La testimonianza

Restare disoccupato a 58 anni «Nessuno mi dà una possibilità»

Restare disoccupato a 58 anni «Nessuno mi dà una possibilità»
28 Febbraio 2018 ore 07:00

Nella sua lunga carriera professionale ha dimostrato, nei fatti e negli anni, flessibilità e capacità di rimettersi in gioco, oltre che competenza ed esperienza. Ha girato il mondo e lavorato nei settori più diversi passando dai semilavorati per industrie meccaniche ed elettromeccaniche alle periferiche dei computer, dai sistemi video allo storage fino ad arrivare ai network di autoriparatori. Non ha mai temuto le sfide, forte della sua instancabile voglia di fare e della sua solida esperienza. Eppure da qualche anno, professionalmente parlando, si trova come congelato, verrebbe da dire in un limbo, giacché per il mondo del lavoro è come se fosse trasparente. Semplicemente non esiste.

Un’odissea. Come tutti i lavoratori maturi, over 40, l’imprenditore meratese che ci ha contattato per raccontarci nell’anonimato la sua odissea («un po’ mi vergogno») ha un prerequisito che automaticamente lo taglia fuori da tutto: l’età. «Ho 58 anni, per il mondo del lavoro sono un vecchio. A prescindere da tutto, non sono “adatto” – spiega l’imprenditore, un diploma in Comunicazioni Multimediali nel cassetto e sulle spalle una carriera di manager in grandi multinazionali – Il mio curriculum è lì a dimostrare le sfide professionali che negli anni ho affrontato e superato. Sono l’incarnazione stessa delle best practices dell’adattabilità e della flessibilità. Ma non mi vuole nessuno. E la cosa peggiore è che nessuno è neppure disposto a darmi l’opportunità di misurarmi e di dimostrare il mio valore. Ho 58 anni, ma non mi sento vecchio, mi sento forte. Il lavoro non mi ha mai spaventato, al contrario. Potrei fare da mentore ai giovani, fare loro da coach, aiutare a prendere decisioni, definire obiettivi, individuare strategie. Ma sono parcheggiato in un limbo dal quale non ho prospettive di uscire». Perché la legge Fornero ha allungato di molto l’età pensionabile abbandonando a se stessi i lavoratori maturi che si trovano senza lavoro in un’età cruciale. Gli over 40 rappresentano infatti una generazione «cerniera» di per se stessa molto delicata, perché hanno molte responsabilità: verso se stessi, verso i figli e verso gli anziani genitori. Il che significa che se sono in crisi loro, è in crisi tutto il sistema che da loro dipende o che a loro fa quanto meno riferimento.

Da quanto tempo si trova in una condizione lavorativa precaria?

«Di fatto dal 2014, quando a causa del riassetto della società per cui lavoravo, mi sono trovato a dover trovare un’altra occupazione».

Che cosa ha fatto?

«Per qualche tempo mi sono arrangiato con una serie di lavori “spot”, grazie soprattutto alla mia rete di conoscenze che mi ha permesso di tirare avanti, poi mi sono però deciso a creare una start up di servizi di authority per il mercato assicurativo e broker. Ma da allora il lavoro non è comunque più stato lo stesso».

Che soluzioni ha cercato, come si è mosso?

«Mi sono mosso in tutte le direzioni possibili: dalle piattaforme online alle società di ricerca del personale, agli uffici sul territorio. Ma non è servito a niente».

E’ per questo che ha deciso di mettersi in proprio?

«Stanco di regalare il mio tempo e la mia professionalità ad altri, ho deciso di mettermi a lavorare a un progetto mio. E l’ho fatto consapevole dei rischi cui sarei andato incontro, ma convinto che alla fine il lavoro e la fatica mi avrebbero ripagato».

I risultati sperati però non ci sono stati.

«Ci sono talmente tanti vincoli burocratici, difficoltà e imprevisti per chi fa impresa in Italia, che è assai difficile che un’attività nuova, appena avviata,  vada a buon fine e superi il primo anno di vita».

Come ha reagito a questa situazione?

«Alla fine, quello che è successo a me come a migliaia di altri lavoratori maturi, può portare a due risultati. O ti ammazza, nel senso che ti scoraggia a tal punto da indurti a compiere gesti estremi (e in Italia ce ne sono stati tanti), oppure ti fortifica rendendoti più saggio e insegnandoti ad apprezzare, come è accaduto a me, quello che hai».

Le conseguenze emotive e sociali della perdita di lavoro sono devastanti.

«La vita è fatta così. Per quel che mi riguarda ho cercato di non scoraggiarmi e di tener duro affrontando le difficoltà e cercando di non perdere l’equilibrio interiore. Scivolare nella depressione in queste condizioni è molto facile perché in fondo, dopo una vita di lavoro, di successi e soddisfazioni personali e professionali, tutto d’un tratto ti senti inutile. “Possibile che  non serva più niente?” ti domandi. Ovvio che non è così, però intanto nessuno ti prende più in considerazione».

Lei ha famiglia?

«Moglie e due figli già grandi. Mia moglie lavora, per fortuna. Quanto ai ragazzi, il maggiore lavora ed è in attesa di partire per due anni di lavoro all’estero, l’altro ha un lavoro part time».

E’ più fortunato di altri, che invece rappresentano l’unico sostegno della loro famiglia.

«E’ parzialmente vero, ciò non toglie che sia una situazione insostenibile lo stesso, soprattutto nel lungo periodo. Lasciare che persone come me, con un bagaglio di esperienza e professionalità sulle spalle, non lavorino equivale a buttare via un patrimonio. Qualche anno fa ho finito di pagare il mutuo della casa, e sotto quel punto di vista sono tranquillo. Altri alla mia età non lo sono. Ma gli imprevisti nella vita sono sempre dietro l’angolo».

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