140 capi di stato presenti, ma non Cina e India

Perché al vertice sul clima non si è deciso niente di nuovo

Perché al vertice sul clima non si è deciso niente di nuovo
24 Settembre 2014 ore 12:03

Tutti ne hanno parlato. Addirittura, domenica 21 settembre, 300 mila persone hanno marciato per le strade di New York e altre 700 mila lo hanno fatto in diverse città del mondo (a Roma erano solo 26 persone), con l’intento di dare un segnale ai potenti e chiedere azioni concrete. Tutto questo per il Climate Summit 2014, il vertice mondiale sul clima tenutosi martedì 23 settembre nella Grande Mela. 140 capi di Stato e di governo si sono riuniti al Palazzo di Vetro dell’Onu per programmare i passi futuri dell’umanità contro il riscaldamento globale. Promotore di questo vertice informale è stato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, che ha partecipato anche alla People’s Climate March tenutasi domenica e ha poi aperto il Climate Summit, con un discorso che si può riassumere in una delle frasi più ad effetto da lui pronunciate: «Non siamo qui per parlare, siamo qui per cambiare la storia».

Un lungo cammino iniziato a Kyoto. Per comprendere cosa sia stato questo vertice internazionale che ha calamitato l’attenzione dei media mondiali, bisogna partire da lontano. Precisamente da Kyoto, anno 1997, quando venne firmato il noto Protocollo di Kyoto, il primo storico accordo internazionale sul clima. Nel 2020 scadrà e la politica mondiale si sta muovendo per dare vita ad un nuovo accordo, più evoluto e, possibilmente, più completo. Il Protocollo di Kyoto, infatti, non vedeva come parti né la Cina né l’India, ovvero due dei Paesi attualmente più inquinanti. Allora, il poco onorevole primato di Stato più inquinante era detenuto dagli Stati Uniti, che, nonostante le pressioni ricevute, non ratificò mai l’accordo, continuando per la sua strada e dando poca importanza al tema del clima e del surriscaldamento globale. In questi 17 anni tutto è cambiato: la comunità americana è diventata molto più sensibile al tema, come dimostra il fatto che nel programma dello stesso Barak Obama fosse dedicato molto spazio all’ambiente. Ban Ki-Moon ha voluto fortemente questo summit in modo tale da iniziare già oggi i negoziati che, in poco più di un anno, dovranno produrre un nuovo accordo globale, da ratificare alla prossima conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici (Cop21), che si terrà a Parigi nel dicembre 2015.

Evitare un nuovo fallimento. Parigi sarà, verosimilmente, una delle ultime possibilità per raggiungere un nuovo accordo prima della scadenza del Protocollo di Kyoto. Ancora fresco nella memoria è il totale fallimento della Cop15, la conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici tenutasi a Copenhagen nel 2009 e in cui, nonostante i tanti proclami (anche dell’allora neo inquilino alla Casa Bianca Obama), non fu presa alcuna decisione, anzi, vennero a galla molte diversità di vedute tra Stati. Oggi, 5 anni dopo, pare esserci una nuova consapevolezza, dovuta anche all’aumentare degli eventi catastrofici che hanno colpito il nostro Pianeta e agli allarmi sempre più insistenti di scienziati e geologi. Nonostante i proclami, che si erano già sentiti prima del vertice di Copenhagen, solamente a Parigi si potrà valutare concretamente le buone intenzioni di tutti. Ma Ban Ki-Moon, memore del fallimento del 2009, ha voluto fare “le prove” con questo summit, in cui spera di aver anticipato di molto i tempi delle trattative. Purtroppo si è dovuta constatare l’assenza di Cina e India, i due Paesi oggi responsabili di oltre un terzo delle emissioni di CO2 globali. I rispettivi capi di Stato, Xi Jinping e Narendra Modi, da tempo si dicono restii ad accettare delle imposizioni dalle Nazioni Unite che andrebbero a ricadere sulla loro politica economica e industriale.

L’importanza del tema. I leader mondiali, però, sono sempre più consapevoli della necessità di trovare dei punti d’incontro. L’ultimo rapporto Ipcc (Intergovernal panel on climate change), ha focalizzato l’obiettivo che il Pianeta deve perseguire da qui al 2100: contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i 2 gradi centigradi, soglia minima per non compromettere irreparabilmente la nostra sopravvivenza. Gli interventi devono essere tempestivi, perché nel 2030 il tempo a disposizione per ridurre le emissioni potrebbe scadere. Il vero problema è superare l’apparentemente dicotomia economia-salvaguardia del clima, anche se, proprio per smentire questo argomento, al Climate Summit 2014 sono stati presentati due rapporti, tesi entrambi a dimostrare la possibilità di strutturare programmi economici di crescita senza intaccare gli equilibrio climatici: quello della Global Commission on the Economy and Climate, intitolato Better growth, better climate, e quello curato dalle grandi organizzazioni ambientaliste, intitolato Paris 2015: getting a global agreement on climate change.

 

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«Il tempo di rispondere alla più grande sfida dell’umanità è ora. Vi preghiamo di affrontarla con coraggio, e con trasparenza»: così ha chiuso il suo intervento al summit Leonardo Di Caprio, chiamato a rappresentanza della popolazione che chiede ai governi di cambiare realmente registro. Ma fino a Parigi 2015 bisognerà avere pazienza.

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