I nomi degli agenti restano ignoti

Il rapporto sulle torture della Cia che fa tremare gli Stati Uniti

Il rapporto sulle torture della Cia che fa tremare gli Stati Uniti
10 Dicembre 2014 ore 18:50

La pubblicazione di un rapporto del Comitato di Intelligence del senato americano che mette in luce le torture perpetrate dagli agenti della Cia, scuote gli Stati Uniti e fa tremare Barack Obama. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha dichiarato: «Abbiamo indicazioni secondo cui la pubblicazione del rapporto potrebbe condurre a elevati rischi per le strutture americane e per gli americani nel mondo». Un rapporto definito “problematico” dallo stesso presidente Obama. Si tratta del più ampio studio mai realizzato sulle tecniche d’indagine e d’interrogatorio utilizzate dalla Cia. Nel corso degli ultimi 15 anni sono stati condotti solo altri due studi di tale portata: quello sugli attentati dell’11 settembre e quello sul programma di armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

Tutto ciò che è riportato nella documentazione, a dire la verità, già si sospettava da tempo, ma il fatto che i sospetti abbiano trovato conferma ufficiale ha creato seria preoccupazione e imbarazzo all’interno dell’amministrazione americana, in particolare sull’opportunità o meno di divulgare il rapporto. La Cia avrebbe voluto tenerlo segreto, ma la tenacia del senatore democratico Dianne Feinstein ha fatto in modo che venisse reso pubblico. Anche il segretario di Stato, John Kerry, avrebbe preferito ritardarne la pubblicazione per evitare conseguenze ritenute “drammatiche”, vista anche la situazione geopolitica mondiale.

Le torture da parte degli agenti Oltre seimila pagine di abusi e brutalità, la cui stesura ha richiesto sei anni di lavoro durante i quali sono stati confrontati documenti dell’intelligence e del Pentagono. Indagini costate 40 milioni di dollari. Dallo studio completo sono state estratte 480 pagine sulle tecniche estreme di interrogatorio utilizzate dalla Cia nei penitenziari segreti, i cosiddetti black sites di Europa e Asia, durante gli anni che seguirono l’attentato dell’11 settembre 2001. Il periodo a cui si riferiscono le pratiche denunciate è quello dell’amministrazione Bush Junior, dal momento che fu lo stesso presidente a chiudere queste carceri nel 2006. Quando alla Casa Bianca si insediò Barack Obama, uno dei primi provvedimenti fu bandire queste tecniche estreme di interrogatorio, che comprendevano sia torture di tipo fisico che di tipo psicologico. Nel rapporto si racconta che durante gli interrogatori, pur di rendere collaborativi i detenuti, gli agenti della Cia sono ricorsi al waterboarding (la tecnica di annegamento controllato), alla privazione del sonno per giorni o addirittura settimane intere, all’alimentazione e idratazione rettale, ai bagni ghiacciati, oltre che a tecniche di minaccia psicologica come la promessa di violenza e abusi sui famigliari dei detenuti, spesso minorenni. Queste tecniche venivano definite «enhanced interrogation techniques» (cioè tecniche d’interrogatorio rafforzate) e sono considerate forme di vera e propria tortura. Per questo Obama le proibì.

Ai fini di evitare reazioni contro obiettivi americani nel mondo, le agenzie di intelligence hanno alzato il livello di guardia e il Pentagono ha ordinato l’applicazione di tutte le misure necessarie per la sicurezza delle truppe e delle basi all’estero. La Cia, però, respinge le accuse e dichiara che i loro metodi sono stati efficaci nell’evitare attacchi all’America, anche se riconosce che siano stati commessi errori derivati dall’impreparazione di alcuni agenti a condurre un programma di lotta al terrorismo di tale portata, mai applicato prima al mondo.

 

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I Paesi coinvolti. Sebbene il rapporto non fornisca i nomi dei partner stranieri degli Stati Uniti, che hanno messo a disposizione della Cia i black sites in questione, queste Nazioni sono identificate nella documentazione attraverso un codice a colori: si è così potuto desumere che alcune di queste siano la Thailandia (indicata dal colore verde), la Polonia (in blu), la Romania (in nero) e la Lituania (in viola). Ci sarebbero anche altri quattro siti in Afghanistan, tra cui la famigerata “Miniera di sale”, denominata nel rapporto con il nome “Cobalto”, una prigione completamente sotterranea e totalmente priva di luci. Le organizzazioni per i diritti umani, oltre a quelli sopracitati, hanno identificato 54 Paesi coinvolti. Tra questi, come si vede dalla mappa pubblicata sul sito americano vox.com, anche l’Italia. Questi Stati, direttamente o indirettamente, hanno contribuito alla realizzazione del programma. Anche se non tutti i 54 Paesi hanno partecipato alle torture, tutti hanno sempre sostenuto il programma, consegnando alla Cia i detenuti richiesti, spesso poi torturati per estorcere loro informazioni.

Tutte le tecniche usate, però, sempre secondo il rapporto si sono rivelate inutili nella cattura di Osama Bin Laden, e più in generale inutili nella lotta al terrorismo. Il rapporto sottolinea inoltre che, tra i detenuti, uno su cinque era in carcere «per un errore di identità o a causa di cattive informazioni di intelligence».

Le reazioni. Il Senatore repubblicano, Dick Cheney, all’epoca dei fatti vicepresidente degli Stati Uniti, ha respinto ogni accusa, definendo il rapporto «un mucchio di sciocchezze», dal momento che quello della Cia era un programma autorizzato. Tuttavia, ciò che emerge è che la Cia abusò delle larghe concessioni della Casa Bianca e mentì a Washington in merito all’efficacia dei metodi di lotta al terrorismo jihadista. Il presidente Obama ha dichiarato invece che «le tecniche utilizzate hanno danneggiato significativamente l’immagine dell’America e la sua posizione nel mondo e hanno reso più difficile perseguire i nostri interessi con alleati e partner». Ha poi aggiunto: «Continuerò a usare la mia autorità di presidente per assicurare che non faremo mai più ricorso a questi metodi». Human Rights Watch si dice «sconvolta», come riporta l’Huffinghton Post. La premio Nobel per la pace e attivista americana per i diritti civili e umani, Jody Williams, afferma che «il rapporto porta alla luce una delle pagine più buie nella storia recente dell’America». Le fa eco Salil Shetty, segretaria generale di Amnesty International: «Di fronte a quanto evidenziato dal rapporto non si può parlare di “errori” o di casi eccezionali. Siamo infatti di fronte ad una pratica talmente diffusa da rientrare nella normalità dei comportamenti. Una normalità inaccettabile». Inoltre, secondo uno dei più autorevoli studiosi egiziani dell’Islam radicale, Nabil El Fattah, «non c’è dubbio che dopo la pubblicazione di questo documento, la credibilità e l’autorevolezza degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente saranno messi ancor di più in discussione».

Rimane da chiedersi, a questo punto, se qualcuno verrà punito per aver torturato i detenuti, dal momento che il rapporto omette i nomi degli agenti coinvolti.

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