Ne sentivamo la mancanza

A proposito della bega furibonda fra il De Luca e la Rosy Bindi

A proposito della bega furibonda fra il De Luca e la Rosy Bindi
Cronaca 03 Giugno 2015 ore 12:32

Ci mancava solo  il civile scambio di opinioni fra la presidente della commissione antimafia senatrice Rosy Bindi e l’ex sindaco di Salerno e neo governatore della Campania Vincenzo De Luca. Ne sentivamo proprio la mancanza. La legge cosiddetta Severino non era ancora stata esplorata in tutte le sue potenzialità e quindi è in qualche modo giusto che questo caso ne permetta un approfondimento sereno e pacato come quello cui stiamo assistendo fiduciosi.

Il fatto è noto nei suoi contorni: la mattina dopo la vittoria in Campania il De Luca si presenta in procura per depositare una querela nei confronti della Bindi. Reati ipotizzati: diffamazione, attentato ai diritti politici costituzionali, abuso d’ufficio. Questo perché venerdì scorso, poche ore prima che scattasse il silenzio elettorale - e quindi senza che ai destinatari fosse concesso diritto di replica - il De Luca aveva trovato il proprio nome (e quello di altri 15 candidati, dei quali 11 in Campania e 4 in Puglia) inserito nella lista dei cosiddetti impresentabili stilata dalla presidente dell’antimafia. La quale non si è fatta attendere: «Quella di De Luca è una denuncia priva di ogni fondamento, un atto puramente strumentale, che ha scopi diversi da quelli che persegue la giustizia e che pertanto non mi crea alcuna preoccupazione».

Il Paese poteva rimanere tranquillo in attesa degli esiti del processo se sulla vicenda non fosse intervenuto il presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone che, intervistato da Repubblica ha sostenuto almeno tre cose: che la legge Severino è passibile di interpretazione e miglioramento; che la Bindi - e glielo aveva già riconosciuto - stava facendo molto bene il suo lavoro; ma che in questa vicenda degli impresentabili aveva commesso, second lui (e certo, secondo chi altro, visto che l’intervistato era lui?) «un grave passo falso, un errore istituzionale».

Ed è questo appunto l’aspetto preoccupante dell’intera faccenda. Che ancora una volta siamo messi davanti al fatto - sempre più sconcertante - non di persone che violino deliberatamente le leggi, ma di leggi e istituzioni che o sono sbagliate, o sono dichiarate anticostituzionali dopo anni dall'entrate in vigore, o sono applicate da persone che non le capiscono, o da soggetti che non sarebbero autorizzati a mandarle ad effetto, o che sono dette legittime e sacrosante dall’una istituzione ma incerte fino ad essere inapplicabili dalle concorrenti.

 

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Dopo l’azione di De Luca altri candidati esclusi dall’esercizio del diritto di voto passivo a causa dell’intervento della Bindi depositeranno contro di lei le loro denunce, al pari di coloro che - tutt’altro campo - aumenteranno il carico di lavoro dei tribunali per vedersi riconosciuto il mancato scatto di pensione dopo che la Corte Costituzionale ne ha dichiarato illegittimo il fermo operato dal governo Monti. Il primo di questi ricorrenti ha già vinto la sua causa e ha già fatto in tempo a sentirsi dire dall’INPS che si scordi pure il risarcimento. Ma il Codacons pensa già ad una Class Action. Se la Corte Costituzionale si è pronunciata con 6 voti a favore e 6 contro il provvedimento - che è prevalso soltanto perché il presidente dispone di due voti - significa che siamo di fronte a una legge radicalmente malfatta e/o che il rapporto fra leggi e Costituzione è messo peggio di quelli in cui il marito finisce poi per uccidere moglie e figli. Di inappellabile, in Italia, c’è solo il TAR del Lazio. Tutto il resto, legge compresa, non solo è vario e fluido, ma ha anche la caratteristica dei botti inesplosi che ad un certo punto, come li tocchi, ti portano via un occhio o le dita di una mano.

 

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Coloro - sembra sempre meno numerosi, vista l’affluenza alle urne - che seguono le vicende politiche, hanno visto nello scontro Bindi-De Luca un riflesso di quello interno al partito di Renzi fra il segretario - e premier - e la vecchia guardia. Altri intellettuali e politici più attenti alle vicende di mafia e camorra vi hanno intravisto la mano della malavita organizzata che non vuol darsi per sconfitta. Noi cittadini assorti e pensosi non abbiamo invece potuto fare a meno di rilevare, ancora una volta, che in questo Paese non è la deliberata violazione delle leggi da parte di tante persone il male peggiore. Non sono le mafie e l’evasione fiscale. Il cancro peggiore è dato dal fatto che non siamo più sicuri - nessuno è più sicuro - che chi deve fare le leggi sappia anche farle e che chi deve farle applicare sappia poi maneggiarle o abbia realmente titolo a farle applicare. L’altro giorno è capitato che Gherardo Colombo - del pool di Mani Pulite, come si ricorderà - a proposito di un qualche fatto recente si è trovato a elogiare - fare attenzione! - il famigerato Codice Rocco, il codice fascista tante volte vituperato, riconoscendo che però Rocco le leggi sapeva come si fanno. Se lo dice Gherardo Colombo, c’è da credergli.

Noi invece non siamo più sicuri che sia così. Non ci sentiamo insicuri solo perché rubano nelle nostre case, scippano le vecchiette e consentono ai Rom di portar via il rame dai cantieri. Siamo insicuri perché è la legge stessa che si rivela ogni giorno che passa più illegale. Siamo insicuri perché chi dovrebbe farla applicare si trova a non poterlo fare, ancor prima di non saperlo fare. Una faccenda davvero brutta.