Dall'inizio all'ischemia di Latorre

Riassunto della vicenda Marò

Riassunto della vicenda Marò
04 Settembre 2014 ore 18:52

Lo stato di salute di Massimiliano Latorre, il marò arrestato in India insieme al collega Salvatore Girone, ha riacceso i riflettori su uno dei casi più tristi della diplomazia italiana. Una vicenda complicata, nella quale ci sono ancora molti punti oscuri, anche per il fatto che i media italiani hanno spesso raccontato solo una parte della verità.

Dopo che i due fucilieri della marina italiana erano tornati in Italia lo scorso anno per le vacanze di Natale, il blog Giap ha cercato di far luce su quanto fino ad allora era stato taciuto dalla stampa italiana mainstream. Il merito è di un giornalista italiano, Matteo Miavaldi, della redazione indiana di China Files, che ha ricostruito nei dettagli la vicenda dei due marò «accusati dell’omicidio di due pescatori indiani e promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria». Miavaldi ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze. «La narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza”, scrive Miavaldi.

Che cosa accadde davvero quel 15 febbraio 2012? La Enrica Lexie, una petroliera italiana, viaggiava al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo c’erano sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia.

I marò sono una sorta di marines del tricolore. Con l’escalation, nel 2009, della pirateria nei mari mondiali, e a seguito di un protocollo d’intesa tra la Difesa e l’associazione degli armatori, i cargo possono richiedere la presenza a bordo dei marò. I loro compiti sono la vigilanza, l’osservazione e il monitoraggio delle situazioni potenzialmente pericolose, ricorrendo a colpi di arma da fuoco solo in casi eccezionali e comunque in aria o in acqua a distanza di sicurezza.

Scambiando per pirati l’equipaggio di un peschereccio indiano, il St. Antony, sul quale c’erano 11 persone, la petroliera italiana pensa di essere sotto attacco.
Intorno alle 16.30 i marò sparano ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni).
La St. Antony informa dell’accaduto la guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dalla petroliera confermano e al comandante, Umberto Vitelli, viene chiesto di attraccare al porto di Kochi. Poco dopo la Marina Italiana ordina a Vitelli di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il comandante invece – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’esercito – asseconda le richieste delle autorità indiane. La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

L’incidente avvenne in una porzione di acque che viene definita “contigua”. Secondo il diritto internazionale, le acque territoriali sono quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati, e su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma, con alcuni limiti. La disciplina attualmente in vigore è quella definita dalla Convenzione di Montego Bay del 1982, che stabilisce che ogni Stato è libero di stabilire l’ampiezza delle proprie acque territoriali, fino a un massimo di 12 miglia nautiche (1,8 km). La zona contigua, invece, è quella parte di acque che si estende fino a un limite massimo di 24 miglia marine dalla linea di base della costa; quindi per 12 miglia marine oltre il limite delle acque territoriali. Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, cioè in piena zona contigua. Sempre secondo il diritto internazionale ogni Stato può rivendicare la giurisdizione su questa porzione di acque. Così è in India. È questo il motivo per cui il processo è stato spostato dal livello statale a quello federale. Un fatto che è stato accettato anche dai legali dei due marò.

Inoltre, i due marò hanno sparato. Lo dimostrano i risultati degli esami balistici condotti da tecnici indiani a cui sono presenti anche esperti italiani che supervisionano. A sparare contro il peschereccio St. Antony sono stati i due fucili Beretta in dotazione ai marò. Gli altri militari italiani e i membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony confermano la tesi.

Secondo la legge indiana qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali. L’India quindi vuole processare i due marò. Nell’attesa Latorre e Girone sono alloggiati in soggiorno forzato all’ambasciata italiana.

Un paio di mesi dopo la disgrazia, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario: alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, sono andati 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hanno ritirato la denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa. Una scelta duramente criticata dalla Corte Suprema di Delhi: l’Italia è stata condannata a pagare una multa di 200mia rupie (quasi 1.500 euro) e i familiari dei pescatori, per aver accettato il denaro dall’Italia, a pagare ciascuno l’equivalente di 144 euro.

Un anno dopo l’incidente e dopo un lungo tira e molla il governo di New Delhi ha deciso di affidare alla National investigation agency delle nuove indagini sulla base alla Sua act, legge antiterrorismo che prevede la pena di morte. A marzo 2014 la Corte Suprema indiana ha accolto il ricorso presentato dai due fucilieri italiani contro l’utilizzo della Nia, la polizia antiterrorismo. I giudici hanno dunque sospeso il processo a carico dei marò presso il tribunale speciale.

Oggi il processo è a un punto morto. Dopo tre cambi di governo in Italia, uno in India e 5 milioni di euro spesi in avvocati, la strategia difensiva italiana per i marò cambia. Tra fine febbraio e metà marzo il caso è stato affidato a un nuovo team di giuristi, coordinato dall’avvocato inglese Daniel Bethlehem. Ci si è così avviati verso una nuova fase di “internazionalizzazione” della vicenda, con il ricorso all’arbitrato internazionale. Ora il malore di Latorre potrebbe convincere le autorità indiane a sveltire le pratiche e far riprendere il processo, o quantomeno dare una spinta per riportare i marò a casa in tempi più rapidi di quelli dell’apertura di una vertenza internazionale.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia