Addirittura monitoraggio facciale

Quello che i negozi sanno di noi Proprio tutto, grazie alle telecamere

Quello che i negozi sanno di noi Proprio tutto, grazie alle telecamere
Cronaca 04 Marzo 2016 ore 12:40

È il Guardian a parlarne: secondo un sondaggio nel Regno Unito, il 59 percento dei rivenditori del settore della moda usa tecnologie di riconoscimento facciale sui propri clienti. L’idea della città come luogo anonimo in cui nessuno ti nota è ormai decisamente obsoleta. Il sistema di videosorveglianza, sempre più diffuso, si è sviluppato nei negozi di lusso per identificare possibili ladri e sventare quindi piccoli furti che alla fine dell’anno pesano non poco sui bilanci. Ma col tempo questa panoramica super dettagliata sui clienti è divenuta anche un metodo per fare marketing, monitorare i clienti e migliorare le vendite.

Due piccioni con una fava. In questo modo i negozianti ottengono due risultati importanti, come spiega Al Shipp, CEO di 3VR, fornitore di software di video-intelligenza: «Nella gestione di un negozio ci sono due problemi: ridurre al minimo le perdite e aumentare le vendite – spiega –. La nostra piattaforma aiuterà a fare entrambe le cose. La stessa piattaforma che gli investigatori utilizzano per identificare i taccheggiatori aiuta anche i retailer a capire quali display funzionano meglio oppure dove si concentra il traffico dei clienti». O ancora: i tempi di sosta delle persone nei negozi, in modo da ottimizzare la disposizione dei prodotti su cui si punta maggiormente.

 

Emerging Technologies-Is Retail Ready for Facial Recognition by The Guardian

 

Dare un volto ai clienti. Queste tecniche sofisticate servono ai rivenditori per lottare al meglio con la concorrenza dei negozi online, che invece sfruttano a piene mani le informazioni ricevute dai cookie. Il monitoraggio dei clienti non si limita di certo allo studio dei tempi di sosta in un negozio. Molto più interessante per i rivenditori è la creazione di un profilo per ogni cliente: oltre ai classici stratagemmi di fidelizzazione (tessere, raccolte punti, invio di sms ai clienti), dice il Guardian che probabilmente in questi negozi alle statistiche viene associato un volto, proprio grazie al riconoscimento facciale. Nel Regno Unito, un sondaggio rivolto a 150 direttori delle vendite, svolto da Computer Services Corporation, ha detto che un quarto di essi fa uso di tecnologie per il riconoscimento facciale. La percentuale si alza notevolmente nel settore della moda, con 59 punti su 100.

 

 

È il Grande Fratello? Anche per l’ampia letteratura e cinematografia sul tema del controllo e del monitoraggio delle masse, questo tema è particolarmente delicato. Il romanzo 1984 di George Orwell è solo il più illustre esempio di scenario distopico: recentemente Minority Report e la serie tv Person of Interest hanno riportato l’attenzione su un possibile futuro in cui le persone sono costantemente controllate da videocamere e dispositivi elettronici. Non si tratta di una possibilità remota (pare che Google disponga già di tecnologie simili) e le persone mostrano sempre maggior insofferenza. Geoff White, specialista in privacy del Public Interest Advocacy Centre di Ottawa, ha espresso le sue rimostranze: «Che cosa succede una volta che hai memorizzato i dati di qualcuno con un profilo basato sul suo viso? Se questi database fossero attaccati da degli hacker? Chi ha accesso a tali informazioni e con quali altre vengono correlate?».

Gli smartphone e il wi-fi. In questo processo di costruzione di un profilo, hanno un ruolo fondamentale i telefoni cellulari. I negozi offrono WiFi gratuito non per niente: attraverso i nostri dispositivi portatili, i rivenditori potrebbero accedere ai nostri dati memorizzati ad esempio dalla geolocalizzazione, afferma il Guardian. «La gente tende a pensare che la sua posizione sia una cosa casuale – prosegue Geoff White –, ma tonnellate di informazioni dimostrano che la vostra posizione è differente da quella di chiunque altro. Il mio telefono sa dov’è casa mia anche se non gliel’ho mai detto. È davvero intimo, da esso si possono dedurre un sacco di cose. Ci sono moltissimi buoni motivi per cui un negozio vi offre la connessione WiFi gratuita; dipende quali dati bisogna dare in cambio. Ad esempio in parecchi grandi centri commerciali si accede tramite Facebook o Twitter. Con un semplice login si concede davvero una valanga di dati personali».

 

 

Poca trasparenza. Il riconoscimento facciale sui social è cosa nota da tempo. Dal primo tag che si riceve, gli algoritmi di Facebook e Google lavorano per identificarci. Ma almeno su internet si possono eliminare i dati; il riconoscimento facciale nel mondo reale è ben più preoccupante, secondo il giornale britannico. Il problema è duplice: non sappiamo con precisione come vengono utilizzati i nostri profili e non c’è trasparenza su quali negozi utilizzino tali tecnologie. «Non sempre il monitoraggio è a fini commerciali – prosegue White –: nel 2014 il rivenditore di lusso Barneys ha accettato di pagare  525mila dollari per risolvere una denuncia di profiling razziale».

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