Separati in palazzo

La questione Prefettura e Provincia Una convivenza assai problematica

La questione Prefettura e Provincia Una convivenza assai problematica
Cronaca 04 Febbraio 2017 ore 08:30
Fotografie ©BergamoPost/Devid Rotasperti

 

Un paio di settimane fa, il presidente della Provincia Matteo Rossi ha scritto una lettera al neo ministro dell’Interno Marco Minniti per invitarlo a trovare una nuova sede cittadina, «altrettanto prestigiosa», per la Prefettura, con cui condivide il palazzo di via Tasso. Il motivo di questa richiesta è una coabitazione «sempre più problematica». Dopo oltre un secolo, dunque, i rapporti di buon vicinato tra prefetto e il numero uno dell’ente locale – che sarebbe dovuto sparire ma che invece c’è ancora – non sono più idilliaci. Ufficialmente, si starebbe parlando soltanto di due concezioni opposte: quella di Rossi, che vorrebbe aprire il palazzo alla gente, e quella del prefetto, che mette davanti a tutto la sicurezza.

Il prefetto e la fobia della sicurezza. Ufficiosamente, invece, pare che a far perdere la pazienza al numero uno di via Tasso sia stata l’ossessione (più che la preoccupazione) per la sicurezza della dottoressa Tiziana Costantino. Chi la mattina passa per via Camozzi, ad esempio, si sarà accorto delle code che si creano davanti ai parcheggi della Provincia. Il motivo? Pare che il prefetto abbia chiesto che il cancello non rimanga aperto tra le 7.30 e le 9 (come succedeva abitualmente), ma venga aperto e chiuso di volta in volta. Risultato: il cancello s’è rotto. Informata della cosa, Costantino avrebbe colto la palla al balzo per chiedere che l’attuale motorino di apertura del cancello venga sostituito con uno più veloce. A quanto pare anche pochi secondi possono fare la differenza e l’attenzione non è mai troppo alta.

 

 

Lo dimostra il grande dispiegamento di forze voluto dal prefetto in occasione di una piccola manifestazione di una dozzina di operai tenutasi un paio di settimane fa in via Tasso. A controllare che la protesta non si trasformasse in un assalto al palazzo c’erano, riferiscono dei testimoni, numerosi agenti in tenuta antisommossa e alcune camionette. I soliti bene informati spiegano anche come il prefetto sia rimasta particolarmente stizzita dalla volta in cui è stata disturbata dalle bande invitate a suonare nel cortile della Provincia (erano le dieci circa di un sabato mattina); così come, si dice, non le sia piaciuto trovarsi gli invitati del primo matrimonio celebrato in Provincia che vagavano per i corridoi alla ricerca della stanza dove sarebbe stato pronunciato il fatidico “sì ”.

Queste spiacevoli situazioni hanno portato il prefetto a convocare Rossi nei suoi uffici (pare alla presenza di tutte le massime autorità della sicurezza cittadina, a partire dal questore) per richiedere un ulteriore aumento delle misure di sicurezza: identificazione di ogni soggetto che entra nel palazzo, comunicazione delle targhe delle auto che accedono a cortile e parcheggi e condivisione dell’agenda del presidente della Provincia così che la Prefettura sia a conoscenza di chi viene e chi va. Proprio quest’ultima richiesta avrebbe convinto il numero uno di via Tasso a scrivere al ministro.

 

 

La prefettura è in ritardo con l’affitto. Anche perché, e qui arriviamo al vero nocciolo della questione, la Prefettura è costantemente in ritardo con il pagamento dell’affitto. Il palazzo di via Tasso, infatti, è di proprietà della Provincia, la quale affitta l’intera ala orientale all’organo periferico del ministero dell’Interno. Si tratta di 2.400 metri quadrati comprendenti anche un appartamento di cinquecento metri quadrati per il prefetto e una stanza adibita a ospitare il Presidente della Repubblica in occasione di visite ufficiali, sistemazione che poco più di un mese fa Sergio Mattarella ha elegantemente snobbato preferendogli l’hotel Relais San Lorenzo in Città Alta. Tutto questo, naturalmente, ha un costo: 500mila euro l’anno. Soldi che però non si sa mai quando e se arrivano. Il ritardo dei pagamenti da parte della Prefettura è, ormai, una questione endemica a Bergamo.

È dai tempi della presidenza Bettoni, infatti, che la Provincia tenta, inutilmente, di farsi pagare per tempo. Bettoni arrivò addirittura a presentare istanza di sfratto, ma gli ufficiali giudiziari non si sono mai visti. Il testimone di questa crociata passò poi nelle mani di Ettore Pirovano, il quale optò per una strada più sbrigativa che portò almeno alla liberazione di alcuni uffici che la Prefettura non usava più da tempo. I pagamenti, però, continuavano ad arrivare a singhiozzo.

 

 

Il canone di affitto ridicolo. Ora è Matteo Rossi a doversela vedere con il rispettabile vicino. A inizio 2016, l’attuale presidente della Provincia è riuscito a incassare gli arretrati soltanto dopo aver inviato apposita richiesta con lettera raccomandata (anticamera dell’istanza di sfratto), ma il problema è anche un altro: i 500mila euro l’anno sono, dati catastali alla mano, un canone irrisorio per la grandezza e il prestigio della sede. Un canone che, tra l’altro, è frutto di un accordo siglato nel 2009 tra Provincia e Prefettura, ma mai approvato formalmente dal ministero. Questa irregolarità non permette a Rossi di adeguare il canone ai valori Istat e, soprattutto, mantiene in vigore davanti alla legge (quella che devono seguire i cittadini e che dovrebbe essere uguale per tutti) l’ultimo contratto di locazione approvato dal ministero, datato 1989.

La domanda, allora, sorge spontanea: ma se, invece della Prefettura, protagonista di questa vicenda fosse stata una persona normale, quali sarebbero state le conseguenze?

 

 

Nota: pronto, c’è il prefetto? Dopo aver deciso di trattare il delicato tema del rapporto tra Provincia e Prefettura, mi son subito adoperato per ottenere un’intervista con il prefetto Tiziana Costantino. Il primo contatto è stato il pomeriggio di venerdì 20 gennaio, una settimana prima dell’uscita del giornale. Alle ore 16, però, al numero di telefono indicato sul sito del ministero dell’Interno non rispondeva nessuno. Consapevole di aver davanti il weekend, ho tentato la via della mail. Nella tarda mattinata di lunedì, non avendo ricevuto ancora alcuna risposta, ho chiamato di nuovo. Dopo svariati squilli, finalmente rispondono. Il centralino mi passa la segreteria del prefetto. Gentilmente, mi spiegano che gli piacerebbe poter prima visionare il giornale. Mi offro di portare una copia, che tre ore dopo consegno all’agente di guardia. Martedì chiamo nuovamente. Questa volta al centralino rispondono lesti, ma è la segreteria a non alzare la cornetta. Ritento nel pomeriggio e, dopo un breve intervallo musicale, riesco a parlare nuovamente con la segreteria del prefetto. Mi spiegano che, purtroppo, «la dottoressa è molto impegnata per la Giornata della Memoria». Tento di elemosinare anche pochi minuti e strappo un educato «le faremo sapere». Mercoledì: ci riprovo. Alle 11.45, dopo l’oramai noto intervallo musicale, l’educata signora, riconoscendo la mia voce e nascondendo il comprensibile fastidio che deve aver provato nel sentirmi per l’ennesima volta, mi spiega che il prefetto avrebbe deciso in giornata. Purtroppo pare non abbia trovato tempo. Naturalmente restiamo a disposizione per una sua replica.

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