In Appello assolti tutti gli imputati

Riassunto del caso Cucchi una morte «che non sussiste»

Riassunto del caso Cucchi una morte «che non sussiste»
01 Novembre 2014 ore 12:41

«Il fatto non sussiste»: la formula giuridica con cui i giudici dichiarano che qualcosa non è mai accaduta. «Il fatto non sussiste» è la formula con cui, venerdì 31 ottobre, i giudici della Corte di Appello di Roma hanno assolto 6 medici, 3 infermieri e 3 agenti penitenziari accusati di aver ucciso, per botte e malnutrizione, Stefano Cucchi. «Il fatto non sussiste» è una frase che stona terribilmente con le immagini, che dal 22 ottobre 2009 ci siamo purtroppo abituati a vedere, del corpo martoriato e denutrito del ragazzo, arrestato il 15 ottobre dello stesso anno e morto all’Ospedale Pertini appena una settimana dopo.

In primo grado, il 5 giugno 2013, la III Corte d’Assise condannò, dei 12 imputati, solamente 5 persone: 2 anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa) per il primario, 1 anno e 4 mesi per omicidio colposo (con pena sospesa) per quattro medici e 8 mesi per falso ideologico per il sesto medico. Assolti, invece, infermieri e guardie penitenziarie. I giudici dell’Appello avrebbero potuto confermare il primo grado, accogliere le richieste della procura condannando tutti gli imputati o accogliere la tesi della difesa: hanno optato per quest’ultima strada, ovvero l’assoluzione di tutti gli imputati.

Una settimana e poi l’inferno. La tragica vicenda che portò alla morte Stefano Cucchi iniziò alle 23.30 del 15 ottobre 2009: il ragioniere 31enne, che lavorava nello studio di famiglia a Roma, nel quartiere Casilino, fu arrestato dai Carabinieri al parco degli Acquedotti perché trovato in possesso di 12 confezioni di hashish e tre di cocaina. Non era in forma perfetta: pesava solo 43 chili, ma non presentava alcun tipo di trauma fisico. Nella notte fu perquisita l’abitazione dei genitori e la mattina fu portato in Tribunale per l’udienza di convalida: già in quel momento presentava evidenti ematomi agli occhi. Stefano Cucchi aveva già precedenti penali, anche se non per reati connessi alla droga. Per questo motivo il fermo fu convalidato e venne portato al carcere di Regina Coeli. I giorni successivi nessuno sa esattamente cosa accadde: Cucchi venne portato in diverse strutture, fu sotto il controllo di decine di guardie penitenziarie, fu visitato da decine di infermieri e medici. Si sa, almeno così ha ricostruito la procura, che nei 6 giorni successivi all’arresto, Cucchi fu vittima di soprusi, abusi e illegalità, che non si è potuto però ricostruire pienamente. L’unica certezza è che il trentunenne venne ricoverato all’Ospedale Pertini di Roma il 21 ottobre, una settimana dopo il suo arresto, nonostante il suo rifiuto: pesava solo 37 chili, ben 6 in meno del giorno dell’arresto, e le sue condizioni fisiche erano evidentemente tragiche. Morì alle 3 del 22 ottobre 2009.

Le accuse e le barricate. Non ci voleva un esperto per intuirlo, bastava guardare il corpo del ragazzo per capire che non era stato trattato con i guanti: oltre all’evidente stato di denutrizione, il corpo presentava segni di botte. La famiglia denunciò all’opinione pubblica le violenze che riteneva avesse subito Cucchi. Il personale carcerario e sanitario, naturalmente, negò tutto. Il 9 novembre 2009, mentre la polemica impazzava sui media, l’allora sottosegretario di Stato, Carlo Giovanardi, dichiarò: «Cucchi è morto di anoressia e tossicodipendenza. Era anche sieropositivo». Dichiarazioni che indignano, come se essere malati fosse un buon motivo per infierire su di lui, risponde la famiglia Cucchi, guidata dalla sorella di Stefano, Ilaria. Giovanardi, appena due giorni dopo, si scusò per la mancanza di rispetto che hanno denotato le sue affermazioni, ma continuò a ritenere la morte del ragazzo una conseguenza delle sue azioni e non una conseguenza di violenze del personale medico e carcerario.

