Un romanzo ripercorre i fatti

Quella notte in cui a Urbino avvenne il furto d’arte del secolo

Quella notte in cui a Urbino avvenne il furto d’arte del secolo
06 Febbraio 2015 ore 13:47

Era una notte uggiosa e umida, con quella fastidiosa nebbiolina che, scendendo dalle colline marchigiane, si incuneava tra i viottoli storici di Urbino. Potrebbe iniziare così il racconto di quella notte tra il 5 e il 6 febbraio di 40 anni fa, 1975. Una notte che, a suo modo, ha cambiato il modo in cui l’Italia si prende cura delle proprie ricchezze artistiche. Un attacco da romanzo, penserete. E infatti, su quella notte, è stato scritto un romanzo: si intitola Albergo Muralto Camera 116, edito dalla casa editrice Controvento e scritto da Vincenzo Olivieri. Nella pagine di quest’opera si ripercorre quella notte di 40 anni, la notte del furto del secolo.

 

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[La Muta – Raffaello]

 

Il furto del secolo. Ma torniamo a Urbino, ai suoi viottoli storici, a quelle nebbiolina fastidiosa che abbracciava tutto, compreso il Palazzo Ducale. Lì dentro, già allora, c’erano alcuni tra i più grandi capolavori del Quattrocento e Cinquecento italiano, il Rinascimento. La nebbia nascondeva alla vista gran parte della città, compresa la facciata esterna del Palazzo Ducale, dove in quei giorni del 1975 si stavano facendo dei lavori. Delle grandi impalcature percorrevano tutta l’altezza dello storico edificio. E proprio attraverso quelle impalcature, almeno due persone stavano tentando di entrare nel palazzo. Il tentativo andò a buon fine, favorito anche dall’assenza di un sistema d’allarme. Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio del 1975 sparirono dal Palazzo Ducale di Urbino tre delle più meravigliose opere del Rinascimento nostrano: furono rubate La Muta di Raffaello, La Flagellazione e La Madonna di Senigallia, entrambe opere di Piero della Francesca. La Flagellazione, tra le altre cose, era allora presente nella lista dei 30 capolavori dell’arte da salvare «ad ogni costo in caso di guerra nucleare».

Quel furto venne presto ribattezzato “il furto del secolo”, sia per il valore della refurtiva, inestimabile data l’importanza delle tele rubate, sia per la forza con cui colpì l’Italia: per la prima volta, forse, il nostro Paese si rese conto dell’importanza di tutelare il proprio patrimonio artistico, ricchezza da difendere e da non dare per scontata. Non fu un caso che, nei giorni seguenti, l’allora ministro dei Beni Culturali Giovanni Spadolini si recò in visita a Urbino per testimoniare l’attenzione delle istituzioni verso il “sacrilegio” compiuto con quel furto. La visita di Spadolini fu storica: era la prima uscita ufficiale di un ministro dei Beni Culturali, dato che il dicastero in questione era nato poche settimane prima proprio per rendere organica ed efficace la tutela del patrimonio artistico.

 

La-Flagellazione-di-Piero-della-Francesca

[La Flagellazione – Piero della Francesca]

 

La richiesta del riscatto e il salvataggio. Il furto di Urbino fece molto scalpore, anche perché le Marche sono una terra tradizionalmente legata all’arte, come ricorda la storia del soprintendente Pasquale Rotondi, che aveva salvato dai saccheggi nazisti una miriade di opere d’arte portandole nella rocca di Sassocorvaro. Nei mesi successivi, il colpo fu rivendicato attraverso due telefonate tese ad avere un riscatto: la prima arrivò all’Accademia di Belle Arti con la richiesta di un miliardo di lire per ognuna; la seconda giunse a Oriano Magnani, allora sindaco di Urbino, con la richiesta di 100 milioni in banconote da 10mila lire usate. Più che una mossa studiata, quella del riscatto, fu la mossa della disperazione da parte dei furfanti, come si scoprì l’anno successivo, precisamente il 23 marzo 1976. Fu quella, infatti, la data in cui, in un hotel di Locarno, in Svizzera, vennero ritrovate le tre opere d’arte dai Carabinieri. I ladri erano pronti a bruciarle, dato che avevano riscontrato l’impossibilità di rivenderle. In extremis si evitò che dei capolavori di inestimabile valore divenissero cenere. Gli agenti si erano finti collezionisti d’arte interessati all’acquisto delle opere e avevano intavolato una trattativa con i criminali, riuscendo prima a scongiurare la distruzione delle tele e poi a scovare il nascondiglio e recuperare così la refurtiva.

 

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[Madonna di Senigallia – Piero della Francesca]

 

Come un romanzo. Il titolo del libro di Vincenzo Olivieri prende proprio spunto dall’albergo e dalla stanza in cui vennero ritrovate le opere. Albergo Muralto Camera 116 non vuol essere una mera riproposizione dei fatti, bensì un romanzo liberamente ispirato al “furto del secolo”, con personaggi che ricalcano i protagonisti di quell’incredibile storia, a partire dai protagonisti in negativo della vicenda: Elio Pazzaglia, 33 anni, reo confesso e arrestato insieme ad altre 4 persone, accusate a vario titolo di concorso in furto aggravato e ricettazione. Ma, soprattutto, il libro vuole essere un omaggio ai Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, che nascevano proprio in quel periodo come nucleo investigativo e attraverso l’ottimo lavoro compiuto nelle indagini relative al furto di Urbino aumentarono la sensibilità pubblica circa l’importanza della difesa del patrimonio artistico italiano.

I dipinti ritornarono nella loro casa, a Urbino, il 29 marzo 1976: alle 17.40 un furgone blindato contenente le tre opere fece il suo ingresso nella città accolto da due ali di gente in festa. Qua e là, scrive Olivieri, «c’era chi aveva il volto segnato di lacrime e commozione». L’Italia aveva ritrovato i suoi tesori, ma soprattutto aveva scoperto l’importanza del difendere la propria storia artistica.

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