«Da noi la fede è coraggio»

Quel misterioso filo che lega Lallio e Betlemme (per davvero…)

Quel misterioso filo che lega Lallio e Betlemme (per davvero…)
24 Aprile 2019 ore 12:13

«Gli autori di questi affreschi passarono da Betlemme. Oppure qualcuno raccontò loro dei dettagli molto precisi. Primo indizio: guardate questo quadro centrale, rappresenta le nozze mistiche di Santa Caterina d’Alessandria con Gesù. Ebbene, la chiesa dei frati a Betlemme, vicino alla Natività, è proprio dedicata a Santa Caterina perché è vicino alla grotta che Santa Caterina ha avuto il suo sposalizio mistico. È molto raro trovare un dipinto simile: sul Sinai, al famoso santuario dedicato alla santa, è logico, ma a Lallio, in una piccola chiesa…».

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E il secondo indizio?

«Accanto a questo affresco ce n’è un altro, bellissimo, che ritrae San Gerolamo. San Gerolamo è uno che ha lasciato tutto ed è andato a vivere a Betlemme mille e seicento anni fa, in una grotta vicina a quella in cui è nato Gesù. Si è chiuso lì per fare una vita di penitenza e di meditazione e lì ha tradotto la Bibbia, per la prima volta in latino, nella lingua che la gente parlava…».

Santa Caterina e San Gerolamo. Poi?

«C’è un indizio ancora più forte. Guardate di fronte: quella che vedete rappresentata è la Madonna che allatta Gesù. Ebbene, a Betlemme c’è la grotta del latte, dove la tradizione dice che mentre la Vergine allattava suo figlio, dal seno cadde una goccia di latte e la roccia divenne tutta bianca. Dai primi secoli del cristianesimo le donne, soprattutto quelle che non riescono ad avere figli, venerano questo luogo; la polvere di questa roccia ingerita con un po’ di acqua è miracolosa. Io stesso conosco donne che grazie a questo luogo hanno avuto figli o sono guarite da malattie. Qui a Lallio, la Madonna del latte è rappresentata».

Tre indizi fanno una prova.

«Sì: chi ha dipinto questi affreschi o aveva visto Betlemme o ha avuto un legame con Betlemme».

Fra’ Emad Kàmel, francescano di 41 anni, è viceparroco di Santa Caterina a Betlemme e responsabile della pastorale giovanile della Custodia di Terra Santa.

Padre, ci dica qualcosa di lei.

«Vengo dall’Egitto, sono nato nella città di Minya, che dista tre ore da Il Cairo, verso Luxor e Assuan. Sono il primo di cinque figli, mio padre faceva il contadino, mia madre è casalinga. Dopo di me c’è una sorella sposata, un’altra sorella che si è fatta suora, un fratello sposato e l’ultimo che lavora all’università».

Minya è la città dei ventuno martiri copti decapitati in Libia dall’Isis sulla riva del mare. Le immagini di quell’orrore le abbiamo ancora presenti.

«Sì, la maggior parte di quegli uomini era della mia città. Erano in Libia a lavorare per mantenere le loro famiglie. Da noi in Egitto è così: quando ero piccolo, mio padre si trasferì in Iraq. Tornò quando si costruirono gli alberghi e i villaggi turistici di Sharm el Sheik».

Quella strage è stata definita «il più grande caso di martirio cristiano del nostro tempo».

«Quegli uomini con le tuniche arancioni non erano teologi o persone di cultura, erano persone semplici e quando i jihadisti chiesero loro di rinnegare Cristo mostrarono un amore enorme al Signore. Prima di essere sgozzati sussurravano: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”. Una preghiera molto profonda che neanche un frate come me può pensare di ripetere, io forse sarei scappato, invece loro con la forza e la grazia di Dio hanno offerto questa testimonianza al mondo».

Sono passati quattro anni da quei fatti e nei giorni scorsi a Baghouz, in Siria, è caduta l’ultima roccaforte dell’Isis.

«Io penso che sia difficile che l’Isis cada davvero perché non è solo una fortezza o un gruppo armato. L’Isis è un pensiero fanatico presente in tantissime teste. La mia famiglia l’ha sperimentato in Egitto quando sono andati al potere i Fratelli Musulmani. I nostri vicini di casa, che erano sempre stati buoni con noi cristiani, hanno improvvisamente cambiato atteggiamento e cominciato a dire che tutti avremmo dovuto diventare musulmani. L’Isis è nella testa di tanti che odiano i cristiani. L’Europa deve fare molta attenzione. I musulmani integralisti hanno sempre vissuto di battaglie e non si fermeranno».

A Betlemme, dove lei vive, la situazione è più tranquilla.

«Di buono c’è che la questione non si aggrava. Ma ciò che tante persone vivono è già grave di per sé. Il muro che separa Gerusalemme da Betlemme non è caduto ed ebrei e palestinesi non è che adesso vadano d’accordo. Non c’è libertà e ogni tanto si verificano scontri con morti».

E i cristiani in tutto questo?

