Un crimine non una tragedia

Il ragazzo nero ucciso a Brooklyn

Il ragazzo nero ucciso a Brooklyn
22 Novembre 2014 ore 11:41

Un altro nero ammazzato dalla polizia. È successo a Brooklyn: la vittima si chiamava Akai Gurley, aveva 28 anni e lascia un figlio di 2. Ne ha dato notizia il NYTimes.

L’Ansa mette la notizia nella colonnina di sinistra, tra “Black out di due ore al San Raffaele di Milano” e “Product design, i 15 modi per riutilizzare gli pneumatici”. Come sono andati i fatti: due reclute (giovani e reclute) del NYPD, il Dipartimento di Polizia di New York, erano state mandate a controllare un edificio di quelli che si vedono alla televisione: scale buie, corridoi stretti con una lampadina su tre che funziona. L’ispezione di questo tipo prevede che gli agenti salgano in ascensore fino all’ultimo piano e poi scendano lentamente, senza farsi sentire.

All’altezza del settimo incontrano il povero Akai che aveva appena lasciato l’appartamento della sua ragazza – Melissa Buttler – che era andato a trovare e che lo stava accompagnando in strada dopo essersi fatta la treccia ai capelli – come ha raccontato lei stessa al Daily News of New York. Sarebbe bastato che i capelli avessero opposto qualche resistenza in più, che la ragazza non trovasse le scarpe da mettersi e non sarebbe successo niente, perché gli agenti sarebbero già passati oltre. Ma non è andata così.

Akai esce sulle scale, una delle reclute – Peter Liang. Dunque: origini asiatiche – lo vede e apre il fuoco “scaricando l’arma nel torace dell’uomo”. Il giovane ferito chiama l’ascensore per farsi trovare pronto dall’ambulanza, ma qualcuno doveva aver lasciato le porte aperte o forse era lento di suo. Fatto sta che col torace pieno di piombo e la ragazza con la treccia che lo sostiene Akai decide di scendere a piedi. Giunto al quinto piano si accascia al suolo.

Il fatto è stato definito “una tragedia” (poi derubricata a “incidente”) dal capo della polizia e solo una tragedia dal sindaco Bill de Blasio che ha ritenuto doveroso aggiungere che la scarsa illuminazione nella tromba delle scale in tutti gli edifici a carattere popolare impone provvedimenti che ne garantiscano una manutenzione più accurata che in passato. Ed è già tanto che non abbia detto che stavano appunto pensando di dotare le pattuglie di polizia mandate in perlustrazione di torce a led.

Invece il papa, il 23 ottobre scorso, in un discorso alla Delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, aveva detto un’altra cosa, e cioè che «può verificarsi che gli Stati tolgano la vita non solo con la pena di morte e con le guerre, ma anche quando pubblici ufficiali si rifugiano all’ombra delle potestà statali per giustificare i loro crimini. Le cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali sono omicidi deliberati commessi da alcuni Stati e dai loro agenti, spesso fatti passare come scontri con delinquenti o presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionale della forza per far applicare la legge. In questo modo, anche se tra i 60 Paesi che mantengono la pena di morte, 35 non l’hanno applicata negli ultimi dieci anni, la pena di morte, illegalmente e in diversi gradi, si applica in tutto il pianeta.

Le stesse esecuzioni extragiudiziali vengono perpetrate in forma sistematica non solamente dagli Stati della comunità internazionale, ma anche da entità non riconosciute come tali, e rappresentano autentici crimini».

Dunque né tragedia né incidente: autentici crimini «presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionale della forza per far applicare la legge».

In questo caso poi non c’era nemmeno alcuna legge da far applicare. E, purtroppo, non c’è nemmeno nessun tribunale che possa giudicare i colpevoli. Cioè quelli che mandano dei ragazzini non neri a scendere armati per scale buie piene di neri. Negri, come li chiamano loro.

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