«L'avanzata è stata fermata»

A che punto è la guerra all’Isis

A che punto è la guerra all’Isis
09 Dicembre 2014 ore 07:15

Lo Stato Islamico è sempre più isolato, anche a causa delle spaccature che si sono create al suo interno. In Siria le divergenze tra miliziani dell’Isis e gli altri jihadisti, quelli di Al Nusra, stanno assumendo sempre di più i contorni di una vera e propria guerra settaria.

Anche l’Iran ha confermato gli attacchi contro le postazioni dello Stato Islamico in Iraq. Teheran ha fatto sapere che i raid sono stati condotti su richiesta di Baghdad e senza alcun coordinamento con gli Stati Uniti. Il presidente iraniano Hasan Rohani, infatti, fin dall’inizio della minaccia jihadista ha espresso pieno sostegno alle autorità irachene (anch’esse sciite in un Paese a maggioranza sunnita), nella lotta ai terroristi. Già lo scorso giugno Rohani aveva dichiarato che l’Iran non avrebbe permesso «che i sostenitori del terrorismo destabilizzassero l’Iraq».

Nei giorni scorsi, è arrivata l’eco del vice ministro degli Esteri iraniano Ebrahim Rahimpour, che in un’intervista al Guardian ha precisato che, in generale, ogni operazione militare per aiutare il governo iracheno segue una sua richiesta e che l’Iran non permetterà che l’Iraq scenda al livello della Siria, dove agiscono poteri stranieri.

La Seconda fase della guerra all’Isis. La lotta all’Isis è entrata nelle cosiddetta “seconda fase”. Quando il presidente Usa Barack Obama a settembre illustrò le strategie per debellare la minaccia terroristica islamista, disse che le fasi da affrontare sarebbero state tre e in tutto ci sarebbero voluti almeno tre anni.

La prima tappa consisteva nei raid aerei della coalizione internazionale, che avrebbero sganciato bombe sulle principali postazioni dei miliziani in Iraq e Siria. Un comunicato congiunto, diramato la settimana scorsa da parte dei 60 Paesi aderenti alla coalizione riunitisi a Bruxelles, ha fatto sapere che «l’avanzata dell’Isis in Iraq e in Siria è stata fermata». Ci si riferisce in particolare alla città curdo siriana di Kobane, dove i peshmerga e i raid aerei sono riusciti a ribaltare la critica situazione di assedio durata oltre un mese.

Un altro obiettivo della prima fase della lotta all’Isis era la costituzione di un governo iracheno «inclusivo e credibile», che fosse capace di portare il Paese fuori dalla crisi istituzionale. Su questo si dovrà fare ancora un bel po’ di strada, dal momento che la corruzione nell’esercito e le lotte settarie tra sciiti e sunniti impediscono la ricostruzione di un tessuto sociale e la creazione di un’istituzione forte. Un’indagine interna del governo ha svelato l’esistenza di 50mila soldati fantasma: persone a cui viene regolarmente erogato lo stipendio ma che in realtà sono disertori o morti. I soldi a loro destinati vengono girati sui conti correnti di ufficiali corrotti. E proprio su questo punto si gioca la seconda fase della guerra al terrorismo: quella dell’addestramento delle truppe di terra irachene e curde, che potrebbero dare la sferzata finale ai miliziani del califfo al Baghdadi.

Vista la difficoltà di creare truppe ben addestrate, gli aerei di Teheran sono stati, anche se indirettamente, di forte aiuto alla coalizione capeggiata dagli Stati Uniti. Per proseguire nella lotta, la prossima settimana in America verrà votata la legge sulla difesa 2015: una manovra da 5 miliardi di dollari, di cui 1,6 miliardi destinati a un programma di formazione ed equipaggiamento di militari iracheni e curdi per due anni. 500 milioni di dollari andranno anche per il riarmo della frangia “moderata” dei ribelli siriani, che riceveranno altresì un addestramento supplementare da parte dalle forze militari statunitensi dopo esser stati sottoposti a test psicologici. La coalizione ha iniziato ad agire da meno di tre mesi e, stando a quanto afferma il segretario di Stato americano John Kerry, ci sono stati «progressi significativi». Nonostante questo, sempre secondo Kerry, «resta da fare un duro lavoro», soprattutto perché le azioni militari non bastano: «Va colpita l’ ideologia».

