La piantina della White House

Quante volte sono entrati in casa (o sono arrivati vicino) a Obama

Quante volte sono entrati in casa (o sono arrivati vicino) a Obama
04 Ottobre 2014 ore 11:15

Buone notizie: il portavoce del presidente Obama, Josh Earnest, ha annunciato che persino il suo diretto superiore è arrivato alla «conclusione che per il Secret Service serve una nuova leadership». Il Secret Service è il corpo di agenti scelti che si occupa della sicurezza personale del presidente. Il suo capo, Julia Pierson, si è dimessa. Era lì da 30 anni. Qualcuno doveva pur dirle di smettere, viste le enormi falle lasciate aperte dalla sua rinomata ditta negli ultimi tempi.

19 settembre. Omar J. Gonzalez, veterano della guerra in Iraq, ex membro delle forze speciali e tiratore scelto, scavalca la cancellata del parco della White House, corre verso il porticato, arriva a una porta che conduce a una stanza (la East Room) dalla quale passa ad un’altra (Green, questa volta) dalla quale parte una scala che conduce direttamente all’appartamento del presidente. Fine della corsa: gli agenti lo bloccano.

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Portato in ospedale (sembra soffra di disagi da shock post traumatico) gli è stato trovato addosso un coltello tattico, a serramanico. «La Casa Bianca è stata veramente violata, è colpa mia», ha detto. Per quegli strani giochi del caos che il web ogni tanto propone, in una dei milioni di pagine che riportano la notizia è presente la pubblicità di una ditta svedese produttrice di mobili in scatola in cui si vedono marito e moglie che dormono. Però alla Casa Bianca dovevano essere addormentati anche i sensori elettronici del parco, che non hanno avvisato la centrale, e il controllore della porta per cui Omar è entrato, che avrebbe dovuto essere chiusa.

Sabato precedente. Un tizio cerca di entrare prima in auto e poi a piedi da uno degli ingressi. Stavolta lo hanno fermato subito.

16 settembre. Il Presidente – attorniato dagli agenti del Secret Service –, entra nell’ascensore dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta. Già il nome (Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie) avrebbe dovuto metter sull’avviso i Servizi, che invece lasciano entrare in cabina anche uno dei vigilantes del palazzo, che si mette a fotografare il presidente. Solo a questo punto viene avvisato il suo capo e il fotografo fai-da-te è licenziato. Particolare non trascurabile: l’uomo – oltre alla macchina fotografica – aveva con sé la pistola d’ordinanza. Regola n.1 dei Secret Service: nessuno può avvicinarsi armato al Presidente. Come mai ai men in black non era venuto in mente di perquisire l’intruso? (e prima ancora: perché mai lo avevano fatto salire in ascensore? per gentilezza verso un ex detenuto, visto che l’uomo era stato arrestato più volte, in passato?)

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3 anni fa. Un ragazzo di 21 anni ferma la macchina davanti alla Casa Bianca, si avvicina al cancello e apre il fuoco contro la residenza. Secondo gli uomini del Secret Service gli spari provenivano da uno scontro armato fra gang in atto nelle vicinanze. Alcuni giorni dopo una donna delle pulizie vede per terra dei vetri e solo allora vien fuori la storia dei colpi. Non è solo il Secret Service a non compiere il suo dovere: anche l’impresa di pulizie dovrebbe essere più sollecita. Conclusione: la Casa Bianca è raggiungibile da un’arma che chiunque può portarsi appresso e ci vogliono due giorni per accorgersi che qualcuno l’ha presa a bersaglio.

Ma torniamo a Gonzalez. dopo qualche insistenza si scopre che la sua auto, parcheggiata davanti alla Casa Bianca, era imbottita di munizioni. E qui le cose cominciano a mettersi male per il Secret Service, perché fino alla scoperta della santabarbara avevano cercato di sviare le indagini sostenendo che Gonzalez era disarmato e che era stato fermato non dentro casa, ma fuori, nel North Portico.

Niente di nuovo sotto il sole. Ricordiamo tutti che nel 2009, alla prima cena di stato offerta da Obama, Michael e Tareq Salahi, una coppia che voleva partecipare al programma tv The Real Housewives of D.C., riuscì a mescolarsi tra gli ospiti senza essere stata invitata e si aggirò indisturbata per i saloni della residenza intrattenendosi col presidente, con la First Lady e col vice Joe Biden prima di essere individuata.

L’oscar degli “imbucati” appartiene però ad un altro personaggio: quello che ai funerali di Nelson Mandela riuscì superare tutti gli sbarramenti, a salire sul palco e a stare a fianco degli uomini più importanti del mondo (Obama, Raul Castro, Jabob Zuma e Ban ki-moon) spacciandosi per un traduttore nella lingua dei segni e volteggiando le mani a caso per qualche ora prima che – non i Servizi di Sicurezza, ma – dei telespettatori sordi facessero notare che quello lì, con la loro patologia, non aveva proprio nulla a che fare.

 

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