L’inchiesta

Quelle 110 polmoniti sospette tra novembre e gennaio all’ospedale di Alzano

Dati forniti ai magistrati da Ats. Secondo le circolari ministeriali i pazienti non erano (ancora) da sottoporre a tampone

Quelle 110 polmoniti sospette tra novembre e gennaio all’ospedale di Alzano
Val Seriana, 30 Giugno 2020 ore 15:36

Il sospetto era già emerso quando il dottor  Pietro Poidomani, da 35 anni medico di base di Cividate al Piano, aveva dichiarato che a gennaio, nel paese della Bassa, erano morte 33 persone nel giro di un mese, a fronte di massimo 50 in un anno intero, con un numero atipico di broncopolmoniti e polmoniti interstiziali già da fine dicembre. Una tendenza diffusa nell’intera provincia, insomma, come certificato da un vero boom di radiografie al torace, prescritte con una frequenza inusitata. Ora l’inchiesta della Procura di Bergamo sul caso della mancata zona rossa ad Alzano fornisce elementi in più: fa pensare che l’area fosse già focolaio a dicembre 2019, senza che nessuno sapesse neppure il nome di quel nemico invisibile, il Covid-19, che purtroppo poi abbiamo conosciuto fino troppo bene. Proprio l’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano, infatti, alla fine dello scorso anno aveva 40 persone ricoverate per virus non riconosciuti. Solo dopo due mesi si è riuscito a capire di cosa si trattasse.

110 casi tra novembre e gennaio. Il pool di magistrati guidati dalla pm Maria Cristina Rota ha raccolto una lunga messe di dati e testimonianze. Gli inquirenti si sono concentrati su tutte quelle polmoniti sospette che nell’ospedale di Alzano, come da referti forniti dall’Ats, sono state diagnosticate tra novembre 2019 e gennaio 2020. Almeno 110, pare. Le circolari del ministero avevano dato però indicazioni contradditorie sulla necessità o meno di fare tamponi. Come riportato da Repubblica, infatti, le linee guida, tra la prima versione del 22 gennaio, e quella del 27 gennaio, cambiano: inizialmente si raccomandava di considerare un caso sospetto anche «una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica». Poi, il 27, il criterio protocollare viene rivisto con l’introduzione di una variabile fondamentale: i casi sospetti, oltre ad avere sintomi, devono anche avere «una storia di viaggi nella città di Wuhan (e nella provincia di Hubei), Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia» oppure aver «visitato o ha lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan e/o nella provincia di Hubei, Cina».

Il racconto dei farmacisti. Interessante anche quanto riferito dai farmacisti dell’area seriana. A partire da dicembre fino a fine febbraio ci sarebbe una massiccia uscita di farmaci prescritti dai medici per polmoniti anomale (anche per bambini). A tal punto che a fine febbraio le farmacie non ne avevano più. Farmaci che poi sono diventati noti come parte del protocollo per la cura del coronavirus. Era l’inizio del massacro.

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