Maroni: «Darà forza nelle trattative con Roma».

Quello che c'è da sapere sul referendum per l'autonomia

Quello che c'è da sapere sul referendum per l'autonomia
Cronaca 21 Ottobre 2017 ore 08:00

Il quesito referendario: Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?

 

Diciamoci la verità: la domanda è un po’ scontata. È un po’ come chiedere a un marito se, a casa sua, vorrebbe avere più potere decisionale rispetto alla moglie. Ecco, il 22 ottobre la Lombardia chiederà ai suoi cittadini (noi) se vogliono che lei abbia più “mano libera” su certi temi, oggi sotto il pieno e unico controllo dello Stato. Più precisamente, il quesito chiede ai cittadini se vogliono che la giunta faccia richiesta allo Stato di ottenere maggiore autonomia. E qui c’è il primo punto da chiarire: la vittoria dei “sì” non sortirà alcun effetto immediato, darà solo al governatore un mandato a trattare con Roma.

 

 

Cosa dice la Costituzione. Trattare cosa? Ecco il secondo punto, il più delicato. Perché nel bailamme di dichiarazioni, tra chi è per il “sì”, chi per il “sì però” e chi per l’astensionismo (nessuno è così matto da dire di votare “no”, che sarebbe un atto di tafazzismo spinto), si è un po’ persa la luce del faro, rappresentata dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. L’articolo, così come riformato nel 2001, afferma: «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 [...] possono essere attribuite ad altre Regioni».

Per scoprire dunque su quali materie la Lombardia potrebbe ottenere maggiore autonomia, bisogna vedere il terzo comma dell’art. 117, che presenta un corposo elenco: «Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia ; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale».

 

 

Vincesse il “sì”, non pioveranno miliardi. Fatta chiarezza sul quesito, è utile farne dell’altra su ciò che, invece, non cambierà di certo. La Regione afferma che, in caso di vittoria dei “sì”, «avvierà il percorso istituzionale per ottenere maggiore autonomia, vale a dire più competenze e più risorse, nell’ambito del cosiddetto residuo fiscale». Beh, non è proprio così. Il sistema tributario e contabile dello Stato e la perequazione delle risorse finanziarie, infatti, sono materie di competenza esclusiva dello Stato (art. 117, comma due, lett. e). Dunque, su questi argomenti le Regioni non potranno mai avere voce in capitolo. Niente tributi, così come niente immigrazione e sicurezza, anch’esse di competenza esclusiva dello Stato. Il tema del residuo fiscale della Lombardia sta però particolarmente a cuore ai più convinti sostenitori del “sì”. Ed è comprensibile, visto che la differenza tra ciò che viene versato e ciò che torna in Lombardia è di circa 56 miliardi. L’obiettivo dichiarato da Roberto Maroni è quello, attraverso il referendum, di «tenere la metà» di questa cifra in Lombardia. Ma ciò è impossibile: in caso di vittoria dei “sì ” e di successo nelle trattative con Roma, la Lombardia riceverà un po’ più di soldi, ma quanti di più dipenderà dalle competenze su cui lo Stato accetterà di arretrare e sarà dunque il risultato di una lunga trattativa.

 

 

Quando, come e dove si vota. Infine, un paio di utili informazioni. A partire da quanto costerà questo referendum: circa cinquanta milioni, cifra che ha fatto drizzare i capelli a tanti. Va però detto che 24 di questi milioni sono stati spesi per l’acquisto dei tablet attraverso cui si compirà la votazione (e che poi, pare, saranno donati alle scuole). Niente schede elettorali dunque, bensì lavagnette virtuali con una schermata sulla quale è possibile selezionare una delle tre caselle: “sì”, “no” o “scheda bianca”. Una volta votato, una seconda schermata chiederà la conferma del voto ma ci sarà anche la possibilità di correggerlo (soltanto una volta). Il voto avverrà nella sola giornata di domenica 22 ottobre, dalle 7 alle 23, negli stessi seggi dove avvengono tutte le elezioni. Per votare basterà presentarsi al proprio seggio di riferimento, quello indicato sulla scheda elettorale, che andrà presentata insieme alla carta d’identità. Buon voto.