Cronaca
Da un articolo di Time

Quei discorsi, non solo americani che hanno cambiato il mondo

Quei discorsi, non solo americani che hanno cambiato il mondo
Cronaca 31 Dicembre 2014 ore 01:00

Time Magazine ha redatto una lista di 11 discorsi che - a giudizio della redazione - avrebbero cambiato il mondo negli ultimi due secoli. L’idea - si ammette - non è nata in casa Time: è frutto di una collaborazione con History News Network, che per prima ha pubblicato il post, o articolo che si voglia chiamare.

A beneficio del lettore si avvisa che l’elenco include FDR, MLK and JFK. Decrittato: Franklin Delano Roosvelt, - l’amatissimo ricostruttore della nazione dopo la crisi del ’29 -; Martin Luther King - il suo discorso «I have a dream…» (Ho sognato che…) fu per la popolazione di colore come la voce di Dio che ordinava a Mosè di condurre i suoi fuori dall’Egitto; John Fitzgerald Kennedy, il Presidente della Nuova Frontiera e dell’assalto allo spazio.

Tra gli altri statunitensi: il solito Lincoln, il presidente Woodrow Wilson che lanciò l’idea della Società delle Nazioni; Ronald Reagan che a Berlino urlò a Gorbaciov di tirare giù il muro; e il primo in ordine di tempo, tale Frederick Douglass, che parlò dell’ipocrisia della schiavitù in America.

I soli stranieri (cioè non statunitensi) citati sono il primo ministro inglese Winston Churchill; Jawaharlal Nehru, primo capo di governo dell’India indipendente; e Nelson Mandela, che non ha bisogno di presentazioni. Una sola donna: Susan B. Anthony, che lottò per i diritti delle donne.

Quella tendenza americana. Gli Americani, scrisse una volta sul NY Times un arguto ebreo commentatore di cose di laggiù, si sentono non al centro del mondo, ma semplicemente il mondo. La squadra che vince il campionato di basket statunitense, per loro, è semplicemente la squadra campione dell’universo. E così un po’ per tutto. Se ne ha la conferma scorrendo altre classifiche statunitensi dei 10, 25 o 100 discorsi che hanno cambiato il mondo a partire non si dice dalla preistoria, ma quasi. I non-americani (Socrate, Pericle, Budda, Gesù Cristo, Demostene e Cicerone) riescono a ritirarsi un loro spazio esclusivamente perché nessuno l’aveva ancora scoperto, il Nuovo Continente. Dopo di che uno che non sia anglofono stenta a trovare un posto. Deve arrancare parecchio prima di raggiungere la cima dell’Olimpo.

Nella Top 100 di Wikipedia in inglese non compare, ad esempio, il celeberrimo appello agli eroi della Santa Russia «I nostri grandi antenati») con cui il georgiano Iosif Vissarionovič Džugašvili (Stalin) il 7 novembre del 1941, sulla Piazza Rossa risollevò l’animo dei cittadini prostrati dalla cosiddetta Grande Guerra Patriottica. Proprio lui che aveva distrutto le chiese, incarcerato i credenti di tutte le fedi, finito di estirpare la nobiltà bianca. Si capisce che agli americani Stalin non piaccia, però quando si fa una classifica di qualcosa che interessa il mondo, certi spigoli andrebbero smussati a beneficio dell’oggettività storica. Nessuno che legga quell’intervento tenuto in occasione dell’anniversario della terribile Rivoluzione d’Ottobre può evitarsi di pensare che grondi di ipocrisia da tutte le parti, ma visto nei suoi effetti non si può certo dire che non abbia cambiato il mondo.

A proposito di «Cambiare il mondo». Colpisce anche, in questa classifica di Time, il fatto che tutti i discorsi richiamati abbiano un contenuto eminentemente politico. «Cambiare il mondo» sembra voler dire essenzialmente «imprimere una direzione alla storia politica delle nazioni» (e soprattutto a una di esse). Il Guardian, tempo addietro, si era dimostrato più largo nella considerazione delle azioni verbali che hanno modificato la storia: aveva inserito - ad esempio - un intervento della scrittrice inglese Virginia Woolf, nel quale l’autrice di Al faro e di Mrs Dalloway raccontava cosa potesse significare, per una donna del suo tempo, sentirsi «sorella di Shakespeare». Nessuno è partito per la guerra, dopo quel discorso, ma il mondo della letteratura femminile non è stato più lo stesso.

Invece, quando i redattori di una classifica made in USA si allargano a considerazioni sotto le quali non si è costretti ad avvertire né il rombo dei cannoni né gli urli delle sirene della polizia ecco che affiorano i campioni dello sport. Il più citato, nelle varie Top 10 o analoghe, è il campione di baseball Lou Gehrig per il suo saluto d’addio alle gare, una volta scopertosi affetto dal morbo che ancor oggi porta il suo nome. È un discorso molto toccante, ma non risulta che abbia cambiato il mondo.

L’altro non-politico delle classifiche yankee è lo scrittore William Faulker, per il discorso tenuto in occasione del conferimento del Nobel. Anche questo: è interessante da sentire (molto interessante, soprattutto per chi ami Faulkner; ma non solo) ma non si può certo dire che da allora la Terra giri più in fretta.

E gli italiani? Di italiani, in questo mondo di primi, secondi e ultimi non c’è traccia alcuna. Come se una volta passati dal latino al volgare avessero cessato di esistere. Eppure alcuni interventi di gente nostra - magari un po’ improvvisati - una piccola variazione al mondo l’hanno certamente impressa: pensiamo se non altro a quello di un prete bergamasco poi diventato papa che parlò della luna e invitò i genitori presenti in piazza a dare una carezza ai loro bambini, una volta tornati a casa. Come se non esistesse.

Eppure anche noi abbiamo avuto discorsi memorabili. Ad esempio, alla vigilia delle elezioni del 1882, l’8 ottobre, l’onorevole Agostino Depretis, al suo quarto mandato di governo, affermò in un comizio nella sua città (Stradella, nell’Oltrepò pavese, quella della fisarmonica famosa) che non si poteva respingere un deputato o un senatore di altro schieramento che volesse partecipare alla maggioranza: se «vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se […] vuole trasformarsi e diventare progressista», perché dirgli di no? E l’allora capo della Destra, Marco Minghetti, disse che anche lui pensava la stessa cosa. Definite superate le differenze ideologiche fra Destra e Sinistra risorgimentali, nel Discorso di Stradella per antonomasia (perché ce ne furono altri, ma questo è il più famoso) Depretis formulò l’ipotesi che potessero nascere maggioranze parlamentari più solide e compatte delle precedenti, fondate sulla convergenza delle componenti moderate dei due vecchi schieramenti. Qualcosa, in quel momento cambiò. Il trasformismo divenne dottrina ufficiale del governo. Fu dopo, a distanza di anni, che tutto si fermò da capo. Come un vecchio disco segnato, che continui a ripetere, ripetere, ripetere.