La famiglia Cucchi decise allora di rendere pubbliche le foto del corpo del giovane scattate in obitorio, per bloccare le illazioni. Le immagini ritraggono un corpo magrissimo, chiaramente in stato di denutrizione, e diversi traumi causati da violente percosse e traumi multipli. Le immagini creano logicamente scalpore e il 14 novembre la procura si attivò: venne contestato il reato di omicidio colposo a carico di tre medici dell’ospedale Pertini e quello di omicidio preterintenzionale a tre agenti della penitenziaria che avevano in custodia il ragazzo. Le forze dell’ordine continuavano a sostenere l’assoluta estraneità degli accusati dai fatti e si trincerarono dietro barricate di silenzi e smentite. Il 27 novembre, finalmente, si mosse anche la politica: l’allora senatore del PD Ignazio Marino, presiedette una commissione d’inchiesta del Senato sul caso. I risultati stabilirono, successivamente, che al momento dell’ingresso in carcere Cucchi presentava già lesioni gravi al volto, lesioni vertebrali e un sospetto di trauma cranico e addominale. Secondo l’accusa Cucchi fu picchiato violentemente prima ancora dell’udienza di convalida dell’arresto. In seguito, dopo il suo ricovero al Pertini, non fu curato né nutrito, lasciandolo morire di fame e di sete.

La conclusione delle indagini e la sentenza di primo grado. Nel frattempo continuavano le indagini anche della procura di Roma. Il 30 aprile 2010 si arrivò a 13 persone coinvolte nelle indagini, tra personale sanitario e agenti di polizia penitenziaria. Ai primi, a seconda delle posizioni, vennero contestati i reati di favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d’ufficio e il falso ideologico; ai secondi, invece, i reati di lesioni e abuso di autorità. Ciclicamente, dopo periodi di lungo silenzio, il caso Cucchi tornava sulle prime pagine dei giornali, principalmente grazie alla strenua lotta per la verità di Ilaria Cucchi e della sua famiglia. Il processo prese il via, come sempre tra lunghe pause e rinvii. Il 13 dicembre 2012 giunsero finalmente i risultati delle perizie: il ragazzo morì a causa delle mancate cure dei medici, per grave carenza di cibo e liquidi. Le lesioni riscontrate post mortem potrebbero essere causa di un pestaggio o di una caduta accidentale, ma non è possibile stabilire quale delle due cose sia accaduta, almeno per i periti. Il 5 giugno 2013 giunse la sentenza di primi grado della II Corte d’Assise: 2 anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa) per il primario, 1 anno e 4 mesi per omicidio colposo (con pena sospesa) per quattro medici e 8 mesi per falso ideologico per il sesto medico, tutti del Pertini di Roma. Assolti invece infermieri e guardie penitenziarie. Troppo poco per procura e famiglia Cucchi. Soddisfazione, seppur contenuta, per la difesa.

L’Appello e le reazioni. Prevedibile e scontato l’appello, in cui la procura chiese la condanna per tutti gli imputati, compresi coloro che erano stati assolti in primo grado. E invece, il 31 ottobre 2014, è arrivata quella frase, quel «il fatto non sussiste» che cancella tutto, anche quel poco che dei giudici, appena un anno e mezzo fa, avevano deciso. Un colpo di spugna che fa male alla famiglia Cucchi. «L’hanno ucciso un’altra volta» dichiara, in lacrime, Ilaria Cucchi. Gioiscono, invece, i legali dei medici e degli agenti della penitenziaria. Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, dichiara che era quello che temeva e che, non appena saranno rese note le motivazioni, farà ricorso in Cassazione. Gaetano Scalise, avvocato difensore di Aldo Fierro, primario del Pertini, spiega che il punto nodale del caso è che esistono dubbi sulla causa di morte di Cucchi, e questo escluderebbe automaticamente la responsabilità del medici, cosa confermata dalla sentenza della Corte di Appello. La reazione meno equilibrata giunge dal Sap, il sindacato di polizia, che, attraverso le parole del segretario Gianni Tonelli, afferma: «In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie». Parole che fanno male, parole che pesano come macigni sul dolore di una famiglia che ha già perso un figlio. Nonostante qualcuno affermi che «il fatto non sussiste».

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