Le foto dall'aula e il tweet di Renzi

Riforme e Senato, sette punti per capire cosa cambierà

Riforme e Senato, sette punti per capire cosa cambierà
09 Agosto 2014 ore 13:20

Quaranta articoli che cambiano profondamente la struttura politica e istituzionale del nostro Paese. Stamattina è finalmente arrivato il sì definitivo al ddl Boschi: 183 voti a favore e 4 astenuti hanno dato il via libera in Senato ad un testo che ora attende il passaggio alla Camera dove, se verrà confermato, metterà fine al bicameralismo perfetto che ha dominato la politica italiana fino ad oggi. Non hanno votato Lega, Sel e Gruppo Misto; i Cinque Stelle hanno lasciato l’aula.

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I punti salienti del pacchetto di articoli riguardano proprio Palazzo Madama, dove cambieranno il numero di senatori, le funzioni svolte, le leggi che il Senato avrà facoltà di votare. Altre modifiche consistenti interesseranno province e referendum. Di seguito, 7 punti riassuntivi con i principali cambiamenti cui il Senato ha detto oggi sì.

1. Il Senato dei cento. Riduzione del numero dei senatori, che calano da 315 a 100. 95 di questi saranno scelti da consiglieri regionali e sindaci, non più dagli elettori: il loro ingresso in carica coinciderà con quello, appunto, dei nuovi consigli regionali cui fanno riferimento. I restanti 5 saranno invece di nomina presidenziale, e non siederanno più in Senato a vita, ma solo per sette anni. Come segnala Libero, ci sarebbe stata una clamorosa dimenticanza nel testo: nessun limite d’età è esplicitato. Ciò significa che un senatore potrebbe essere eletto anche a 18 anni (a differenza di quanto accade ora: servono minimo 40 anni per essere scelti).

2. Spending review e immunità. Sospesa l’onerosa indennità da 14mila euro che ognuno dei senatori riceveva. Tutto ciò porterà ad un risparmio per le casse dello Stato di quasi 50 milioni di Euro l’anno. Quanto all’immunità, i nuovi senatori godranno della stessa garanzia concessa ai parlamentari: arresto, intercettazione e sequestro potranno essere eseguiti solo con autorizzazione della Camera di appartenenza.

3. Stop al ping pong. Finisce il cosiddetto ping pong di leggi tra Camera e Senato, col passaggio di una proposta di testo tra le due aule per la doppia approvazione. Sulle leggi proposte dalla Camera il Senato avrà facoltà unicamente di proporre modifiche qualora un terzo dei componenti lo richieda. Rispettando però tempi strettissimi: 30 giorni, 15 addirittura per le leggi di bilancio, prima che i testi tornino a Montecitorio.

4. I compiti dei nuovi senatori. E cambiano così del tutto i poteri di Palazzo Madama: ai 100 eletti non spetterà più votare la fiducia al Governo. Il nuovo Senato, invece, potrà interrogare i ministri ed esprimere pareri sulle nomine governative, verificare l’attuazione delle leggi e nominare commissioni d’inchiesta. Dagli scranni del Senato passeranno riforme soltanto in tema costituzionale, leggi sui referendum popolari, ratifiche dei trattati internazionali, leggi elettorali degli enti locali, testi sul diritto di famiglia, matrimonio e diritto alla salute.

5. L’elezione del Presidente della Repubblica. Novità verranno introdotte anche nell’elezione del Presidente della Repubblica. La Costituzione prevedeva, fino ad oggi, che il voto fosse valido a raggiungimento del quorum di due terzi entro il terzo scrutinio, in seguito con la maggioranza assoluta. Col ddl Boschi gli scrutini col massimo quorum diventano quattro, cui faranno seguito altri quattro in cui l’asticella passa ai tre quinti e, soltanto dal nono in poi, arrivare alla maggioranza assoluta.

6. Referendum. Nuovi ordinamenti di quorum e firme per i referendum abrogativi. Due sono le asticelle che la nuova norma introduce: con 500mila firme raccolte, affinché una consultazione popolare sia valida servirà ottenere la metà dei votanti più uno, mentre se le firme diventano 800mila basterà la maggioranza dei votanti alle ultime politiche. 150mila diventano invece le sottoscrizioni necessarie per le leggi popolari, tre volte tanto lo sbarramento di oggi.

7. Abolizione province. Il ddl Boschi sopprime definitivamente la menzione delle Province tra le articolazioni territoriali della Repubblica, oltre ad eliminare il Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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