Ne chiudono 31 a settimana

Perché spariscono i pub inglesi

Perché spariscono i pub inglesi
14 Agosto 2014 ore 08:50

Ha trasformato casa sua in un pub, ospitando bicchieri e spine in ogni dove e aprendo le porte del suo soggiorno ad ospiti ogni giorno nuovi. Per questo Richard Hoult è stato premiato dalla Camra, associazione che tutela le public house e le birre britanniche: la sua scelta è andata in controtendenza in un mercato che avverte sempre di più la crisi. Anzi, l’uomo si è mosso proprio per far fronte a questa crisi del settore: a Lilbourne, nord dell’Inghilterra, il pub del paese aveva chiuso e tanti suoi compaesani erano rimasti senza un luogo dove potersi incontrare.  «Si vedeva il cuore della comunità sminuito, e andava perdendosi la vicinanza tra gli abitanti del villaggio».

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Ne chiudono 31 alla settimana. Ma, nell’Inghilterra del 2014, la storia di Mr Hoult è – appunto – una mosca bianca, circondata da una morìa diffusa di pub, sempre più stretti nella morsa della recessione: ne chiudono 31 alla settimana, dicono i numeri diffusi proprio in questi giorni dalla Camra, l’associazione di volontariato del Regno Unito che ha lo scopo di promuovere la birra tradizionale. Un’enormità se si pensa che, 12 mesi fa, la media di attività sospese era soltanto di 5 ogni 7 giorni. A influire, la semplicità con cui la legge inglese permette di dare nuova destinazione a un immobile, consentendo così di trasformare le birrerie, a volte senza bisogno di autorizzazioni, in abitazioni private o mini market.

A guardare le cifre più a fondo, si scopre però che la crisi del settore non è nuova, ma è cominciata almeno 6 anni fa: dal 2008 a oggi più di 7mila public house hanno dovuto chiudere, con picchi, nei primi 6 mesi del 2009, di 52 locali alla settimana. Sullo sfondo, un crollo del consumo di birra legato alla crisi economica, attestato al 23 percento in 10 anni, e in parallelo l’aumento delle tasse governative sul consumo dell’alcool, schizzate a un più 40 percento dal 2008 a oggi.

Le cordate popolari per salvarli. Non è, naturalmente, lieta la reazione del popolo inglese, che da sempre individua nel pub un ambiente popolare, molto di più di un semplice bar dove andare a bere una birra una volta ogni tanto: per la cultura anglosassone sono, prima di tutto, public house (case di tutti), punti di aggregazione dove si trova una comunità e la gente si incontra quando ha tempo libero, a fine lavoro o alla sera guardando una partita di calcio.

Qualche locale si è salvato grazie a cordate popolari: la Ivy House di Londra, ad esempio, è stato inclusa nell’Asset of Community Value, una legge che permette ai cittadini di acquistare all’asta edifici dall’alto valore sociale per la comunità. Più sfortunati sono stati, invece, altri posti come lo storico londinese King of Bohemia, diventato negozio per vestiti, o l’Old White Pub, che aveva clienti come Liam Gallagher, Elizabeth Taylor e Richard Burton.

La fame di case londinese non aiuta. D’altronde, la capitale inglese vive anche una necessità inversa: la fame di case. Qui i pub diventati abitazioni private sono centinaia, circa il 3 percento del totale, più tanti altri diventati minimarket o uffici. Il tutto senza alcun tipo di richiesta, mancanza che lascia le comunità locali prive di potere per poter salvare le loro birrerie. «I pub popolari e redditizi sono lasciati scoperti dai buchi della legge inglese sulla programmazione», è l’allarme di Tom Stainer, capo ufficio stampa di Camra, «I pub diventano sempre più un obbiettivo di chi vuole trarre vantaggio dall’assenza di un adeguato controllo sulle pianificazioni».

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