Dem sotto anche Chieti, Matera e Rovigo

Renzi, la luna di miele è finita L'allarme che arriva dai ballottaggi

Renzi, la luna di miele è finita L'allarme che arriva dai ballottaggi
Cronaca 15 Giugno 2015 ore 16:23

Questo week end si sono tenuti i ballottaggi elettorali in quei 65 comuni italiani che il 31 maggio non erano riusciti, al primo turno, a scegliere definitivamente il proprio sindaco. Di questi, 11 erano capoluoghi di provincia, e il risultato dunque aveva una rilevanza politica non indifferente. Fra tutti, l’esito senza dubbio più significativo è stato registrato a Venezia, dove il Pd, con il candidato Felice Casson, ha perso il controllo della laguna in favore della coalizione di centrodestra e di Luigi Brugnaro. Per il resto, da segnalare anche la vittoria sempre del centrodestra ad Arezzo, patria di Maria Elena Boschi, Chieti, Matera e Rovigo, mentre il centrosinistra ha trionfato a Trani, Mantova, Macerata, e Lecco. Da segnalare anche la bassissima affluenza: solo un italiano su due chiamato alle urne si è presentato ai seggi, con un calo del 16 percento rispetto al primo turno.

 

Europe Migrants Summit

 

I risultati e le reazioni del Pd. Come detto, la sconfitta del Pd nel capoluogo veneto è il dato politicamente più rilevante del week end, non solo perché Venezia era la città più importante coinvolta in questi ballottaggi, ma anche perché una debacle del genere era assolutamente inaspettata: dal primo turno, infatti, Casson ne era uscito con 10 punti di vantaggio su Brugnaro. Questo significa solo una cosa: che molti partiti che non hanno partecipato al ballottaggio (su tutti il M5S), in assenza di propri candidati non votano Pd. Uno scenario che apre enormi perplessità in vista di eventuali elezioni politiche con l’Italicum. Casson era considerato un candidato perfetto, poiché del tutto estraneo allo scandalo del Mose, che ha coinvolto l’amministrazione cittadina (di centrosinistra) nei mesi scorsi. E invece, l’inaspettata batosta.

Ammissioni di sconfitta. Questa volta niente capriole apologetiche, nel Pd si ammettono chiaramente le difficoltà: «L’analisi puntuale conferma che il Pd è nettamente il primo partito in Italia anche nel numero dei sindaci, ma non è sufficiente a farci brindare stanotte», ha detto il numero due del partito Lorenzo Guerini. E ha ragione: degli 11 capoluoghi di provincia alle urne, il Pd ne ha portati a casa soltanto quattro. Oltre a Venezia, brucia tantissimo la perdita di Arezzo: nella città di Maria Elena Boschi, il candidato di centrodestra Alessandro Ghinelli ha rimontato gli otto punti di scarto che si era preso dal dem Matteo Bracciali al primo turno. Da par suo, Renzi non ha ancora parlato, ma è facile immaginare il malcontento del Premier, che si aspettava che quest’ultima tornata elettorale, comprensiva di regionali e comunali, avrebbe definitivamente tagliato le gambe ai suoi avversari, interni ed esterni. Ma il leader del Pd, al contrario, vede i propri grattacapi moltiplicarsi.

 

Italian Premier Matteo Renzi in press conference

 

Gioiscono Salvini e Berlusconi. Gongola, naturalmente, Matteo Salvini, che affida a Twitter il suo pensiero: «Renzi stiamo arrivando!». La Lega conferma i buoni numeri, seppur non eccezionali, degli ultimi tempi, e si candida con sempre maggior forza come partito leader del centrodestra italiano che verrà. Anche Berlusconi ritrova il sorriso («Ci davano per morti, e invece eccoci qua»), ma la gioia del leader di Forza Italia è piuttosto ingiustificata: il fatto che le coalizioni di centrodestra siano riuscite a vincere in diversi comuni è merito soprattutto dei voti portati dalla Lega. A Venezia, per esempio, Forza Italia si è fermata al 4 percento. Ma tutto sommato fa bene Silvio a tentare di accaparrarsi i meriti di questa buona prova (chiamarla vittoria è francamente esagerato), se non altro per ridare morale ad un ambiente, quello azzurro, che negli ultimi mesi lo aveva messo sotto ai tacchi.

Ma il Pd è in crisi? La conclusione tirata più o meno universalmente da queste amministrative è che il Pd, dunque, è in crisi. Forse un po’ eccessivo come termine, ma sicuramente la luna di miele che Renzi e compagni sembravano vivere con il Paese fino a poco tempo fa comincia a presentare le prime crepe. Il fatto non è numerico: considerando l’amplissima astensione e il raffronto con le scorse comunali e regionali (che è l’unico veritiero), infatti, il Pd ha perso qualche decina di migliaia di voti, e non quel milione di cui si parla nel raffronto con le europee dello scorso anno. O meglio, non ci sono poi così tante persone che hanno smesso di votare il Pd per andare da Salvini, Berlusconi o Grillo, ma per non andare più a votare proprio. Un aspetto che dovrebbe far pensare parecchio Renzi, il quale, forse, in quest’anno e mezzo ha commesso un errore fondamentale: non si è occupato di costruire una struttura adeguata al consenso che la sua persona stava riscuotendo. Renzi ha portato il suo partito ad essere di gran lunga il primo in Italia (perché nonostante tutto ancora lo è, e di parecchio) conquistando il favore del popolo grazie al suo carisma, al suo essere novità, freschezza, passione.

Pochi intimi e un grande leader. Contestualmente, il premier ha esautorato il partito e molti dei suoi componenti, un po’ per desiderio di “rottamare”, un po’ per rendersi la vita più semplice. Ha concentrato tutto nelle mani sue e di pochi intimi. Cosa che gli ha permesso di fare, anche solo quantitativamente, molto in poco tempo, e va bene, ma che ha anche tolto autorevolezza e voce alla maggior parte dei componenti del Pd. Così, mentre alle politiche o anche alle europee, più che i singoli candidati, i cittadini votano il leader (e qui sì che la tattica renziana porta i suoi frutti), alle amministrative si votano la persona del sindaco, e alle regionali quella del governatore, perché sono coloro che con maggior impatto verranno a decidere in casa degli elettori. Ecco allora che in molti non hanno tradito Renzi e il Pd per votare Salvini o Berlusconi, ma hanno però deciso di non andare ai seggi, perché il Pd territoriale, delle città e dei quartieri, non c’è più, è del tutto annichilito dalla dirompenza del suo leader. E faccia attenzione, Renzi: perché nel momento in cui il suo fascino non dovesse essere più così ammagliante (processo peraltro già iniziato), allora la leadership non solo di un comune o di una regione, ma anche del Paese stesso potrebbe sfuggirgli dalle mani.