Alfano: l'Italia e Roma sono un obiettivo

Il piano di Obama contro l’Isis

Nel corso di una informativa alla Camera, Il ministro dell'Interno Angelino Alfano, ha definito l'Isis: «Una minaccia senza precedenti alla sicurezza globale» e ha messo in guardia: «L'Italia e Roma come culla della cristianità, sono un obiettivo «non secondario, anche se al momento non ci sono «evidenze investigative di progettualità terroristiche nel nostro Paese».

Il piano di Obama contro l’Isis
10 Settembre 2014 ore 11:30

La guerra all’Isis durerà almeno tre anni e terminerà quando l’America avrà un nuovo Presidente. Il piano nei dettagli sarà illustrato dal presidente Usa Barack Obama nel corso del discorso alla nazione alla vigilia degli attentati dell’11 settembre. La Casa Bianca, però, ha già fatto sapere che nessuna truppa americana di terra verrà inviata in Iraq: l’Isis verrà combattuto a suon di raid aerei e azioni di supporto a curdi e iracheni. Niente a che vedere, quindi, con quanto già compiuto in Iraq dagli americani dal 2003, dal momento che non esiste una minaccia diretta per gli Stati Uniti. «Le truppe sul campo devono essere irachene» afferma Obama in un’intervista al programma della Nbc Meet the Press, perché «non avrebbe senso che gli Stati Uniti occupassero Paesi in giro per il Medio Oriente. Non avremmo nemmeno le risorse per farlo».

Il New York Times, citando fonti americane, fornisce qualche anticipazione sulla strategia anti-Isis che sta per essere illustrata all’America e al mondo intero. Una campagna in tre fasi per «indebolire e infine distruggere» le forze jihadiste in Iraq e in Siria, affiancata da un’offensiva militare e politica. La prima fase, quella dei raid aerei (finora 145) è già in atto. La seconda partirà quando l’Iraq formerà un nuovo governo e si concentrerà sull’addestramento e sull’equipaggiamento delle forze militari irachene, dei combattenti curdi e forse anche di alcuni gruppi sunniti. Un governo, quello iracheno, che è stato approvato lunedì sera dal parlamento. Il premier è lo sciita moderato Haidar al-Abadi, che ha l’obiettivo di unire tutte le forze del Paese contro i militanti dello Stato islamico. Alcuni ministeri chiave come quello degli Interni e della Difesa rimangono vuoti, ma Abadi ha promesso che saranno riempiti entro una settimana. La vera sfida per il nuovo primo ministro è quella di riunificare il Paese nella sua componente sociale, pesantemente distrutta dall’avanzata del fondamentalismo sunnita, alimentato in questi anni anche da una politica accusata di essere troppo filo-sciita dell’ex premier al-Maliki. La fase finale della guerra all’Isis è quella della distruzione dell’esercito islamico nei suoi santuari siriani, e potrebbe non essere completata prima dell’avvento della prossima amministrazione americana.

L’appello alla grande coalizione per sconfiggere il jihadismo, di cui si è parlato nel corso del vertice Nato in Galles, intanto ha sempre più sostenitori. Sarebbero già 40 i Paesi aderenti, secondo quanto riferito dal Dipartimento di Stato americano, aggiungendo che il segretario John Kerry mercoledì incontrerà i ministri degli Esteri dei Paesi arabi in Arabia Saudita per estendere la coalizione anti-Isis. All’incontro, che si terrà nel porto saudita di Gedda e proseguirà fino a giovedì, partecipano gli emissari di Egitto, Giordania e sei Paesi arabi, tra cui l’Iraq. Ci sarà anche il Libano.

L’Italia è uno dei dieci paesi che ha aderito da subito alla coalizione, e per questo parte del cosiddetto “core-coalition”. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha ribadito che l’Italia armerà i curdi. Ha però anche precisato: «Nel caso i nostri aerei dovessero intervenire in Iraq per impedire che qualcuno spari su qualcun altro, non avrei problemi a dire che quello va fatto, sarebbe un’azione militare, che bisognerebbe avere il coraggio di fare».

In questa grande coalizione anti-jihadista che sta prendendo forma, ogni Paese avrà un suo preciso compito, come bloccare i flussi di denaro che finanziano l’Isis o il flusso di militanti stranieri (americani o europei) che si uniscono alla jihad. Un ruolo molto importante ce l’avrà la Turchia, Paese da cui transita la maggior parte dei Foreign Fighters che si arruolano tra le fila dell’Isis. Per questo motivo gli Usa premono su Ankara perchè ponga fine alle “autostrade della jihad”, come riferisce la stampa turca in seguito alla visita del segretario americano alla difesa Chuck Hagel. Hagel avrebbe chiesto uno stop al flusso di combattenti che arrivano dall’estero e attraversano il confine turco e l’uso della base aerea di Incirlik.

L’alleanza contro il Califfato è benvista anche dai musulmani sunniti, almeno da quelli egiziani. Il Gran Mufti d’Egitto, Chawqi Allam, una delle massime autorità musulmane sunnite, si è espresso sulle azioni degli jhadisti dell’Isis, comprese le profanazioni di mausolei sacri e tombe dei profeti: «Non hanno nulla a che fare con l’Islam o ogni altra religione».

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