Stella: «Un cazzotto cementizio»

Quel cubo all’ingresso di Venezia E se a noi, metti caso, piacesse?

Quel cubo all’ingresso di Venezia E se a noi, metti caso, piacesse?
10 Agosto 2015 ore 17:13

E se a noi, metti caso, piacesse? Se non avessimo proprio nulla contro la nuova ala dell’Hotel Santa Chiara, sita in via Santa Croce 548 a Venezia, con affaccio sul Canal Grande? «Un cazzotto cementizio», uno «spropositato catafalco» secondo Gian Antonio Stella sul Corriere. Una vergogna che dovrebbe essere abbattuta «e la soprintendente che ha dato l’ok essere dimissionata all’istante» nei propositi di Vittorio Sgarbi.

 

costruzione nuova ala santa chiara

 

Il cubo, con la sua forma squadrata in pietra bianca e la sua imponenza – pure approvate dalla Soprintendente uscente ai Beni architettonici e Paesaggistici di Venezia, Renata Codello – cambia profondamente l’immagine e l’aspetto della porta di ingresso di Venezia. Amerigo Restucci, rettore di Architettura e storico dell’Architettura del paesaggio, aggiunge: «Ci toccherà tenercelo e forse bisognerebbe suggerire alla prossima Biennale Architettura l’idea di lanciare un concorso di idee tra giovani progettisti per chiedere come “mimetizzarlo”».

E poi Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo del Governo Renzi, dopo esserlo stata per il Governo Letta: «Mi farò dare il dossier dagli uffici locali, voglio sapere come si sono svolte le procedure; a prima vista trovo il manufatto del tutto incompatibile con la parte storica dell’hotel, non c’entra nulla con il contesto in cui si trova: ma il mio per il momento è soltanto un superficiale giudizio estetico. Approfondirò il percorso delle procedure per capirci di più e chiarire la situazione». A Natale 2016, magari. Riferisce Il Post:

[Già] Nel 2012 Gian Antonio Stella spiegava che la prima richiesta per un ampliamento dell’Hotel Santa Chiara è stata fatta nel 1957 e si è conclusa più di cinquant’anni più tardi, dopo che fu approvato un permesso che “consentiva una nuova volumetria per 9.885 metri cubi su una superficie di 659 metri quadrati”.

E l’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, che riferendosi alla tormentata storia del progetto ha ammesso: «Io ne avevo visto uno all’inizio che poi è stato cambiato. Di certo non può essere più brutto di quello di prima». E molti altri.

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Una gallery fotografica del quotidiano La Nuova – di Venezia e di Mestre – riporta diverse parodie del progetto presenti su Facebook.

Un edificio che non convince l’88 per cento (176 su 200) dei partecipanti al sondaggio online proposto dal Corriere del Veneto. Hanno risposto quelli cui non piaceva, par di capire.

Più articolata – enfin – la posizione di Caterina Porcellini su Artribune, che dopo un titolo interrogativo (“Affaire Hotel Santa Chiara. Ennesimo scempio a Venezia?”) e un sottotitolo che sembra lasciare pochi dubbi (“Lo scandaloso raddoppio dell’hotel Santa Chiara”) scrive: «Abbiamo visto circolare le prime immagini dell’Hotel Santa Chiara di Venezia, all’indomani del suo dibattuto ampliamento, prima ancora che l’attenzione mediatica raggiungesse il picco. Una volta ottenute delucidazioni, ci siamo trovati in una posizione imbarazzante: eravamo gli unici a pensare che l’intervento architettonico non fosse così male come lo dipingevano?» Probabilmente sì. Il che non toglie che la domanda fosse  perfettamente legittima e il giudizio che lasciava intendere condivisibile.

19 stanze, 16 posti auto nel parcheggio interrato (trovandosi vicino a Piazzale Roma e alla stazione di Santa Lucia, l’hotel è raggiungibile anche in auto), l’edificio verrà inaugurato nel settembre prossimo tra le polemiche, dunque. In cui non entreranno i tre progettisti – Antonio Gatto (ex presidente dell’Ordine degli architetti), Maurizio Varratta e Dario Lugato, anche Direttore dei lavori -, che hanno mostrato in vario modo di ritenere loro compito quello di costruire, non quello di giudicare.

 

modello santa chiara nuova ala

 

Il proprietario, Elio Dazzo, ha ricordato che il progetto iniziale era diverso da quello poi realizzato: «C’erano le formelle di vetro ma poi ci hanno detto di toglierle. Mi rendo conto che il risultato è un po’ d’impatto, certo, ma va capito. La Soprintendenza che l’aveva approvato poi ha chiesto che fosse tutto di marmo c’è stato un cambiamento in corso d’opera. Noi abbiamo soddisfatto le richieste».

Perché, a questo punto, ci sentiamo ancora di sostenere che il cubo – che non è un cubo – che amplierà il Santa Chiara non ci dispiace? Perché è una di quelle soluzioni architettoniche che hanno il pregio – alla lunga, non il giorno dell’inaugurazione o in quelli successivi – di scomparire, di sottrarsi all’attenzione distratta che caratterizza la visione dell’architettura da parte dei passanti. È un’architettura che non attira lo sguardo. Nonostante il suo volume, non appena la pietra si sarà assuefatta al clima, starà lì buona buona. Non c’è, né ci sarà, alcun bisogno di mimetizzarla: come certe farfalle che hanno fatto la fortuna di una valle di Rodi, si mimetizza da sé. Che altro modo si conosce, d’altronde, per consentire a un’architettura nuova di vivere a Venezia?

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