Condanna da parte dei grandi dell’Islam. La condanna senza se e senza ma da parte dei vertici islamici sunniti dell’ideologia che sta dietro il sedicente Stato Islamico è davvero un fatto storico. Il grande imam di Al Azhar, Ahmed al Tayyeb (in foto), ha guidato una conferenza su estremismo e terrorismo, organizzata il 3 e 4 dicembre dall’università di Al Azhar, al Cairo. Un convegno internazionale, organizzato presso il più importante centro teologico dell’islam sunnita, a cui hanno partecipato 700 studiosi e rappresentanti di istituzioni politiche, sociali e religiose provenienti da 120 Paesi, per riflettere sulla questione del rapporto tra mondo islamico ed estremismo.

Al Tayyeb ha denunciato i «crimini barbari e terribili che stanno deturpando questa religione», e ha chiesto alla coalizione internazionale di «ricorrere a tutte le sue energie materiali e morali per sradicare questo terrorismo, in tutte le sue manifestazioni, dottrine e scuole, e di affrontare i Paesi che lo sostengono».

Nel documento di sintesi diffuso al termine della due giorni sono contenuti importanti riferimenti anche ai Cristiani del Medio Oriente. «Assalire i cristiani e i credenti di altre religioni per falsa religiosità rappresenta un tradimento degli autentici insegnamenti dell’islam», hanno detto i grandi dell’islam, e nel testo pervenuto all’agenzia Fides si legge: «Noi incoraggiamo i cristiani a rimanere radicati nelle loro terre d’origine, e a resistere a questa ondata di terrorismo che tutti noi stiamo soffrendo». Un documento molto apprezzato anche dalla Santa Sede, che per bocca del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, esprime il riconoscimento della Chiesa cattolica: «Non si può essere ingenui nel dialogo interreligioso ma non vedo altra possibilità che fare ogni sforzo per tendere una mano. La speranza è che la grazia illumini i cuori anche dei più violenti», che le religioni «giungano attraverso il dialogo a condannare insieme ogni abuso, conflitto o persecuzione di ogni credente».

Il problema dei droni e delle morti civili. Re Hussein II di Giordania l’ha definita la Terza Guerra Mondiale, tenendo conto del fatto che i raid aerei della coalizione in Iraq sono affiancati dai droni americani, che dal Pakistan allo Yemen, passando per la Somalia  già da anni sono impegnati in una vera e propria lotta al terrorismo mondiale.

A farne le spese, oltre ai terroristi, sono stati però anche migliaia di civili. L’Huffington Post nei giorni scorsi ha riportato una serie di dati, che nel corso degli ultimi anni sono stati divulgati dalle associazioni per la tutela dei diritti umani nell’ambito di studi condotti per testare le reale utilità dei droni. Non solo Amnesty International; a denunciare la quasi totale dipendenza dagli aerei senza pilota, soprattutto sotto la presidenza Obama, nella lotta al terrorismo globale, ci sono associazioni americane e inglesi, e anche una commissione indipendente di esperti, composta da ex alti funzionari del Pentagono e delle forze armate americane: tutti hanno sollevato dubbi sulla reale efficacia dei droni, che ucciderebbero i terroristi ma anche molti civili innocenti.

Nonostante i droni siano impiegati da dieci anni la guerra al terrorismo internazionale non è ancora stata vinta, e i gruppi armati si sono moltiplicati. Ci sono stime che affermano come a fronte di centinaia di raid siano rimasti uccisi altrettanti civili: la New American Foundation dice che le vittime totali si aggirerebbero tre i 1.963 e i 3.293, di loro tra i 261 e i 305 sarebbero civili; mentre secondo il Bureau of Investigave Journalism tra i 3.072 e i 4.756 morti, ci sarebbero tra 556 e 1.128 civili. Il fatto più tragico che ha riacceso le polemiche è stata la morte dell’ostaggio americano in Yemen, il reporter Luke Somers, morto durante un raid a opera di un drone volto alla liberazione. Insieme a lui sono state uccise altre 13 persone.

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