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I Rohingya, il popolo senza patria per cui la tragedia non ha fine

I Rohingya, il popolo senza patria per cui la tragedia non ha fine
15 Novembre 2017 ore 09:15

È possibile che più di un milione di persone resti per oltre un trentennio senza uno Stato di appartenenza? Che succede quando un’organizzazione viene esclusa da Facebook e non può più pubblicare contenuti per denunciare una tragedia umanitaria che altrimenti passerebbe sotto silenzio? Qual è la minoranza più perseguitata al mondo?

La triste storia dei Rohingya. Su queste domande poggia la questione dei Rohingya, un gruppo etnico a maggioranza musulmana che dal XII secolo vive nel Myanmar, Paese prevalentemente buddista che dal 1932 li ha esclusi dai gruppi etnici ufficiali nazionali. Una condizione rimasta immutata per anni e ratificata, dopo oltre cento anni di dominazione britannica, nel 1948 con lo Union Citizenship Act, che escludeva definitivamente i Rohingya dalle etnie ufficiali. La situazione restava comunque ancora accettabile, tanto che diversi cittadini Rohingya furono anche eletti in Parlamento. Tutto cambiò, però, dopo il colpo di stato del 1962, quando ai Rohingya furono concessi documenti d’identità con pochissime opportunità di lavoro e di frequenza scolastica e un limitato accesso ai sistemi sanitari, al viaggio, alla pratica della propria religione e al matrimonio.

 

 

È stata poi la nuova legge promulgata nel 1982 a renderli ufficialmente apolidi, una condizione di assenza di tutele che ha poi facilitato le violenze perpetrate nei loro confronti (in quanto minoranza etnica) dalla fine degli Anni Settanta, che li hanno costretti a fuggire in massa negli stati confinanti di Bangladesh, Malesia, Thailandia e in altri paesi del Sud-Est Asiatico. Una situazione diventata drammatica negli ultimi cinque anni, tanto che, secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite disponibili (del Maggio 2017) sono più di 168mila i Rohingya fuggiti dal Myanmar dal 2012. Solo tra Ottobre 2016 e Luglio 2017 più di 87000 si sono rifugiati in Bangladesh mentre sono più 112000 quelli che, tra il 2012 e il 2015, hanno rischiato la vita cercando di raggiungere la Malesia via mare, attraversando il Golfo del Bengala.

Le violenze degli ultimi anni. L’escalation di violenza ha raggiunto il suo picco negli ultimi mesi, dall’ottobre 2016, quando si sono verificati attacchi di militanti Rohingya alla polizia di frontiera. È stato in quel frangente che il governo birmano ha accusato l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) di atti di terrorismo, scatenando una reazione durissima da parte dell’esercito, che ha bruciato interi villaggi, ucciso quattrocento persone e costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire dal Paese. Considerata un’organizzazione terroristica dal governo del Myanmar, l’ARSA ha però ribadito più volte la sua lontananza da tutti i gruppi terroristici, sottolineando come le sue azioni avevano come scopo quello di fronteggiare il regime oppressivo del Myanmar.

 

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Le parole di Aung San Suu Kyi. Sulla questione la leader birmana Aung San Suu Kyi non si è pronunciata fino al 19 settembre, quando ha condannato tutte le violazioni dei diritti umani avvenute nel Rakhine, il territorio birmano dove vivono i Rohingya, garantendo che saranno fatte delle verifiche sullo status di tutti coloro che hanno abbandonato lo Stato a causa delle violenze. Niente è stato però specificato su chi porterà avanti questo processo e sul successivo ritorno dei Rohingya in patria. L’affermazione del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha, soprattutto, respinto le accuse di pulizia etnica rivolte all’esercito birmano, un’affermazione che ha fatto scalpore visto l’indubbio coinvolgimento del governo negli episodi di violenza, come documentato da organizzazioni umanitarie e internazionali che sono riuscite ad eludere i procedimenti governativi che vietavano loro l’accesso al Rakhine.

La decisione di Facebook. A rendere ancora più grave la situazione è arrivata la decisione di Facebook di escludere l’ARSA da Facebook, chiudendo l’unico canale di denuncia che i Rohingya ancora avevano per pubblicare testimonianze delle violenze (rilanciate online tramite la pagina dell’ARSA i cui post arrivavano ad avere oltre 7mila condivisioni). Un’operazione che – ha garantito il padre dei social network – non è stata sollecitata dal governo del Myanmar ma è stata una conseguenza dell’attività violenta dell’ARSA.

 

 

Una tragedia negata. Sulla tragedia dei Rohingya le Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch stanno da tempo cercando di attirare l’attenzione dei media. Nonostante questo, una delle emergenze umanitarie più gravi del mondo continua a restare una tragedia negata.

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