Discrepanza formazione-impiego

Poveri laureati italiani, pochi e sempre meno valorizzati

Poveri laureati italiani, pochi e sempre meno valorizzati
Cronaca 06 Ottobre 2017 ore 09:20

«Solo il 20 per cento degli italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato rispetto alla media Ocse del 30 per cento». Lo ha reso noto il Rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico pubblicato ieri. L’Italia infatti conta solo 26 dottori ogni cento cittadini tra i 30 e i 34 anni. Peggio, tra tutti i Paesi membri della Ue, fa solo la Romania (25,6 per cento). Nel 2016, la percentuale di laureati tra le persone tra i 30 e i 34 anni è cresciuta in tutta l’Unione (arrivando al 39,1 per cento), rispetto al 2002.

 

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La laurea che non serve. Niente di nuovo, intendiamoci. La ritrosia degli italiani alla laurea è dettata da motivi ben noti e sotto un certo profilo anche ragionevoli. Ad esempio il Rapporto mette in luce il fatto che l'Italia è l'unico Paese del G7 in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine. In sostanza, la maggior parte dei laureati finisce con il fare lavori per i quali avere o non avere la laurea non cambia le cose. Naturale che una persona prima di imbarcarsi in un curriculum di studi che ha anche dei costi abbia qualche tentennamento e spesso decida di percorrere altre strade. Come se non bastasse, il Rapporto rileva che «il livello dei salari in Italia è spesso correlato all'età e all’esperienza del lavoratore piuttosto che alla performance individuale, caratteristica che disincentiva nei dipendenti un uso intensivo delle competenze sul posto di lavoro».

 

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La discrepanza col mondo del lavoro. È come se ci fosse una discrepanza tra mondo produttivo e mondo dell’università. Quest’ultima non riesce ad allinearsi con le mansioni di cui l’industria ha bisogno. Ma anche le imprese hanno le loro responsabilità, dato che la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese. Il risultato è che quando lo studente incassa la sua laurea vive l’esperienza che gli inglesi chiamano skills mismatch, e che in italiano si potrebbe tradurre con “dialogo tra sordi”, dove i due potenziali interlocutori sono il lavoratore e il posto di lavoro. Verrebbe da dire che i laureati italiani siano fin troppi rispetto a quello che il Paese chiede ai propri giovani: lavori di cura, assistenza e baby-sitting, servizi, ristorazione, addetti alle vendite, apprendisti, operai non qualificati, operatori telefonici, consegne a domicilio...

 

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Cervelli in fuga e percorsi troppo lunghi. Del resto se, come dice l’Ocse, i laureati sono troppo pochi, come mai devono emigrare all’estero ogni anno in un numero così imponente? La percentuale di laureati tra i nuovi emigrati raggiunge l’89,5 per cento, tra cui ci sono anche quelli che possiedono titoli post università. Solo nel 2016 se ne sono andati 34mila laureati. Probabilmente c’è un equivoco di fondo che ha fatto dell’università italiana in molti casi un grande parcheggio generazionale, in particolare dopo che la riforma ha portato tutti i percorsi a cinque anni con la tappa intermedia a tre anni, che sostanzialmente non serve a nessuno. In quasi tutti i Paesi le lauree che non richiedono alla fine esami di Stato hanno percorsi più brevi, che poi possono essere integrate con master di durata variabile, ma già molto mirati rispetto al progetto di lavoro, o alle richieste del mercato.