La metropoli torna alla normalità

La rivolta degli ombrelli è finita

La rivolta degli ombrelli è finita
15 Dicembre 2014 ore 11:21

A Hong Kong la polizia ha smantellato l’accampamento di Causeway Bay, l’ultimo baluardo del movimento Occupy Hong Kong, che da 79 giorni aveva issato le tende per invocare la democrazia. Numerosi gli attivisti arrestati, tra cui il deputato cattolico Kenneth Chan Ka-lok (del Civic Party), un dimostrante di Pechino e un anziano di 90 anni. Con lo sgombero anche dell’ultimo sit-in, nel distretto commerciale e finanziario, Hong Kong torna alla normalità di sempre e mette a tacere la richieste di democrazia e libertà dei suoi giovani.

La scorsa settimana c’era stato lo sgombero del presidio di Admirality, uno dei più grandi dell’intero movimento, dove 7 mila agenti di polizia hanno cercato di mettere la parola fine a uno dei più grandi movimenti di protesta mai visti a Hong Kong. Per rallentare in maniera non violenta le operazioni di sgombero i manifestanti ad Admirality avevano sparso glitter in polvere, facendo scendere una patina scintillante sul quartiere degli affari dell’ex colonia britannica. La polizia di Hong Kong aveva concesso un paio di giorni perché i manifestanti liberassero il sito prima dell’azione di sgombero, con l’avvertenza che chi avesse resistito sarebbe stato arrestato. Quella notte a Hong Kong si erano radunati per sostenere i manifestanti, e tra loro c’erano anche molte celebrità e deputati locali. Il bilancio è stato di 247 arrestati. Anche la scorsa notte, a Causeway Bay, erano in migliaia a sostegno degli accampati, che hanno usato le ultime ore di presidio per “parlare liberamente” di democrazia.

Le prime spaccature nel movimento, però, si registravano già da giorni, quando la maggior parte dei manifestanti pro-democrazia si era allontanata pacificamente dai sit-in. A inizio dicembre, dopo gli scontri con la polizia, i tre fondatori degli “Occupy”, che si erano caratterizzati per la protesta non violenta hanno annunciato che si sarebbero arresi alla polizia, mentre altri manifestanti chiamarono a una nuova ondata di proteste, iniziando uno sciopero della fame.

Il movimento degli ombrelli. La rivoluzione degli ombrelli, che prende il nome dal fatto che i dimostranti usano i parapioggia per proteggersi dai gas lacrimogeni, è nata con il movimento Occupy Hong Kong a fine agosto. Studenti e oppositori hanno denunciato il mancato rispetto della promessa di eleggere democraticamente il Chief Executive della città. L’obiettivo era quello di evitare che la Cina imponesse un esponente indicato proprio dal regime di Pechino. Domenica 28 settembre migliaia di persone sono scese in strada nel distretto di Central, il cuore della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, per chiedere che Pechino concedesse all’ex colonia britannica elezioni democratiche con il metodo del suffragio universale. Era dal 1989 che il regime comunista non attraversava una crisi di legittimità così profonda.

Hong Kong, che divenne colonia britannica nel 1841, fu ceduta da Londra alla Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 1997, divenendo una Regione Amministrativa Speciale, cioè una zona semiautonoma che mantiene lo stato di diritto ereditato dall’era coloniale. Ma dal 1997 ad oggi, le tensioni fra i gruppi filodemocratici di Hong Kong e il regime comunista non hanno fatto che aumentare. Benché Hong Kong goda di ampie libertà, fra cui la libertà di stampa, di parola e di associazione, Pechino non vuole concedere piena democrazia alla città, temendo che essa possa intaccare la legittimità del regime autocratico anche nel resto della Cina.

I cortei, inizialmente pacifici, hanno vissuto fasi di forte tensione, con scontri tra manifestanti e polizia. Due i sit-in principali dove sono state issate le tende: Admiralty, dove si erano radunati gli studenti del ceto medio e gli impiegati, e Mong Kok, dove c’erano i cosiddetti “duri e puri”, coloro che hanno dato il via al movimento. Il presidio di Mong Kok è stato sgomberato alla fine di novembre. A essere preso di mira con l’accampamento di Admirality è stato il quartiere degli affari, e gli ambienti finanziari, infatti, hanno esercitato pressione affinché a Hong Kong tornasse la normalità. Una normalità a cui si è tornati, almeno per quanto riguarda il traffico, nella giornata di domenica 14 dicembre, quando la polizia ha smantellato anche le ultime barricate di protesta. Il sito Asianews riporta che ogni domenica, prima a Mong Kok, poi ad Admirality, veniva celebrata la Santa Messa. Per la prima volta domenica si è celebrato anche a Causeway Bay: erano in 120 per l’ultima delle funzioni nei siti occupati. A presiedere c’era p. Franco Mella, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), che ha riferito di “vedere Dio fra gli occupanti” e che il movimento non è stato un fallimento.

Il fallimento e le promesse. La Rivoluzione degli ombrelli non è riuscita a cambiare la decisione di Pechino e del governo locale, ma ha avuto il merito di accendere i riflettori di milioni di persone nel mondo sul problema della democrazia. In particolare ha scosso i giovani locali. Nonostante le proteste abbiano fermato il paese per settimane, causato incidenti e scontri tra le autorità e i dimostranti, pare siano servite anche come sveglia democratica per buona parte dei cittadini di Hong Kong, anche se l’intera città, come tutto il movimento, è stata spaccata in due. C’era chi sosteneva i manifestanti e chi invece ha raccolto le firme (ben 650mila) per lo sgombero, appoggiando la polizia. Tra gli attivisti durante lo smantellamento delle ultime tende si sentivano gli slogan “We will be back!” (Torneremo!) e “Potete sgombrare un luogo ma non potete cancellare un’idea”. In molti sono stati arrestati ma nessuno, a Causeway Bay come ad Admirality, si è dato per vinto: hanno promesso che la loro lotta per la democrazia continuerà, in maniera non violenta e mediante la disobbedienza civile.

Finora, infatti, la protesta non è riuscita a portare a casa alcun risultato tangibile: nessuno tra i vertici del potere ha preso in seria considerazione gli studenti accampati, e il governo di Hong Kong ha annullato le trattative con la Federazione degli studenti. Uno dei principali problemi, che ha portato al fallimento della rivoluzione, o quantomeno del suo assopimento, è stata la grande frammentazione interna al movimento, caratterizzata dalla diversa composizione sociale di chi ha occupato le varie piazze di Hong Kong e dalla mancanza di una sua vera rappresentanza politica. Con lo sgombero anche dell’ultimo presidio, a Causeway Bay, il leader di Hong Kong Leung Chun-yingm ha dichiarato “finita” la protesta del movimento “Occupy”, lamentando “seri danni” per l’economia locale e una crisi di legalità.

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