Un'analisi partendo dai numeri

La questione dello stipendio e della pensione di Bonanni

La questione dello stipendio e della pensione di Bonanni
08 Novembre 2014 ore 18:40

336mila euro all’anno: a tanto ammontava lo stipendio di Raffaele Bonanni, ex segretario della Cisl che ha abbandonato la carica il 24 settembre scorso. Una cifra spropositata, che oltre a superare il tetto massimo per i super manager statali (240 mila euro), ben poco si confà ad un dirigente sindacale. E un’uscita di scena inspiegabile in quanto anticipata, per colui che dal 2006 reggeva l’associazione rappresentativa cattolica dei lavoratori, forse dettata da stanchezza politica, o forse come segno di protesta nei confronti della nuova politica di Renzi, poco incline ad assecondare i sindacati; ma ora, forse, si può capire come le motivazioni siano state ben altre.

La storia dello stipendio di Bonanni e della relativa pensione. Nel 2011, Raffaele Bonanni va in pensione, pur mantenendo la carica direttiva della Cisl; un momento significativo, in quanto di poco precedente all’entrata in vigore della riforma Fornero. L’ex sindacalista percepisce dal marzo 2012 una pensione dall’importo lordo di 8.593 euro al mese. Al netto delle trattenute si tratta di 5.391,50 euro mensili. Nei giorni dell’addio alla segreteria, Bonanni ha giustificato tali importi sempre allo stesso modo: si tratta del frutto di 46 anni di lavoro dipendente, con contributi regolarmente versati, quindi niente di speciale. Inoltre, come ricordato, Bonanni è riuscito a sfuggire, grazie all’anzianità lavorativa, alle modifiche operate nel 1995 dalla riforma Dini che introdusse il sistema contributivo, quello poi esteso a tutti i lavoratori dalla riforma Fornero. Sistema basato sul principio per cui la pensione è tarata su quanto è stato versato in termini di contributi nell’arco della vita lavorativa. Con il sistema retributivo, invece, la pensione si calcolava sulla base della media degli ultimi cinque anni di retribuzione: cinque anni prima della riforma Dini quindi, casistica in cui Bonanni rientra, in quanto a quella data aveva superato ampiamente le 18 annualità contributive richieste. Su questo particolare si costruisce l’intera vicenda.

Eletto segretario Cisl nel 2006, Bonanni fino a quel momento guadagnava circa 80mila euro lordi all’anno; con l’ottenimento della carica in questione, lo stipendio annuale sale, per un dovuto aumento del 30 percento, a circa 100mila euro annui (sempre lordi). Ma da questo momento, inizia una ascesa salariale davvero impressionante, curiosamente della durata proprio di quei cinque anni su cui sarebbe poi stata calcolata la sua pensione: nel 2007, infatti, la retribuzione complessiva dichiarata all’Inps è di 171.652 euro lordi annui. Che aumenta ancora nel 2008: 201.681 annui. E la progressione continua: nel 2009, la retribuzione è di 255.579, nel 2010 sale a 267.436, mentre nel 2011 schizza a 336.260 mila euro. In quel momento, proprio prima che la riforma Fornero estendesse, come detto, il sistema contributivo a tutti i lavoratori, Bonanni decide di andare in pensione, potendo godere di 46 anni di contributi, ma soprattutto di una remunerazione basata su cinque anni di stipendi spropositati.

L’addio definitivo alla Cisl. Ed ecco allora che, con ogni probabilità, la decisione di Bonanni di lasciare definitivamente la guida della Cisl lo scorso 24 settembre è stata dettata dall’emergere di questi dati imbarazzanti circa la sua retribuzione. Veleni, voci e lettere anonime hanno preceduto e accompagnato le dimissioni del Segretario Generale e nelle strutture periferiche del sindacato le indiscrezioni su stipendio e pensione del leader hanno creato molto turbamento. Il suo predecessore, il bergamasco Savino Pezzotta, che nel 2005 percepiva circa 90mila euro lordi, ha commentato: «Non ci credo. Spero non sia vero, mi aspetto che la Cisl smentisca». Ma la smentita non è mai arrivata. In questo clima di risentimento, nei giorni scorsi Bonanni ha deciso di lasciare anche la presidenza del Centro Studi del sindacato, una sorta di think thank volto alla ricerca in ambito lavoristico, così da terminare ogni legame con l’associazione rappresentativa dei lavoratori che ha guidato per quasi 10 anni. Ormai l’imbarazzo nel ripresentarsi di fronte ai suoi era troppo, dopo quanto emerso. Ed è quantomai improbabile che con queste premesse per l’ex segretario si aprano le porte di un futuro in politica, come era avvenuto per tutti gli ultimi segretari della Cisl.

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