La chiamano "La città che muore"

Salvare Civita di Bagnoregio dalle frane e dai Lavori Pubblici

Salvare Civita di Bagnoregio dalle frane e dai Lavori Pubblici
Cronaca 08 Giugno 2015 ore 15:22

Una ventina di giorni fa, il 19 maggio scorso, 36 illustri personalità del mondo della politica e della cultura hanno firmato un appello per salvare dalla rovina Civita Bagnoregio, il gioiello nei pressi di Viterbo che si fregia del poco gradevole appellativo di “Città che muore”. Primo dei firmatari il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Dopo di lui il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, il regista premio Oscar Bernardo Bertolucci, l’archeologo Andrea Carandini, artisti di fama come Bruno Bozzetto, Fiorella Mannoia, Michelangelo Pistoletto, Ennio Morricone, Dacia Maraini, il Premio Nobel Dario Fo e la due volte Oscar per la scenografia Francesca Lo Schiavo. E poi Paolo Crepet, Andrea Camilleri, il greco-romano Jannis Kounellis e molti altri.

Tra i quali, naturalmente, il presidente della regione Lazio, Luca Zingaretti e il sindaco di Civita, Francesco Biagiotti. Quest’ultimo, in particolare, ha annoverato fra le calamità che mettono a rischio la storia millenaria della rocca e dei vicini - magici, di una bellezza incredibile - calanchi, anche la crescita del turismo. «Questa crescita - ha spiegato - è iniziata circa 3 anni fa, quando introducemmo, con la mia amministrazione, un ticket poco più che simbolico di 1,5 euro per l’ingresso al borgo, che ha permesso a noi di migliorare i nostri servizi. Ad esempio, nelle prossime settimane verrà attivato anche un servizio per il trasporto dei disabili, che permetterà a tutti, di fruire della bellezza della nostra città». A noi sembra che abbia detto che prima ci andavano in pochi e che solo dopo, quando la sua amministrazione ha introdotto il biglietto, hanno preso ad andarci in tanti. Sbagliamo?

Comunque. Capiamo tutto, ma un euro e mezzo per entrare a Civita sono solo il sintomo della mentalità vergognosa di cui continua a macchiarsi da secoli l’intero popolo italiano. Per andare a visitare una realtà di pregio infinitamente minore, le cascate del Niagara, i turisti che non vogliano limitarsi ad osservarle di lontano spendono molto di più. Muniti di mantellina vengono guidati in camminamenti sotterranei - con affacci sull’acqua che precipita - da guide che continuano a ripetere che se le cascate si mantengono attraenti è perché la roccia dentro cui si trovano i visitatori - che di per sé si squaglierebbe, come qualsiasi altra roccia sottoposta a un flusso d’acqua di quelle proporzioni - è tenuta insieme da centinaia di tiranti e altri accorgimenti sostitutivi che ne mantengono integra la facciata, il colpo d’occhio da fuori. Vogliamo vedere Civita da vicino (cioè entrando dentro le mura)? Bisognerebbe pagare almeno l’equivalente del biglietto per fare il giro delle mura di Carcassonne o delle merlate del Castello a Milano.

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Ma il problema non sono solo i turisti: il problema maggiore di Civita di Bagnoregio è la sua fragilità geologica. Il tufo su cui si è arroccata fin dal tempo degli Etruschi è come un savoiardo inzuppato nel latte. Lo si diceva (e lo si dice ancora) della vicina rocca di Orvieto: se non si corre - seriamente - ai ripari al prossimo nubifragio vien giù tutto. «L’ultimo crollo - ha detto ancora il sindaco -, che ci espone in modo particolare, ha riguardato l’unica strada di accesso al borgo. Chiudere quella strada significherebbe chiudere Civita al turismo, con danni gravissimi per l’indotto che crea. L’appello lanciato oggi dal presidente Zingaretti credo potrà sensibilizzare il mondo che conta, chi fa le leggi e chi amministra il nostro territorio».

E qui ci sarebbe da fare qualche osservazione forse sgradevole. Perché - oltre a quella dei turisti che si ostinano ad aumentare grazie al ticket - c’è un’altra categoria a rischio di generare danni, nel nostro Paese: quella di coloro che fanno gli appelli a sé medesimi. Al presidente Zingaretti e al sindaco Biagiotti sarà magari sfuggito il fatto che son proprio loro in quanto rappresentanti di istituzioni sancite dalla Costituzione (il ministro Franceschini, poi, è un vero virtuoso della materia) a costituire il «mondo che conta», ossia il mondo che «fa le leggi» e «amministra il territorio» in oggetto. Ma non è sfuggito a noi, che ci domandiamo chi altro dovrebbe “contare” in questa situazione. L’Associazione per la Salvaguardia delle Genziane Autoctone?

Oltre all’azienda produttrice di marmellate che ha scelto Civita come location di elezione per i suoi spot con ragazze che si limitano a sorridere senza proferire verbo, oltre all’Enea che vi ha stabilito una stazione preziosissima e permanente di rilevamento [vedi], chi altro sarebbe tenuto a intervenire, ci domandiamo. Quando si trattò di consolidare Orvieto - che però è in Umbria, e non nel Lazio - si mossero in tanti e fino ad oggi sembra che gli interventi siano stati efficaci. Perché non utilizzare le stesse tecnologie per la meravigliosa Civita?

 

 

La domanda sembra elementare, ma ha un retrogusto amarognolo, per non dire amaro come il fiele. Il sindaco non ha infatti mancato di far riferimento all’ultima frana che ha riguardato «l’unica strada di accesso al borgo». E tutti quelli che l’hanno percorsa sanno benissimo che si tratta di una delle opere più orribili e abborracciate che sia dato vedere, tanto che lo spot della marmellata di pesche ha avuto cura di nasconderla ben bene. Col che intendiamo significare che ogni cittadino italiano capisce benissimo che la domanda che abbiam fatto è semplice, ma la risposta è molto complicata: perché il ministro Franceschini potrà lodare la storia fin che vuole, le pro loco potranno lamentare fin che hanno fiato in gola il rischio in cui si trova l’indotto turistico del circondario. Ma tutti sanno che il pericolo maggiore, per quella città posta sul colle, la calamità ancora più funesta dei dissesti geologici e delle variazioni atmosferiche è la situazione in cui versano i Lavori Pubblici nel nostro Paese.

Civita non va salvata per il turismo. Civita va salvata perché è di una bellezza tale - da vicino e da lontano, d’estate e d’inverno, col sole o con le nuvole - che se non potessimo più sapere che c’è, ci troveremmo tutti più tristi, magari senza conoscerne la ragione. Non abbiamo bisogno che premi Nobel e premi Oscar si battano per lei. Abbiamo bisogno di sapere che quando le nostre autorità si decideranno a indire un bando pro civitate servanda (per la salvezza della città degli Etruschi, di san Bonaventura il successore di san Francesco - Attenti! lo sperone di roccia su cui si trovava la sua casa è franato; non c’è più -, e del grande e dimenticato Bonaventura Tecchi) non facciano vincere i soliti amici e non diano poi i lavori in mano a chi li vede soltanto come un’occasione di lucro per sé. Di strade brutte come quella per l’accesso ce n’è già una. Vediamo di non farne un’altra più brutta ancora, magari con degli spazi per souvernir e cibo di strada sulle due sponde. A chi affideremmo il progetto? All’inglese Thomas Heatherwick. È uno che c’ha i numeri. Scelga lui l’impresa.