Protagonista è la Qatar Charity

Il Qatar all’arrembaggio della Sicilia

Il Qatar all’arrembaggio della Sicilia
Cronaca 23 Settembre 2014 ore 11:00

Il Qatar sta investendo molto, in Italia. Dopo Valentino, una catena di alberghi di lusso e l’ospedale di Olbia, lo sceicco Ali Bin Thamer Thani, a giugno, diceva di volere investire in Sicilia e nel resto dell’Italia. Ora la regina degli investimenti nell’isola sembra essere diventata l’organizzazione Qatar Charity. Con circa 11 milioni di riyal (più di due milioni di euro, suppergiù), intende realizzare centri islamici a Ispica, a Catania, a Messina e a Comiso. Un comunicato recente ha annunciato che «la Qatar Charity si sta attivando per finanziare altri sette centri islamici, con circa 17 milioni di riyal (tre milioni e mezzo di euro) in alcune città italiane, ovverosia: Mazara del Vallo, Palermo, Modica, Barcellona, Donnalucata, Scicli e Vittoria». Forse la situazione è un po’ sfuggita di mano (o forse no), da quando il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta aveva rilasciato, alla fine del 2013, un’intervista diffusa da Al Jazeera, in cui chiedeva al Qatar «di contribuire alla fondazione di un centro culturale islamico per accogliere i rifugiati che giungono all’isola di Lampedusa». La Qatar Charity, del resto, non è nuova a questo genere di investimenti. Aveva già finanziato, nell’ottobre 2013, un centro islamico a Colle Val d’Elsa in Toscana e a Ravenna.

 

Pearl-Qatar

 

Ma esattamente, questa Qatar Charity dal nome apparentemente rassicurante, che cos’è? Nel febbraio 2013 Foreign Policy ha pubblicato un articolo di Daveed Gartenstein-Ross e Aaron Y. Zelin in cui si legge che la Qatar Charity ha operato «nel Mali del Nord quando è stato invaso dai gruppi islamisti, compreso l’affiliato di Al Qaeda in Nord Africa. Questi jihadisti erano non solo ben armati, ma anche ben finanziati. […] Maliweb, una fonte indipendente di informazione sul Mali con base negli Stati Uniti, ha accusato la Qatar Charity di essere uno dei principali finanziatori dei ‘terroristi in Mali’. Anche se la Qatar Charity ha i propri difensori, il focus dei suoi sforzi umanitari e il modo in cui questi coincidevano con i tentativi degli islamisti per sostenere l’economia forniscono motivi per nutrire sospetti».

Il Qatar, inoltre, è in stretti rapporti con la cosiddetta Unione del Bene, che uno studio pubblicato nel gennaio 2009 dalla NEFA Foundation descriveva come una coalizione di associazioni caritative islamiche che «provvede sostegno finanziario sia alla infrastruttura ‘sociale’ di Hamas sia alle sue attività terroristiche. È presieduta dal leader della Fratellanza musulmana globale Yusuf Qaradawi e la maggior parte dei garanti e delle organizzazioni membro sono associati ai Fratelli musulmani». Nel 2002 l’Unione del bene è stata messa al bando da Israele e, nel 2008, gli Stati Uniti l’hanno definita come «un’organizzazione creata dalla leadership di Hamas per finanziare le proprie attività terroristiche».

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Suraj K. Sazawal, sul sito Charity and Society, ha ribattuto alle accuse di chi collega la Qatar Charity al terrorismo, affermando che, al contrario, «le organizzazioni caritative svolgono un ruolo prezioso nell’affrontare il terrorismo alla radice». Segnali incoraggianti, in questi senso, si sono registrati allorché il Qatar ha espulso alcuni affiliati al gruppo dei Fratelli Musulmani. Legata ad Hamas o meno, tuttavia, è certo che la presenza (e i soldi) di Qatar Charity non possono passare inosservati, nella piccola Sicilia.

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