"Il fatto non sussiste"

Assoluzione piena in appello per Berlusconi al Processo Ruby

Assoluzione piena in appello per Berlusconi al Processo Ruby
17 Luglio 2014 ore 09:46

Assoluzione piena. Dopo tre ore di camera di consiglio, la seconda Corte d’appello di Milano, presieduta dal giudice Enrico Tranfa, ha stabilito la non colpevolezza di Silvio Berlusconi nel cosiddetto “processo Ruby”. Il leader di Forza Italia ed ex premier il 24 giugno 2013 era stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione per concussione per costrizione, più uno per prostituzione minorile, e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Il ribaltamento della sentenza di primo grado è stato totale: Berlusconi è stato assolto dal reato di concussione «perché il fatto non sussiste», e dall’accusa di induzione alla prostituzione minorile «perché il fatto non costituisce reato». Entro novanta giorni saranno depositate le motivazioni. L’avvocato Franco Coppi, che insieme a Filippo Dinacci ha difeso l’ex premier, ha dichiarato: «È una sentenza che va oltre le più rosee previsioni. Si è preso atto che non esistono le prove dell’esistenza del reato». La procura generale, che in aula aveva chiesto la conferma integrale della condanna in primo grado, farà presumibilmente ricorso in Cassazione.

Informato dell’assoluzione, Berlusconi si è detto «commosso». «L’accusa era ingiusta e infamante – ha commentato l’ex premier -. La maggioranza dei magistrati merita un pensiero di rispetto, perché fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli. Il primo pensiero è per i miei cari, che hanno sofferto anni di aggressioni». «Da oggi – ha concluso l’ex premier – possiamo andare avanti con più serenità». Da parte sua Ruby ha fatto sapere di essere «felicissima»

Berlusconi era accusato di avere avuto rapporti sessuali a pagamento con Karima el Marough, detta “Ruby”, benché fosse consapevole che era minorenne, e anche di aver chiamato la Questura di Milano abusando della sua qualità di presidente del Consiglio per indurre i poliziotti ad affidare la ragazza – trattenuta per un sospetto furto – a Nicole Minetti, all’epoca consigliera regionale del PdL in Lombardia e sua amica personale.

Nel chiedere la conferma in appello della sentenza, l’accusa era partita dalla ricostruzione della notte tra il 27 e il 28 maggio del 2010 in Questura a Milano. Secondo il procuratore generale De Petris, Berlusconi avrebbe fatto pressioni sul capo di Gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, e di conseguenza sul funzionario Giorgia Iafrate, ordinando loro, attraverso una “minaccia implicita”, di consegnare la ragazza a Nicole Minetti. Quanto al reato di prostituzione minorile, per l’accusa “era certa l’attività di meretricio della minorenne”. La difesa di Berlusconi, invece, ha chiesto l’assoluzione per insussistenza dei fatti contestati puntando su una serie di tecnicismi processuali, tra cui l’inutilizzabilità delle intercettazioni. Nei confronti di Ostuni, sempre secondo la difesa, Berlusconi non avrebbe impartito nessun ordine, ma ci fu solo una “sollecitazione”. Ostuni avrebbe agito solo perché spinto da timore reverenziale. Quanto a Ruby, inoltre, la giovane marocchina ha sempre negato di aver fatto sesso con Berlusconi, che da parte sua sarebbe sempre stato convinto della maggiore età della ragazza e che fosse effettivamente imparentata con l’ex presidente egiziano Mubarak.

La Corte d’appello ha accolto in toto le tesi della difesa.

Per gli stessi fatti, un anno fa e sempre in primo grado, in un processo separato noto come “Ruby bis”, Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti erano stati condannati per induzione e sfruttamento della prostituzione. Mora e Fede a 7 anni e all’interdizione perpetua dei pubblici uffici, Minetti a 5 anni di reclusione e 5 di interdizione.

Silvio Berlusconi sta scontando un anno in affidamento ai servizi sociali presso l’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, per la frode fiscale sui diritti televisivi Mediaset. Sul suo capo pendono ancora due incognite giudiziarie: il rinvio a giudizio chiesto nei giorni scorsi dalla procura di Bari nell’ambito dell’inchiesta sulle escort a Palazzo Grazioli e, a Milano, l’iscrizione nel registro degli indagati per corruzione in atti giudiziari nell’ambito dell’inchiesta “Rubi ter”. L’accusa dei magistrati del capoluogo lombardo riguarda la presunta corruzione dei testimoni (con relative false testimonianze) nel processo Ruby.

