Il male in ogni fazione

Quelle fucilazioni dopo il 25 aprile che Bergamo ha dimenticato

Quelle fucilazioni dopo il 25 aprile che Bergamo ha dimenticato
Cronaca 28 Aprile 2018 ore 04:45

Il sangue non va dimenticato, perché possa non scorrere più. Il 25 aprile è necessario per non dimenticare il dolore di quei mesi, per non scordare che la gioia della Liberazione costò un sacrificio immane e che tante persone morirono, dalla parte della ragione, ma anche dalla parte del torto. Il male non guarda in faccia a nessuno: è pronto a indossare qualsiasi camicia, a sventolare ogni bandiera.

Era il vecchio fiorista del cimitero che lo diceva, ogni tanto, quando si passava di là a fare due chiacchiere: «Ne ho sentite di fucilate in quei giorni, in quelle notti. Io non so quanti morirono, ma erano tanti, anche dopo la Liberazione». È una storia che Bergamo non conosce. È una storia di giustizia e di vendetta, di guerra e di regolamenti di conti. Una storia da guerra civile, che è bene guardare in faccia, anche nella nostra città.

 

La pagina de L’Eco di Bergamo del 16 maggio 1945 con l’articolo Basta, per carità

 

Dopo l’ingresso dei liberatori, a cominciare dal pomeriggio del 26 aprile, cominciarono gli arresti e le fucilazioni. Finirono nel mirino i fascisti aguzzini, quelli che avevano causato morte e dolore fra i bergamaschi. Ma non soltanto loro. Furono giorni terribili, di tedeschi in fuga, di partigiani che scendevano dalle valli, di scontri, di mitragliate. L’Eco di Bergamo uscì il 27 aprile 1945, al mattino, con il titolo: Bergamo nelle mani dei Patrioti mentre sopra, nell’occhiello, annotava: «Ore storiche nel quadro generale di una situazione militare che precipita».

Si continuava a sparare. Un uomo venne ammazzato sul Sentierone, si chiamava Giovanni Rampinelli, aveva 33 anni. Un altro fu ucciso in via San Giovanni, all’incrocio con via Pignolo, pedalava sulla sua bicicletta, un camion di nazifascisti passava sparando alla cieca; lui, Mario Di Stefano, di venticinque anni, venne colpito dalle pallottole. Il camion se ne andò, la gente della via soccorse il giovane, lo portarono in un portone, poi lo accompagnarono in ospedale e lì morì, poco dopo. Un altro venne assassinato vicino al Donizetti, in piazza Cavour, da una sventagliata di mitraglia, si chiamava Giuseppe Setti. Morti per caso, senza medaglie. Famiglie straziate. Non bisogna dimenticare il dolore di quei giorni.

 

Primi anni Cinquanta, tombe dei Caduti della R.S.I lasciate ai margini del cimitero di Bergamo

 

Ci furono fascisti che si arresero e si consegnarono alle nuove autorità sperando nella giustizia e, magari, nella clemenza. Altri resistettero follemente. Come quelli che si asserragliarono nell’istituto Vittorio Emanuele II, scambiandolo per una fortezza, e dalle finestre sparavano giù ai partigiani che li assediavano. Al pomeriggio del 26 aprile ancora si sparava in città mentre la sera del 27 entrarono in Bergamo i carri armati della Quinta Armata americana, diretti verso Lecco. Il generale Alexander proclamò il governo militare; l’appello al buon senso arrivò dal primo prefetto, Ezio Zambianchi. Il 30 aprile vennero segnalati trenta arresti politici, fra gli altri anche il nome di Angelo Quaglia, poi fucilato (la sua tomba si trova nel campo dei caduti per la Repubblica Sociale, al cimitero). In quel giorno arrivò a Bergamo per un sopralluogo il principe ereditario, Umberto, definito “Luogotenente”. Il primo maggio qualcuno assalì il tram per Monza: ci furono dieci morti. La città era impazzita. La gioia e lo strazio si mescolavano, si scambiavano, si alternavano.

In quei momenti, in tanti denunciarono aggressori e aguzzini fascisti, qualche volta non del tutto in buona fede. «Un grande bergamasco, Sereno Locatelli Milesi – spiega lo storico bergamasco Gianni Carullo – nel 1944 venne bastonato dai fascisti che lo ridussero in fin di vita, dopo il 25 aprile decise di non denunciarli, sebbene li conoscesse. Disse: “Questa città non ha bisogno di vendetta, ma di pacificazione”». Di perdono. Morì nel 1946. Ma non tutti la pensavano in questo modo. Nonostante gli sforzi del Comitato di Liberazione Nazionale e delle autorità militari Alleate (che mantennero per esempio il coprifuoco) la fine di aprile e i primi giorni di maggio furono bagnati dal sangue, in città e in provincia. Talvolta per ragioni incomprensibili. Ci furono casi di uccisioni politiche mai chiarite come quella dello scultore Frances co Spangher, un artista di particolare bravura (alcune sue opere si possono ammirare al cimitero di Bergamo). Spangher è sepolto al cimitero nel piccolo campo dei “Caduti per la Repubblica Sociale”. Ma le testimonianze dell’epoca parlavano di Spangher come di un fascista di maniera, come tanti. Perché venne ucciso? Si sa che la morte avvenne per trauma cranico, che lo scultore venne fatto precipitare dalla Rocca, in Città Alta. Da chi? Qualcuno in seguito parlò di una vendetta di altri artisti invidiosi della sua bravura.

