I calciatori sono di origine palestinese

Quel pezzo di Palestina in Cile nel nome del pallone e della patria

Quel pezzo di Palestina in Cile nel nome del pallone e della patria
05 Dicembre 2014 ore 08:00

Al “Beit Jala Cafè”, piccolo locale situato nel mezzo di Patronato, uno dei quartieri più poveri della capitale cilena Santiago, fra un caffè e un pasticcino, ogni domenica si ritrovano decine di tifosi del Club Deportivo Palestino, una squadra militante nel campionato cileno ma fondata e costituita pressoché esclusivamente da giocatori di origine palestinese. Come ci si accomoda al bancone, basta guardarsi un attimo introno per notare subito che un pezzettino di Medio Oriente è stato trasportato in Sud America: le pareti sono infatti tappezzate di poster di Beit Jala, la città della Cisgiordania da cui molti arrivano, e il cibo offerto è appartenente esclusivamente alla cucina palestinese. Ad accumunare tutti, oltre naturalmente alle condivise origine geografiche, come si diceva, è la passione per una squadra di calcio che, dal 1920, infiamma i cuori sportivi (e non solo) dei tantissimi palestinesi presenti in Cile.

 

stemma

 

Il Paese sudamericano ospita la più grande comunità palestinese fuori dal Medio Oriente, tra i 150 mila e i 400 mila, oggi arrivati alla terza generazione. Il 95 percento di loro è cristiano, il che ha aiutato l’integrazione. Tre quarti di loro si sono trasferiti tra il 1900 e il 1930, dopo un viaggio estenuante attraverso Beirut, Marsiglia, Panama, São Paulo e Buenos Aires, affrontando le Ande sugli asini. Per la maggior parte si trattava di contadini e artigiani, ma alfabetizzati. Tanto numerosi che, oggi, un detto cileno dice che in questo Stato, in ogni paese, si può sempre contare di trovare un curato, un poliziotto, e un palestinese. Il legame fra Cile e Palestina è sempre stato molto solido: per fare alcuni e recenti esempi, nel 2008 il Cile ha accolto 130 profughi che scappavano dal conflitto in Iraq, e la Presidente socialista Michelle Bachelet li ha ricevuti a Palazzo Moneda per l’anniversario di al-Nakba (maggio 1948, quando i palestinesi furono espulsi dalle terre per la creazione di Israele); la Bachelet era con loro e non all’ambasciata di Israele, dove si celebrava la nascita di quest’ultimo, e si intuisce il profondo significato che questa scelta portò con sé. Nel 2011, il Presidente conservatore Sebastián Piñera ha visitato la Palestina e ha difeso la richiesta di un suo Stato libero e indipendente. Ad agosto migliaia di cileni sono scesi in piazza per solidarietà con la Palestina e contro le operazioni militari a Gaza.

Dunque, una comunità enorme e molto ben integrata, che ha senza dubbio il suo cuore pulsante nella “Cisterna”, lo stadio di Santiago in cui i beniamini del Deportivo Palestino giocano le partite casalinghe. I giocatori del Club sono praticamente tutti cileni di origine palestinese, e avvertono ancora oggi il profondo legame con la loro terra natia, come testimonia la kefiah regolarmente indossata dai giocatori al momento del loro ingresso in campo. Quella stessa kefiah che ebbero modo di indossare due illustri personaggi del calcio sudamericano, a cui capitò di intrecciare le loro strade professionali con il Club: Elias Figueroa, capitano del Palestino negli anni Settanta e ancora oggi considerato il più grande calciatore cileno di sempre, e l’allenatore Ernesto Pellegrini, oggi tecnico che vanta la direzione di squadre blasonate come Real Madrid e Manchester City e che occupò la panchina del Palestino all’inizio degli anni Novanta. Oggi, l’idolo dell’Estadio Municipal de La Cisterna è senza dubbio il difensore Roberto Bishara, nato a Santiago ma che ha scelto di giocare per la nazionale della Palestina dal 2003, pochi anni dopo il riconoscimento ufficiale da parte della Fifa della selezione calcistica.

 

numero stilizzazione palestina

 

La storia del Deportivo Palestino non brilla certo di numerose vittorie (in quasi un secolo sono stati posati in bacheca solo due titoli nazionali e due Coppe del Cile), ma ciò che rappresenta per tutta la comunità palestinese presente in Cile va ben oltre i semplici risultati sportivi. «Una vittoria della Palestino è una gioia per i palestinesi che soffrono. I terribili eventi di Gaza hanno rafforzato il nostro legame con la Palestina e con le nostre radici», ha dichiarato Maurice Khamis Massu, il presidente della società. Un attaccamento alla Palestina così radicale che proprio quest’anno trascinò il Club al centro di roventi polemiche: la società aveva infatti deciso di affrontare la stagione sostituendo su tutte le maglie il numero “1” con un’immagine stilizzata della Palestina; il problema era che si trattava chiaramente della forma della Palestina storica, del territorio palestinese inteso fino al 1947: prima del piano di spartizione dell’Onu, della guerra arabo-israeliana, dell’esodo palestinese e della progressiva occupazione dei territori da parte di Israele. Questa scelta generò un vero e proprio scontro diplomatico fra Israele e governo cileno, poiché quest’ultimo aveva concesso l’autorizzazione al Palestino. Addirittura si scomodò il Centro Simon Wiesenthal, un’organizzazione statunitense in difesa dei diritti degli ebrei, che ha chiesto alla Fifa e alla federcalcio cilena di sanzionare il Deportivo Palestino, colpevole di fomentare istinti terroristici. Non si fece però attendere la risposta del Club, che scrisse una nota in cui ricorda come il Cile, nel 2011, abbia riconosciuto l’indipendenza dello Stato Palestinese e come i simboli palestinesi esistono in Cile da 28 anni prima che avvenisse la spartizione dei territori mediorientali. Un gran polverone insomma, che si concluse con una multa da 15 mila dollari al Palestino e l’obbligo di eliminare quella stilizzazione. Ma i calciatori, nonostante questo, decisero di portare comunque in campo il loro credo storico e politico, tatuandosi quella stessa immagine direttamente sul corpo. A quel punto, nessuno poté più protestare, e l’orgoglio palestinese che arde a 12 mila chilometri dalla terra d’origine ha potuto ulteriormente rinvigorirsi.

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