A metà luglio i risultati

Perché il voto in Libia ci riguarda da vicino

Perché il voto in Libia ci riguarda da vicino
24 Giugno 2014 ore 16:10

A due anni dalle prime elezioni dell’era post Gheddafi, la Libia è tornata alle urne. Si tratta di un voto importante per la stabilità della regione e per far uscire il Paese da una crisi profonda che lo ha investito dalla caduta del Rais. Per i risultati definitivi si dovrà attendere la metà di luglio. Si può però dire che, per ora, a vincere è stato il boicottaggio. Sul milione e mezzo di persone registrate nelle liste elettorali, che già sono le metà degli aventi diritto, hanno votato in 630 mila. Le urne si sono aperte, e chiuse, in un contesto di violenze tribali e scontri tra le milizie islamiste e gli ufficiali del generale Khalifa Haftar. Fonti ospedaliere riferiscono che è di 7 soldati morti e 53 feriti il bilancio degli scontri di mercoledì 25 giugno a Bengasi. È stata uccisa anche la più nota degli attivisti per i diritti umani, l’avvocato Salwa Bugaighs, colei che è sempre stata in prima linea nella difesa dei prigionieri politici sotto il regime di Gheddafi. Era tra gli tra gli organizzatori delle manifestazioni a Bengasi del 17 febbraio 2011, che hanno innescato la miccia della rivoluzione. Alla caduta del Rais, Bugaighs era entrata a far parte del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), che aveva tra gli altri il compito di organizzare libere elezioni.

 

La mappa delle milizie in Libia

 

Il contesto politico.

Il 7 luglio 2012 si è votato per la prima volta dopo 42 anni di dittatura. Vi hanno concorso 2500 candidati e 140 partiti registrati, anche se le formazioni politiche sono state più di 350. Anche la Fratellanza Musulmana e le altre forze islamiste, da sempre estromesse dalla vita politica-istituzionale libica, hanno preso parte alle prime elezioni libere nazionali. Ne è uscita una vittoria della coalizione laica guidata da Mohmud Jibril, già premier ad interim del Cnt, che però ha dovuto convivere con gli islamisti della Fratellanza Musulmana. Questa convivenza non sempre è stata facile, e la crisi politica che ne è scaturita ha paralizzato il paese. A maggio 2013 è stata introdotta la legge sull’isolamento politico, sostenuta dai Fratelli Musulmani, che prevede l’esclusione dalla politica per i prossimi 10 anni dei vecchi funzionari del regime di Gheddafi. Quattro sono i premier che si sono succeduti in poco più di un anno. In questo quadro in cui il grande assente è lo Stato e la sua leadership, si aggiunge la componente degli ex ribelli che si rifiutano di consegnare le armi. In loro possesso ci sono, da circa un anno, i pozzi petroliferi dell’est del Paese. Sulla scena politica si è affacciato l’ex generale Khalifa Haftar, sostenuto dall’Occidente, molto amico della CIA ed ex amico di Gheddafi, che sta conducendo una campagna di cancellazione delle forze islamiste soprattutto in Cirenaica, denominata “Operazione Dignità”, dichiarando di voler rispondere all’appello del popolo a sradicare il terrorismo in Libia. Per evitare ulteriori spaccature e settarismi politici, e per non replicare il caos che si è verificato con il voto del 2012, alle elezioni si sono presentati solo candidati indipendenti, che non rappresentano alcun partito politico. In tutto sono 1714, di cui 152 donne.

 

Il gasdotto greenstream che collega le coste libiche con la Sicilia.

 

Perché ci riguarda.

Quello libico è un voto che ci tocca da vicino, prima di tutto perché la Libia è il primo paese per riserve di petrolio dell’Africa. Il nuovo Parlamento, oltre ai combattimenti che infuriano a Bengasi, dovrà affrontare il blocco della produzione di petrolio in corso da undici mesi, che è costato al paese 30 miliardi di dollari. L’Eni è presente in Libia dal 1969 ed è l’azienda petrolifera più importante nel Paese. Nel 2010 aveva un produzione di 522 mila barili di petrolio al giorno; dopo la rivoluzione si è registrato un calo di 270mila barili giornalieri. Il 20,8% del petrolio importato in Italia proviene dalla Libia, e il 23% delle esportazioni totali di petrolio libico arriva da noi. Per quanto riguarda il metano, poi, i 520 chilometri del gasdotto GreenStream, che collega le coste libiche con la Sicilia, ha la capacità di trasportare circa 9 miliardi di metri cubi di gas naturale. Una ulteriore instabilità nel Paese non gioverebbe di certo alla nostra economia, per non parlare della vicinanza geografica tra le coste libiche e le nostre. Violenze, torture e violazioni di diritti umani porterebbero a un aumento di persone che scappano dalla loro terra in balia di scafisti disumani. Il primo approdo sono le spiagge siciliane.

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