 

Cimitero monumentale di Bergamo, Campo Militare dei caduti della Repubblica Sociale Italiana

 

Un altro caso fu quello di Venturino Venturini, professore di disegno al liceo. Anche qui c’è chi ipotizzò che venne ucciso dopo aver denunciato alcuni suoi colleghi. Ma sono tutte supposizioni, di prove in quei folli momenti, era impossibile averne. I nomi dei morti di quei giorni figurano nel registro degli ingressi al cimitero di Bergamo. Sono un’ottantina. Partigiani e fascisti e persone che si trovavano nel luogo sbagliato al momento sbagliato, per caso. I cinque ragazzi di Longuelo, partigiani, uccisi il 26 aprile, fra gli ultimi di un lungo elenco di patrioti imprigionati e sottoposti a torture. Ma dopo quel 26 aprile la musica cambiò, i nazifascisti vennero messi in fuga. Mentre tanti bergamaschi, più o meno compromessi con il fascismo, pagarono con la vita.

Fra’ Ferruccio Gargantini al tempo era un ragazzo di tredici anni, passava in bicicletta dal l’attuale via Serassi nella mattina del lunedì 30 aprile mentre andava a lavorare: «C’era tanta gente lungo il muro del cimitero, allora mi sono fermato, e ho visto tutti quei morti, li stavano portando via con le carriole, li portavano al cimitero». E spiega Italo Pilenga, di Urgnano: «Mio papà, mio zio Cipriano, fratello del papà, lo zio Lorenzo Vecchi, fratello della mamma, Luca Cristini, cugino del papà sono stati assassinati la sera della domenica 29 aprile 1945 al muro del cimitero. Senza nessun processo. Tanti altri vennero uccisi quella sera. Mio padre era un vero fascista, niente da dire. Ma non fece del male a nessuno. In paese cercava di aiutare i giovani che non si volevano arruolare nella Repubblica Sociale favorendo l’ingresso nella Todt, come lavoratori. Mio zio Lorenzo Vecchi era impiegato del consorzio agrario di Boltiere, ma non aveva mai fatto niente per il fascismo. Era fascista come decine di migliaia di altri bergamaschi. In quel gruppo di parenti di Urgnano di veri fascisti c’erano mio papà, Luca Cristini e Davide Marchiondelli. Gli altri c’entravano poco o niente. Perché li uccisero? Ma anche Luciano Angeretti era un soldato della Repubblica Sociale, ma non era un fascista convinto, non era un volontario, era stato richiamato alle armi, su di lui non pesavano accuse. La sua famiglia era sfollata a Urgnano. Perché furono uccisi? Non lo saprò mai».

 

 

L’elenco dei morti arrivati al cimitero di Bergamo è ancora lungo, il sangue della giustizia sommaria, dei regolamenti di conti continuò per settimane. L’Eco di Bergamo prese posizione invitando sempre alla pacificazione. Scrisse nel suo editoriale il Primo di Maggio il direttore don Andrea Spada: «Tu mi dici: bisogna cacciar il diavolo adoperando la sua coda stessa! Cacciar via la violenza con la violenza, l’odio con l’odio. Ahimè! così la vita non ti par ridotta a un girone dell’inferno dantesco dove i dannati passano e ripassano, s’allontanano e ritornano, girando chiusi nello stesso implacabile cerchio?». E poi ancora il 17 maggio in un titolo, riferendosi ai morti, L’Eco scrisse: Basta, per carità.

Poi ci fu la rimozione, la cancellazione, di quella pagina così drammatica della storia bergamasca. Con poche eccezioni, non se ne parlò più. Sono rimaste trentuno tombe individuali più una lapide sotto la quale sono sepolti sette militi della Guardia Forestale della Repubblica Sociale in un angolo del camposanto. Poco lontano ci sono le tombe dei partigiani, i vincitori. Di tutti quei morti fascisti (molti di più di quelli sepolti nel cimitero) ci sono le generalità, rimaste su un vecchio registro polveroso. Abbiamo scelto di parlare di quella tragedia, senza riportare i nomi. Una pagina rimossa, cancellata, non fa bene a una comunità. Meglio la consapevolezza.

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