«Vengono scacciati da tutte le parti e molti se ne vanno. Succede a volte che un musulmano arrogante venga e ti prenda il tuo terreno o la tua casa e tra i giovani islamici c’è molta maleducazione: vanno vicino alle chiese per disturbare le donne e le turiste, creando inutili tensioni. Due ragazzi hanno accoltellato un frate perché li ha cacciati dalla grotta del latte mentre disturbavano delle ragazze. Un altro ha sfregiato la faccia del sindaco, che è cristiano. Questo nonostante il fatto che la poca ricchezza e il lavoro che abbiamo sia in gran parte portata dai pellegrini e dai turisti».

 

 

E con gli ebrei?

«Gli ebrei sanno che i cristiani sono una minoranza di buona gente che non si permette di fare attentati. Per questo accade che ai check point verso di noi si mostrino meno inflessibili».

Quanti sono i cristiani a Betlemme?

«Seimila, di cui mille e cinquecento sono giovani. Poi ci sono seimila cristiani di altre confessioni e trentamila musulmani. In tante frazioni e paesi intorno non c’è più nessun cristiano. E stiamo parlando dei posti dove è nato il cristianesimo. Nazaret, che ha la parrocchia più numerosa, conta settemila cattolici, a Gerusalemme sono cinquemila».

Perché Dio tra tutti i Paesi del mondo ha scelto di nascere a Betlemme?

«Ho inventato una risposta: Betlemme significa “casa del pane” e Gesù ha detto di sé di essere il pane della vita. Quindi non poteva esserci un posto migliore».

E come c’è arrivato a Lallio il vice parroco di Betlemme?

«Perché Ruben Agazzi, un uomo di qui, una notte di Natale a Betlemme è venuto ad aiutarmi al campo dei pastori. Ci siamo capiti e si è creato subito un legame. Poi, quando sono stato ordinato sacerdote nel giugno 2016 lui ha preso l’aereo ed è venuto in Egitto: un segno molto grande. In quell’occasione ha conosciuto la mia famiglia e adesso, quando vengo in Italia, faccio sempre tappa da lui e ogni volta si allargano le conoscenze. Prima Ivano Gavazzi e sua moglie, poi un gruppo di giovani che con loro è venuto in Terra Santa, e infine i tanti pellegrini di Lallio».

A proposito di giovani, lei si è accorto che i nostri si tengono distanti dalla chiesa?

«Ho visto e “me duele”, come dicono gli spagnoli. Mi addolora».

E che cosa ne pensa?

«È una situazione difficile, da indagare a fondo. Ci sono giovani, cristiani di nome, che nel corpo della chiesa sono ormai una parte “morta”, che anzi danneggia. Prendono in giro la chiesa, i preti, il papa e addirittura Cristo. Forse con loro si deve avere una reazione sincera e affrontarli con un po’ di severità. Non dobbiamo temere che in questo modo li perderemo, perché li abbiamo già persi. Noi invece dobbiamo fare qualcosa per guadagnarli».

Che cosa?

«I giovani di oggi hanno bisogno di uno choc, di uno schiaffo. Ho visto alcuni ragazzi agire in maniera irrispettosa di fronte a un sacerdote e allora ho chiesto a quest’ultimo: “Perché permetti loro questo?”. La sua risposta è stata: “Perché se mi irrigidisco magari non vengono più”. Allora gli ho detto: “Ma non hai visto che sono già andati?”. Nell’Apocalisse Dio dice: poiché non sei né freddo né caldo io ti vomito dalla mia bocca. Una grande cifra dei nostri giovani sono tiepidi. Si dicono cristiani ma seguono il mondo. Allora bisogna dire le cose chiare: il nero è nero, il bianco è bianco. E questo sveglia in alcuni la domanda. I pochi che torneranno saranno meglio di tanti tiepidi».

Occorre severità?

«No, serve chiarezza. La fede è così, la vuoi o no? Non puoi essere cristiano e parlar sempre male della Chiesa».

Consiglierebbe ai ragazzi un viaggio a Betlemme?

«Sarebbe l’ideale, perché molte volte quello che non riusciamo dire a parole lo dicono i luoghi. Se incontrano i nostri ragazzi che ancora hanno un po’ di fede, il contagio sarà benefico. Noi dobbiamo proporre la fede in modo diverso, ma non nel modo che piace a loro. Andare a cercare quello che piace a loro ci ha portato fuori strada».

Lei che esperienza propone?

«In estate organizzo la marcia francescana, sono otto giorni duri. Ma ho verificato che quanto più sei esigente con i ragazzi, tanto più sono contenti e danno frutto. Appena arrivano faccio consegnare a tutti il cellulare e lo restituiamo solo mezz’ora dopo cena per permettere loro di salutare le famiglie. Per otto giorni non chattano e non mandano messaggi. Sa che cosa succede l’ultimo giorno?».

Che cosa succede?

«Che molti non vogliono riprendere il telefono in mano, perché hanno provato una libertà che da soli non avrebbero mai conosciuto. Ci svegliamo alle quattro del mattino e facciamo cinque o sei ore di cammino; nella prima ora il silenzio è assoluto: se cade un ago devono sentirlo tutti. Quando alla fine vengono dei giornalisti a intervistarli raccontano di essere stati felici perché non pensavano di avere tanta forza. Ogni volta che con un giovane alzi l’asticella, lui scopre dentro di sé ciò che Dio gli ha messo dentro al cuore».

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