Un miliardo solo per bombardare la Siria

Quanto stanno spendendo gli Usa per combattere l’Isis

Quanto stanno spendendo gli Usa per combattere l’Isis
02 Ottobre 2014 ore 16:40

Come se non bastassero le polemiche che da mesi scuotono la società americana sulla scottante questione delle guerre in Medio Oriente e mentre la gran parte dei cittadini statunitensi è stanca di vedere i propri ragazzi partire (e talvolta non tornare) per tentare di risolvere problemi altrui, a fomentare ulteriormente il malcontento popolare ci ha pensato un rapporto del Center for Strategic and Budgetary Assessments (CSBA). Il quale riferisce che, in questa prima settimana di bombardamenti sui territori della Siria, il governo Usa ha già speso una cifra molto prossima al miliardo di dollari; naturalmente, si tratta di soldi versati dai contribuenti, e, qualora i costi della guerra dovessero aumentare nei prossimi mesi, non è da escludere una maggiorazione fiscale a scapito dei cittadini.

Quanto hanno speso e quanto spenderanno. Oltre ad offrire i dati sulle spese già sostenute dal governo per la guerra all’Isis, l’istituto di ricerca ha anche azzardato alcune ipotesi circa i costi futuri. Ovviamente, tutto dipende dall’evoluzione che la situazione in Medio Oriente avrà: una prima stima conservativa, ovvero tarata sull’eventualità che le spese rimangano invariate in futuro, prevede costi pari a circa 200-300 milioni di dollari al mese. Il miliardo speso in questa prima settimana naturalmente non è del tutto indicativo, essendovi le spese di avvio di una guerra, che solitamente sono le più ingenti; ma, nonostante la significativa riduzione pronosticata, si tratterebbe comunque, nel complesso, di circa 3 miliardi e mezzo di dollari all’anno.

Provando ad essere leggermente più pessimisti e prendendo in considerazione una svolta aggravata della guerra e richiedente quindi maggiori finanziamenti, le stime lievitano notevolmente. Si tratterebbe di incrementare i numeri delle unità di terra e di intensificare le attività militari aeree; le attuali 2mila forze terrestri diverrebbero all’incirca 5mila, e, aggiungendo i costi di manutenzione e utilizzo degli aerei, le spese impennerebbero fino a 500 milioni di dollari al mese, 6 miliardi di dollari l’anno.

tabella previsione costi

Prendendo infine in considerazione una deriva pressoché apocalittica della guerra, il rapporto prevede un dispiegamento territoriale di 25mila unità e un’intensificazione massima dei raid aerei. Circostanze del genere imporrebbero una spesa di circa 1,5 miliardi di dollari mensili, portando quindi i costi annuali a quasi 20 miliardi.

Tutti questi calcoli portano in seno una variante fondamentale, ovvero quanto sarà significativa la partecipazione degli altri Stati, in particolare europei, alle operazioni militari. Ma considerando che, ad esempio, il 75 percento delle forze armate utilizzate in Afghanistan portavano (e portano tuttora) la divisa a stelle e strisce, si intuisce facilmente come il governo Usa debba con ogni probabilità prepararsi ad ingentissime spese militari, come d’altronde suggeriscono le esperienze belliche più recenti (i dieci anni di guerra in Iraq sono costati già 500 miliardi di dollari).

Le polemiche contro Obama. Da un punto di vista strettamente costituzionale, il governo degli Stati Uniti può autorizzare l’invio di forze militari all’estero solo previo consenso da parte del Congresso. Ad oggi però, esistono due eccezioni grazie alle quali il Presidente in carica ha la possibilità di deliberare autonomamente rispetto a decisioni del genere: in primo luogo, nel caso in cui sia necessario un intervento militare nei confronti di nazioni od organizzazioni legate agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001; in secondo luogo, per tutto ciò che concerne la guerra in Iraq. Ora, le operazioni belliche contro l’Isis non dovrebbero rientrare in nessuno di questi due casi; ma, nonostante questo e seppur il Congresso non si sia ancora espresso circa l’invio delle truppe in Medio Oriente, Obama ha comunque dato il via libera alle operazioni. È questo un aspetto che sta infiammando ulteriormente le polemiche da parte del Paese nei confronti del Presidente.

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