Cronaca
«Ce l'ho con te, pace all'anima tua»

Quell'amaro addio a Charb del fondatore di Charlie Hebdo

Quell'amaro addio a Charb del fondatore di Charlie Hebdo
Cronaca 17 Gennaio 2015 ore 14:24

«Lo so, son cose che non si fanno», ha scritto Delfeil de Ton sul numero del 14 gennaio del Nouvel Observateur (l’Obs), in lungo articolo dedicato all’avventura di Charlie Hebdo. La «cosa che non si deve fare» è prendersela con un morto ammazzato. Ma lui se la prende ugualmente. Ricordando il «ragazzo brillante», ma anche «tête de lard» (che è un po’ più che “cocciuto”) che aveva conosciuto, Delfeil addossa a Charb - il suo vecchio collega e «capo» - la responsabilità di aver portato la sua redazione alla morte.

80 anni, firma del Nouvel Observateur dal 1975, Delfeil è stato tra i fondatori di Charlie Hebdo. Lo era stato di Hara-Kiri - poi Hara-Kiri Hebdo - prima di partecipare alla creazione del «primo» Charlie, nel 1970, e poi del cosiddetto «secondo», nel 1992.

Riportiamo una sintesi di quell’articolo limitatamente a quel che si riferisce al direttore e alla responsabilità che il vecchio amico gli attribuisce.

Non era solo un testardo Charb: era anche abitato da un istinto di morte, diversamente dal suo collega Wolin che voleva, invece, vivere. C’è dunque qualcosa di ancor più tragico della cronaca, in questa storia dominata dalla morte. Riguarda la responsabilità che nessuno di noi che operiamo nell’ambito dell’informazione può scrollarsi di dosso, perché ci costituisce come uomini e come cittadini. Senza bisogno di metterlo a tema, ciò che pensiamo della vita e della morte - e l’atteggiamento che ne deriva - inzuppa il lavoro di ogni giorno, attraversa ogni rapporto che ci lega ai colleghi e ai collaboratori, determina le forme di dialogo coi lettori, ci obbliga a tener conto dell’intero Paese. E così, scrive Delfeil:

«...dopo essere stato sgradevole con François Hollande, voglio essere sgradevole con Charb. (…) Lui era il capo. Che bisogno aveva di tirar dentro tutta la redazione in questa continua gara al rilancio?».

Appunto, che bisogno c’era? si chiede a questo punto, ricordando quel che Wolinski aveva detto della situazione nel novembre 2011, dopo il primo attentato contro Charlie Hebdo (con incendio dei locali), a seguito di un numero titolato Charie Hebdo (Sciaria Hebdo). Aveva dunque detto Wolinski:

«Credo che siamo degli incoscienti e degli imbecilli che ci siamo presi dei rischi inutili. Tutto qui. Ci crediamo invulnerabili. Per anni, per decenni addirittura, siamo stati dei provocatori e adesso la provocazione ci si ritorce contro. Non dovevamo farlo».

E Delfeil ripete:

Non bisognava farlo, ma Charb l’ha rifatto. Un anno più tardi, settembre 2012, dopo una provocazione che aveva messo le nostre ambasciate in paesi mussulmani in stato di assedio, mi trovai a scrivere, sempre sull’Obs: «Collocarsi all’estrema sinistra e sentirsi dire dall’NPA [Il nuovo Partito Anticapitalista francese, ndr] che si partecipa all’imbecillità reazionaria dello scontro di civiltà; definirsi ecologista e farsi trattare da «coglioni» [o peggio, ndr] da Daniel Cohn-Bendit [il guru dei Verdi, ndr], qualche riflessione avrebbe dovuto avviarla (…). Tutti hanno visto l’ultimo disegno di Charb: «Ancora nessun attentato in Francia?», col jihadista della vignetta - armato come quello che ha ammazzato Charb, Tignous, Cabu, Honoré e gli altri - che risponde: «Calma, c’è tempo fino alla fine di gennaio per mandare gli auguri…» (…). Charb che preferiva morire e Wolin che preferiva vivere. Ce l’ho proprio con te, Charb. Pace all’anima tua».

 

charb funerale