in Parlamento, togliendo di fatto la maggioranza assoluta al partito di Erdogan. I curdi del Nord sono infatti riusciti a superare lo sbarramento del 10 percento, conquistando con il loro partito di area social-democratica il 12,9 percento dei consensi e 80 deputati eletti, molti dei quali saranno donne. A votare l’Hdp non sono stati solo i curdi, ma anche buona parte dei gruppi d’opposizione. L’affluenza alle urne è stata dell’86 percento, in linea con quanto avviene solitamente nel Paese. Il picco negli ultimi anni è stato registrato alle elezioni politiche del 2011, con l’87 percento.

 

Recep Tayyip Erdogan

 

L’Akp, Erdogan e l’ambizione del sistema presidenziale. L’Akp, che è l’acronimo del Partito Giustizia e Sviluppo, è un partito religioso a cui capo, oggi, c’è il primo ministro Ahmet Davutoglu. Resta il primo partito ma con una percentuale che non arriva al 41 percento e quindi senza i numeri per governare in solitaria. Son ben 9 i punti percentuali persi e 71 i deputati, arrivando così a quota 258 seggi su 550 complessivi. Per la prima volta in molti anni, l'Akp si è presentato alle urne senza il suo leader carismatico Erdogan. In teoria il presidente turco avrebbe dovuto rimanere neutrale, ma in più occasioni Erdogan aveva dichiarato di aspettarsi il 60 percento dei voti.

Il motivo è che quella soglia percentuale è quella utile alla convocazione di un referendum sul sistema politico del Paese. Erdogan da tempo non nasconde la volontà di dare una svolta presidenziale alla Turchia, mossa politica che porterebbe il Paese verso un potere totalitario, il suo. Anche e soprattutto per questo i numeri che le urne hanno restituito sono stati una vera batosta per Erdogan. Il presidente turco aveva pubblicamente dichiarato di non avere alcuna intenzione di essere un presidente simbolico come quelli prima di lui, aspirando invece a giocare un ruolo politico importante. Per riuscire nell’impresa, a suo parere, è necessario compiere una riforma costituzionale. Per farlo da solo, avrebbe avuto bisogno dell'appoggio di 330 seggi: questo è il numero utile per chiedere il referendum. Con 367 seggi, invece, avrebbe potuto oltrepassare il voto popolare ed emendare direttamente la costituzione. I risultati sono invece stati ben lontani dalle sue previsioni e aspirazioni.

I veri vincitori: l'Hdp. L’Hdp, ovvero il partito filocurdo, è nato lo scorso anno da una costola del Partito della Pace e Democrazia, anche detto Bdp. Prima di affermarsi come partito politico, ha sostenuto le note proteste di Gezi Park del 2013. Al suo vertice c’è Selhattin Demirtas, colui che viene oggi chiamato lo "Tsipras curdo" e che da molti viene considerato come unica vera opposizione allo strapotere dell’Akp. L’Hdp porta avanti un’agenda democratico-socialista, fortemente critica contro il capitalismo occidentale e contraria a ogni discriminazione di tipo religioso, razziale o di genere. È contrario anche all’introduzione dell’energia nucleare in Turchia.

 

Selahattin Demirtas

 

Selhattin Demirtas, il nuovo che avanza. Selhattin Demirtas ha 42 anni ed è il vincitore morale di queste elezioni. Già lo scorso agosto era sceso in campo per sfidare Erdogan alla presidenza. Il suo sogno politico è sempre stato quello di trasformare un partito regionale in una forza nazionale e ricoprire, come mediatore, un ruolo di primo piano nelle trattative per la pace in Kurdistan. La carriera di Demirtas è iniziata prestissimo – lui stesso dice di fare politica da 25 anni –, con le battaglie per i diritti del popolo curdo. È entrato ufficialmente sulla scena politica nel 2007, come membro del Partito della Società Democratica (Dtp), di sinistra e rappresentante della minoranza curda in Turchia. Il Dtp venne poi sciolto dalla Corte Costituzionale turca nel 2009 per legami con il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan di Ocalan, considerato un gruppo terrorista.

Ecologista convinto e paladino dei diritti mosessuali, Demirtas è stato anche presidente dell’Associazione per i diritti umani e ora promette di difendere i diritti non solo dei curdi, ma di tutti i turchi e degli altri gruppi etnici del Paese. La sua è una storia di battaglie civili portate avanti con convinzione negli anni e gode del favore di buona parte della sinistra turca; è un leader politico di razza, carismatico, ed è in possesso di una retorica assolutamente innovativa per la Turchia: è dotato di senso dell'umorismo e usa un linguaggio pacifico, rispettoso e tollerante nei confronti dei suoi avversari politici. Il suo primo commento all’esito del voto è stato: «La discussione sulla presidenza esecutiva e sulla "dittatura" di Erdogan è finita con queste elezioni. Con questo voto hanno vinto coloro che stanno dalla parte della giustizia, della libertà, della pace e dell'indipendenza. Curdi, armeni, turchi, aleviti, sunniti, cristiani: hanno vinto tutti coloro che si sono sentiti esclusi. Hanno vinto gli emarginati, i disoccupati, coloro che hanno dovuto soffrire per vivere e coloro che hanno sofferto il fascismo del colpo di Stato. È una vittoria per le donne che hanno sostenuto il nostro partito».

4 foto Sfoglia la gallery

Il sistema parlamentare turco e il futuro prossimo. Il Parlamento turco conta 550 membri eletti per quattro anni con un sistema proporzionale, costruito su indicazione della giunta militare dopo il colpo di Stato del 1980 proprio con l'intento di impedire ai curdi di entrare in Parlamento. Un sistema che, come spesso è stato denunciato, favorisce i grandi partiti a danno dei piccoli. Il potere è detenuto dal premier e il ruolo del presidente della Repubblica è puramente simbolico, o almeno così dovrebbe essere. Di fatto, però, c'è Erdogan.

A darsi battaglia alle elezioni del 7 giugno sono stati 150 candidati indipendenti e 20 partiti politici. Oltre all’Akp e all’Hdp, che rispettivamente hanno conquistato il 40,8 percento e il 12,9 percento, il Partito Repubblicano del Popolo (Chp) ha raccolto il 25,1 percento dei voti e il nazionalista Mhp il 16,4 percento. Con questo risultato elettorale, Erdogan e i Kemalisti (così vengono chiamati gli elettori del Chp), per poter restare saldi al potere, saranno costretti a dare vita a un Governo di coalizione. Rimane da capire con chi. Intanto corrono già le voci di nuove elezioni anticipate.