I costi stimati in oltre 6 miliardi di dollari

Chi ricostruirà la Striscia di Gaza?

Chi ricostruirà la Striscia di Gaza?
06 Settembre 2014 ore 08:50

Secondo Palestine News Network una fonte del Parlamento Europeo avrebbe reso noto che Israele sta approfittando dei lavori di ricostruzione nella striscia di Gaza mediante il blocco di fatto posto all’entrata di qualsiasi materiale edilizio non israeliano nel territorio. Si valuta che questa “deliberata” tattica porti nelle casse di Israele diversi miliardi di dollari.

Per quanto l’accordo di pace non vieti esplicitamente l’importazione di materiali da altri Paesi, la fonte – che ha chiesto di rimanere anonima – ha riferito che il blocco viene attuato invocando a ogni piè sospinto le solite ragioni di sicurezza.

«Se si vuole che i materiali per la ricostruzione entrino, è inevitabile che essi provengano da ditte israeliane» ha aggiunto un funzionario dell’UE. «Non credo che questa condizione si possa trovare scritta in qualche documento ufficiale, ma quando si va a trattare con Israele, questo è quel che succede. Ovvio che un simile comportamento porti ad aumentare i costi della ricostruzione e quelli relativi alle transazioni commerciali: ed è un problema politico, non economico, che deve essere risolto, prima o poi».

Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano, ha negato l’esistenza di un piano per impedire che materiali privi del certificato “made in Israel” entrino nella Striscia. Ma la pratica è tanto conosciuta che un diplomatico occidentale ha dichiarato all’agenzia EurActiv che «È semplicemente vergognoso che una nazione che ha appena demolito 25mila edifici, pretenda adesso che il proprio settore edilizio tragga beneficio dalla loro ricostruzione a spese della comunità internazionale».

EurActiv ha previsto che Gaza resterà un posto invivibile almeno fino al 2020, aggiungendo che la disoccupazione è cresciuta al 36percento e che la popolazione è molto più povera adesso di quanto non lo fosse negli Anni ‘90, ovvero al tempo del trattato di Oslo, l’accordo siglato fra Palestinesi e Israeliani sotto l’ombrello americano.

Secondo un rapporto pubblicato questa settimana da Palestine Shelter Cluster, una ONG  patrocinata del Comitato Svedese per i Rifugiati con la partecipazione dell’UHNCR  e della Croce Rossa Internazionale, il permanere delle attuali restrizioni all’ingresso di materiali non certificati comporta non soltanto un maggior costo delle operazioni ma anche – e questo è ancor più drammatico – che i tempi della ricostruzione si allungheranno indefinitamente, o comunque troppo per un paese ferito nel profondo della propria economia.

Senza blocco, ha dichiarato un portavoce del primo ministro palestinese Abu Mazen, i costi per la ricostruzione sono stimati in oltre 6 miliardi di dollari. Una cifra approssimata per difetto, secondo Palestine News Network, che parla di un miliardo di dollari in più.

Come se non bastasse, l’Agenzia dell’Onu per il Soccorso e il Lavoro (UNRWA) aveva già fatto sapere che le condizioni di vivibilità del territorio peggioreranno negli anni a causa della crescita della popolazione e del concomitante impoverimento delle risorse idriche.

«Con almeno 20mila abitazioni danneggiate o distrutte, con chilometri di infrastrutture idriche devastate, con milioni di litri di liquami sversati in mare ogni giorno e in più l’impatto rovinoso del blocco, la sostenibilità ambientale di Gaza tende a ridursi drammaticamente», ha detto, sempre a EurActiv, il portavoce dell’UNRWA Christopher Gunness.

Ricordiamo che nel corso dell’ultimo conflitto sono morti oltre 2mila e 100 palestinesi, la gran parte dei quali civili, a fronte di 73 israeliani, quasi tutti soldati.

Nel frattempo Haaretz, influente quotidiano di Gerusalemme, fa sapere che secondo il governo di Gerusalemme, gli Stati Uniti hanno soltanto perso del tempo nel tentativo di impedire il furto di territorio palestinese compiuto in questi giorni dagli Israeliani nella West Bank. Per Gerusalemme non si tratta, infatti, di furto, ma della giusta ritorsione per l’assassinio dei tre ragazzi ebrei ad opera di militanti di Hamas, la stesso episodio invocato per giustificare l’attacco a Gaza. La West Bank, come noto, non è la Striscia, però – sempre secondo il trattato di Oslo – appartiene al territorio del costituendo Stato palestinese. Dunque la rapina di terreno compiuta in spregio di ogni più elementare norma di diritto è un altro colpo inferto a Gaza. Ossia una violazione della pace.

L’amministrazione Obama aveva tentato di opporsi all’iniziativa proclamando ai quattro venti  che una simile vergogna era inaccettabile, ma dopo che il governo ebraico le ha fatto sapere che stava perdendo il suo tempo non ha potuto rispondere se non che «la reazione degli Stati Uniti troverà il modo di manifestarsi in altri modi». Quali? ha chiesto Haarez. Il funzionario ha rifiutato di fornire ulteriori particolari.

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