Si decide di volta in volta

3 mesi a tifo dimezzato, i retroscena

3 mesi a tifo dimezzato, i retroscena
27 Febbraio 2015 ore 08:40

Lo stadio Comunale di Bergamo è stato riaperto a tutti i tifosi. Dopo tre mesi abbondanti e ben sei partite giocate con divieto di accesso per i possessori di voucher, per i tifosi ospiti e per i non possessori di Tessera del Tifoso Dea Card, l’Atalanta avrà nuovamente la spinta della sua gente: l’ambiente ovattato e silenzioso che si è vissuto contro Avellino in Coppa Italia, Cesena, Palermo, Chievo, Cagliari e Inter sarà spazzato via dalla veemenza del sostegno dei bergamaschi.

Ma come si è arrivati a questa riapertura? Cosa è successo veramente in questi tre mesi? Chi si è mosso per favorire un ritorno alla normalità? E ancora, la riapertura dello stadio a tutti i tifosi va considerata definitiva oppure si potrebbe, in futuro, vivere nuovamente una situazione fatta di divieti e di accessi chiusi per i possessori di voucher, per gli ospiti o per chi non è in possesso della Dea Card? Ripercorriamo questi mesi svelando qualche retroscena.

In principio fu la guerriglia. Tutto ebbe inizio sabato 22 novembre nel dopo partita di Atalanta-Roma. Attorno allo stadio, gruppi di violenti e facinorosi scatenarono la guerriglia contro la polizia, sia in via Baioni (zona di passaggio per i bus dei tifosi romanisti) che in viale Giulio Cesare. Per evitare che le tifoserie venissero a contatto, le forze dell’ordine lanciarono lacrimogeni e fecero una serie di cariche di alleggerimento. Al termine della battaglia, sei ultrà bergamaschi vennero arrestati con l’accusa di aver partecipato agli scontri. Inizialmente in carcere, e poi ai domiciliari, per tutti loro è scattata la libertà condizionata col solo obbligo di firma in caserma.

Quattro giorni dopo quei gravi fatti (quattro poliziotti feriti, danni ai mezzi delle forze dell’ordine e notevoli disagi per gli abitanti della zona, oltre allo scoppio di bombe carta), il 26 novembre il sindaco Gori si recò nella capitale. La visita del primo cittadino di Bergamo non fu però un atto volontario, bensì la risposta a una convocazione effettuata da parte dei funzionari dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, un organismo del ministero dell’Interno che ha il compito di garantire la regolarità delle partite e di decidere le misure necessarie. All’incontro parteciparono sia il numero uno di Palazzo Frizzoni che i vertici dell’Atalanta, nelle persone del Direttore Generale PierPaolo Marino e del Direttore Operativo Roberto Spagnolo. Da quel che si è potuto sapere, la discussione, in quella sede, fu decisamente accesa.

Sostanzialmente, l’Osservatorio Nazionale delle Manifestazioni Sportive mise al centro di ogni ragionamento la regolarità dell’evento sportivo. Tale regolarità è garantita dalla presenza all’interno dello stadio sia dei tifosi di casa che dei tifosi ospiti. È questa la ragione per cui Roma non diede seguito alla richiesta del Questore di Bergamo di non consentire ai tifosi romanisti la trasferta a Bergamo. Il numero uno di via Noli, Finolli, aveva infatti sconsigliato di lasciare aperta la vendita dei biglietti del settore ospiti per questioni di ordine pubblico.

Partendo dal presupposto della regolarità dell’evento sportivo, la linea dell’Osservatorio emersa nell’incontro fu addirittura più pesante del divieto poi effettivamente applicato. L’intenzione era addirittura quella di impedire agli ultras bergamaschi di assistere alle partite al Comunale, lasciando invece libero accesso agli ospiti. Non devono essere le logiche ultras a determinare chi può entrare o meno dentro uno stadio, sostennero i funzionari di Roma. Se avesse prevalso questa logica, per chiarire, contro il Cesena o contro l’Inter sarebbe stato aperto il settore riservato ai romagnoli (gemellati con il Brescia) e ai meneghini (con cui i rapporti degli ultras di casa sono pessimi) mentre in Curva Pisani e in Curva Morosini i possessori di voucher (per la grande maggioranza ultras bergamaschi) non avrebbero potuto entrare.

Il successivo dispositivo del ministro Alfano definì i contorni del divieto. Per le gare da disputare lontano da Bergamo il termine temporale venne fissato in tre mesi, mentre per le partite interne il Viminale diede facoltà al Prefetto di decidere “di volta in volta”. In uno scenario simile, la decisione di chiusura totale portata avanti dal prefetto Francesca Ferrandino può dunque essere vista sotto una luce diversa. La linea dell’Osservatorio l’avrebbe portata a decidere in un senso per i padroni di casa e in senso opposto per gli ospiti, con conseguenze facilmente immaginabili.

 

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Una discussione accesa. Sul divieto di trasferta per tutti i bergamaschi, il dibattito in città si è presto acceso. Lo stop di tre mesi ha colpito infatti tutti i possessori di Tessera del Tifoso, gli unici che per regolamento possono acquistare i biglietti delle trasferte. Si tratta degli stessi che in casa sono sempre potuti entrare, anche durante le sei partite oggetto di divieto. Ed è proprio questa decisione contraddittoria ad aver sollevato la protesta. Perché in casa sì e in trasferta no? Tanto più che, è noto, gli ultras, a Bergamo non hanno la tessera del tifoso, da loro giudicata una sorta di schedatura. Insomma, per colpire i violenti si sono colpiti anche quelli che violenti non sono. E così si è andati avanti per tre mesi.

A dare una spinta decisiva verso la riapertura dello stadio di Bergamo a tutti i tifosi è stata, nelle ultime settimane, la disparità di giudizio e di trattamento riservato ad altre tifoserie per episodi analoghi a quelli del 22 novembre. In particolare, gli scontri avvenuti nella Capitale lo scorso 11 gennaio. A margine del derby, le tifoserie di Lazio e Roma si sono rese protagoniste di atti violenti equiparabili a quelli visti a Bergamo. Le sanzioni da parte dell’Osservatorio, del Viminale e del Prefetto di Roma, però, sono state clamorosamente più leggere: una partita a testa per Roma e Lazio con la curva chiusa in campionato, più Roma-Empoli di Coppa Italia. Peraltro, gli ultras della Roma, in Coppa, sono entrati senza problemi in Tribuna. Quelli della Lazio, con la Curva Nord chiusa, sono stati fatti entrare invece in Curva Sud.

Due pesi e due misure. Questa disparità di trattamento ha mosso le acque: l’Atalanta e il Comune di Bergamo hanno intensificato la tessitura della tela diplomatica per arrivare il più velocemente possibile a una soluzione. Un primo, importante passaggio c’era stato alla vigilia della gara con l’Inter. Memori della posizione dell’Osservatorio sulla regolarità delle gare con i tifosi ospiti al seguito, il Prefetto ha scelto di tenere ancora fuori gli ultras bergamaschi e di vietare la partita a quelli dell’Inter, riaprendo però la vendita dei biglietti a tutti i possessori della Dea Card e ai cittadini bergamaschi nelle due tribune. Quest’ultimo un passo importante verso i semplici appassionati.

Inoltre, il fatto che prima, durante e dopo la partita con l’Inter non sia accaduto nulla di rilevante è stato un altro segnale decisivo. Per i tutori dell’ordine pubblico, quella contro l’Inter è stata insomma una sorta di prova generale: la gara era delicata, con tanti tifosi ospiti nelle due tribune, eppure il comportamento del pubblico atalantino è stato esemplare. Così non era avvenuto due settimane prima per la partita con il Cagliari. In molti si attendevano la riapertura già in quella occasione (era il 1 febbraio 2015), ma il corteo organizzato dai tifosi prima di Atalanta-Chievo e i danni provocati a una volante della polizia finirono per ritardare il ritorno alla normalità. Il colpevole del gesto vandalico venne identificato e denunciato, ma il comportamento di chi era all’esterno dello stadio fu giudicato negativamente da chi doveva decidere.

 

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Chi ha protestato e chi ha mediato. Anche fra le autorità, le posizioni su questa vicenda sono state diverse. Da un lato c’è stato chi, come ad esempio il presidente della Provincia Matteo Rossi, ha sottoscritto già il 4 gennaio una lettera aperta di alcuni tifosi vip che conteneva un appello al Prefetto per la riapertura dello stadio. Privare così a lungo i cittadini non violenti del diritto e della libertà di godersi una partita, per di più in una stagione delicata come quella che l’Atalanta sta vivendo, era da costoro giudicata come una punizione eccessiva.

Altri invece, come ad esempio il sindaco Gori e la stessa società Atalanta, hanno optato per una diplomazia sotterranea, che da un lato non mettesse in discussione le istituzioni ma dall’altro favorisse lo sbocco della situazione. C’è chi sostiene la tesi che aver messo pressione al prefetto con la lettera-appello abbia in effetti portato più danni che benefici. In ogni caso, l’opera di mediazione – di cui Gori è stato uno dei silenziosi protagonisti – è stato un punto di forza per arrivare alla riapertura per Atalanta-Sampdoria.

E in futuro? La decisione del Prefetto in merito alla partita di domenica contro i liguri è stata avallata da Roma. Nel dispositivo del ministro dell’Interno si parlava però di decisioni da prendere “di volta in volta”. Il significato è dunque molto chiaro: da qui a fine campionato ogni partita verrà valutata attentamente, considerando le rivalità con i tifosi avversari e le esigenze di ordine pubblico. A Bergamo, da qui a fine maggio, dovranno venire i tifosi di Sampdoria, Udinese, Torino, Sassuolo, Empoli, Lazio, Genoa e Milan. Non è escluso che, in alcuni casi, possano essere nuovamente imposti divieti.

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