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Una sonda sbarca sulla cometa ed è la prima volta nella storia

Una sonda sbarca sulla cometa ed è la prima volta nella storia
11 Novembre 2014 ore 13:00

Il 2 marzo 2004 è stata lanciata nello spazio dal razzo europeo Ariane 5 e ha viaggiato per dieci anni, gran parte dei quali trascorsi dormendo. All’inizio del 2014 si è svegliata, per essere vigile durante le manovre di avvicinamento alla cometa 67 P/ Churjumov-Gerasimenko, il corpo celeste per cui è stata creata e che si trova a 510 milioni di chilometri da noi. Stiamo parlando, l’avrete già capito, della storia incredibile del satellite Rosetta e di Philae, il suo lander. Quest’estate sono arrivate vicinissimo alla cometa e si sono fatte, per così dire, le presentazioni. Da allora, il satellite ha volteggiato nell’orbita del 67 P/ Churjumov-Gerasimenko e ha scattato fotografie che sono state inviate regolarmente sulla Terra; ha continuato a farlo fino a oggi, data fissata per un’operazione molto importante.

Il modulo di atterraggio Philae si è sganciato da Rosetta alle 9,35, ora italiana, e continua a comunicare regolarmente con la sonda. Alle 17,00 si posizionerà sulla superficie della cometa. Utilizzando una trivella di perforazione, preleverà campioni di materia rocciosa, li analizzerà in loco e trasmetterà i dati agli astrofisici. I ricercatori sperano infatti di capire qualcosa di più sulle origini della vita, studiando le eventuali tracce di amminoacidi presenti nel suolo della cometa. Piergiovanni Magnani, responsabile della trivella per conto di Finmeccanica-Selex ES, ricorda che il progetto è nato nel 1997 ed è stato portato a compimento nel giro di tre anni.

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«La grande sfida tecnologica è stata di realizzare, in soli tre anni, un sistema di trivellazione che dovrà operare su un nucleo cometario, a meno 160 gradi centigradi, in ambiente ostile e sconosciuto. La punta della trivella potrà perforare il suolo fino a 25 centimetri di profondità». Bruno Gardini, che è stato Project Manager della missione Rosetta per l’ESA fin dall’inizio del progetto, ha aggiunto: «Durante queste fase e a questa distanza” “la cometa non è ancora attiva. In pratica, non ha ancora la coda luminosa che contraddistingue le comete. Il nucleo e’ praticamente una palla di neve molto fredda ricoperta di terriccio, per cui è possibile atterrare con maggiore sicurezza. Scientificamente é poi molto importante che le analisi vengano fatte su materiale non ancora modificato dalla luce solare».

Philae dovrà tuttavia superare alcune difficoltà, come le asperità della superficie cometaria e la debolissima forza di gravità. Per evitare che la sonda venga sbalzata via, i suoi realizzatori l’hanno fornita di tre piedi con altrettante viti che dovrebbero ancorarla al suolo. Fondamentale è stato il contributo fornito al progetto dalla scienza e tecnologia italiana. La sonda Rosetta è stata integrata e assemblata a Torino da Thales Alenia Space, e a bordo vi sono molti apparati realizzati da centri di ricerca coordinati dall’Agenzia Spaziale Italiana. Anche il nome “Philae” del modulo di atterraggio è tutto italiano. È stato assegnato da una ragazza milanese, Serena Vismara, dopo un concorso indetto dall’ESA. Philae è il nome dell’isola del Nilo dove si erge il tempio di Iside, la divinità egiziana della Luna.

 

[Questo video fa parte di una serie realizzata da coconutsciencelab.com]

 

Storie di satelliti e comete. La famiglia di satelliti esploratori a cui appartiene Rosetta vanta tra i suoi capostipiti niente meno che Giotto, il dispositivo spaziale costruito per studiare la cometa Halley. La scelta del nome non è casuale e non è il frutto della passione artistica di qualche eccentrico scienziato. Secondo la storica dell’arte Roberta Olson, infatti, il pittore italiano avrebbe dipinto la cometa Halley nell’Adorazione dei Magi, appartenente al ciclo di affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova. Studiata per la prima volta nel XVII secolo dall’astronomo che la battezzò, Halley presenta una periodicità di 76 anni: in altre parole, ogni 76 anni torna a salutare il pianeta Terra. L’ultima volta che passò dalle nostre parti fu nel 1986. Per l’occasione, l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, lanciò nello spazio la sonda Giotto, che attraversò la chioma di Halley (l’alone di luce che costituisce la “capigliatura” delle comete), passando a circa 600 chilometri dal nucleo. Trasmise alla Terra importanti informazioni, come la massa e la composizione della polvere cometaria, dati sull’interazione con il vento solare e le variazioni indotte nel campo magnetico, la temperatura della chioma e della coda. Giotto ha anche trasmesso una serie di splendide immagini che una speciale telecamera ha inviato al centro di Darmstad, in Germania. 

Il successore di Giotto fu la sonda Stardust, costruita dalla NASA e mandato nello spazio il 7 febbraio 1999. La sua meta era la cometa Wild 2, da cui ha raccolto molecole e frammenti, grazie ad uno speciale materiale a bassissima densità, l’aerogel. I campioni sono stati spediti alla Terra grazie a una capsula, giunta a destinazione nel gennaio 2006 e portata al Johnson Space center. Minuscole parti dei campioni sono state poi mandate nei laboratori di tutto il mondo, compresa l’Italia. Durante le sue peregrinazioni spaziali, Stardust si è anche imbattuta nella cometa Tempel 1, il 14 febbraio 2011. Ma questa è già un’altra storia: Tempel 1 sarebbe infatti diventata la cometa di Deep Impact, la sonda della NASA lanciata nel 2005 e la prima costruita per studiare la composizione dell’interno di una cometa.

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