LE TAPPE DELLA VICENDA RUBY

26 ottobre 2010. La stampa parla per la prima volta dell’inchiesta che coinvolge l’allora primo ministro Silvio Berlusconi. I capi d’accusa sono concussione e prostituzione minorile. Al centro della vicenda c’è Karima El Mahroug, in arte Ruby, minorenne, fermata per furto il 27 maggio e consegnata dalla Questura di Milano al consigliere regionale Nicole Minetti dopo una telefonata del premier, che sostiene si tratti della nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. È Ruby a rompere il silenzio con i magistrati sulle “cene eleganti” ad Arcore e a parlare di “bunga bunga”.

15 febbraio 2011. Il gip di Milano Cristina Di Censo rinvia a giudizio Berlusconi con rito immediato, il 6 aprile inizia il processo davanti ai giudici della quarta sezione penale di Milano. Folla di giornalisti stranieri e grande dispiegamento di forze dell’ordine per la prima udienza. Berlusconi è assente e nessuno si costituisce parte civile contro il premier.

19 ottobre 2012. Berlusconi si difende in aula con dichiarazioni spontanee e parla di una «mostruosa operazione di diffamazione internazionale per me e per le mie ospiti». In una cena ad Arcore, sostiene il premier, Ruby «attirò l’attenzione dicendo di essere egiziana, figlia di una cantante appartenente a una facoltosa famiglia imparentata con Mubarak. Di avere 24 anni e di essere stata cacciata da casa dal padre perché voleva convertirsi alla religione cattolica». Con lei, aggiunse il premier, non ci sono «mai state scene di natura sessuale» e la telefonata in Questura è stata fatta «solo per evitare un incidente diplomatico».

4 marzo 2013. Il pm Antonio Sangermano nella requisitoria parla di «collaudato sistema prostitutivo» di cui «Karima è parte integrante». Secondo il rappresentante dell’accusa, ad Arcore va in scena «un mercimonio del corpo lesivo della dignità delle donne».

13 maggio 2013. Ilda Boccassini chiede sei anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Berlusconi. Bocassini dichiara che «Non vi è dubbio che Karima abbia fatto sesso con l’imputato e che ne abbia ricevuto dei benefici». «Tutti gli elementi – aggiunge – danno la certezza che è intervenuto abusando della sua qualifica di presidente del Consiglio per sottrarre la minore dalla Questura ed evitare che lei potesse svelare» fatti e retroscena per lui scomodi.

3 giugno 2013. Nell’arringa, i difensori di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo, chiedono l’assoluzione del loro assistito «perché il fatto non sussiste: sono 50 i testimoni che dicono tutti le stesse cose su quanto accadeva ad Arcore, il resto è fantasia».

24 giugno 2013. I giudici della quarta sezione penale condannano Berlusconi a sette anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. L’ex premier è colpevole di concussione per costrizione e per il reato di prostituzione minorile. Il verdetto è superiore alla richiesta dell’accusa.

20 giugno 2014. Inizia davanti ai giudici della seconda Corte d’Appello di Milano il processo di secondo grado.

11 luglio 2014. ll procuratore generale Piero De Petris chiede la conferma della condanna a 7 anni per Berlusconi perché non c’è «ragione alcuna» per concedergli le attenuanti generiche sia «per i fatti di reato contestati, sia per il complessivo comportamento tenuto dall’imputato». Secondo De Petris l’ex premier ha avuto rapporti sessuali con Ruby, era consapevole della sua minore età e la telefonata in Questura è un «abuso colossale» con un’«inequivoca portata intimidatoria».

15 luglio 2014. La difesa di Berlusconi, rappresentata da Franco Coppi e Filippo Dinacci, sostiene che «nessun ordine» è stato impartito dall’ex premier, «nessun vincolo costrittivo» c’è stato verso gli uomini della Questura, nessuna prova di rapporti sessuali tra Karima e l’ex premier, né certezza che conoscesse la sua minore età. «Noi reclamiamo una sentenza di assoluzione per insussistenza del fatto».

18 luglio 2014. Il processo d’appello cavovolge la sentenza di primo grado. L’ex premier è assolto.

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