Pedofilia e satanismo, era tutto falso

La sconvolgente ingiustizia contro due genitori modenesi

La sconvolgente ingiustizia contro due genitori modenesi
05 Dicembre 2014 ore 08:45

La famiglia di Lorena e Delfino Covezzi era quella che si dice una famiglia normale; anzi, di più, era una famiglia felice. Abitavano a Massa Finalese con i loro quattro figli, tre femmine e un maschio, e non c’era niente nelle loro vite che fosse fuori posto. Il 12 novembre 1998, però, tutto è cambiato. Le Forze dell’ordine hanno bussato alla loro porta, con un avviso di garanzia per la coppia. L’accusa era di pedofilia e di abusi domestici, aggravata dal sospetto di pratiche sataniche. I quattro bambini, che allora avevano tra i 3 e gli 11 anni, vennero portati via, separati e dati in affido ad altre famiglie. Oltre a Agnese, Enrico, Paolo e Valeria, altri venti bambini furono allontanati dalle loro famiglie e 17 adulti furono indagati, con gli stessi capi d’accusa di Lorena e Delfino. A questi, si aggiungevano 7 sacerdoti, tutti scagionati tranne uno, don Giorgio Govoni, parroco amatissimo. Anche per lui valeva l’imputazione di pratiche sataniche e violenza sessuale ai danni di minori. Morì di crepacuore nel 2000, nello studio del suo avvocato. Poco dopo, la giustizia italiana ne riconobbe la completa innocenza.

A giudicare dai verbali della polizia, la Bassa Modenese si era trasformata in una terra degli orrori. Le indagini erano iniziate nel 1997, su denuncia dei servizi sociali. Una nipote dei Covezzi, una bimba di 8 anni con forti disagi psicologici, aveva incominciato a raccontare di uccisioni, decapitazioni di bambini, orchi e orge notturne nei cimiteri. Gli psicoterapeuti le credettero e incominciarono a interrogarla facendo ricorso alla tecnica americana, la quale suggestiona il bambino, inducendolo a fornire delle risposte guidate. Usata fino a poco tempo fa, oggi la Carta di Noto e il Protocollo di Venezia lo vietano severamente. Non solo perché le informazioni date in questo modo sono del tutto inattendibili, ma anche perché la suggestione costituisce una pratica pervasiva e potenzialmente dannosa per la psiche di un minore.

Dopo la piccola di otto anni, si aggiunsero le testimonianze di altri bambini, provenienti da famiglie con problematiche di vario tipo. Tutti sembravano raccontare la stessa cosa: omicidi, violenze, riti diabolici, corpi gettati nel fiume Panaro. Ovviamente, nessun bambino di Massa Finalese mancava all’appello. Ma l’evidenza dei fatti non bastò per fermare il dilagare di una vera psicosi – l’attributo “collettiva” sarebbe improprio in questo caso, visto che gli abitanti del paese reagirono con grandissimo sconcerto. Ma ciò non fermò né i servizi sociali, determinati a dimostrare la realtà delle loro supposizioni, né gli investigatori che gli diedero corda. Si dispose che il Panaro venisse dragato in cerca dei fantomatici cadaveri. L’operazione, che pure dovette essere approvata dai piani alti, costò in tutto 280 milioni di lire. Ovviamente non portò ad alcun risultato.

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Nel frattempo, si avviarono i processi. Delle 17 persone indagate, 7 morirono di crepacuore, inclusa la sorella di Delfino Covezzi, madre della bambina psicolabile. I Covezzi fecero ricorso attraverso il loro avvocato, ma furono chiamati in Corte d’Appello soltanto il 9 dicembre 2008, a più di sei anni dalla sentenza del tribunale che li aveva riconosciuti colpevoli. I giudici fissarono un altro appuntamento per il 14 maggio 2009, ma venne rinviato per un errore nella convocazione degli avvocati. Poi, si fissò una nuova udienza, per il 17 novembre. Ancora, niente da fare: il giudice si era rotto una spalla. Il processo fu aggiornato al 14 aprile 2010. Da allora, Delfino e Lorena sono stati assolti per due volte dalla Corte di Bologna, ma la vicenda si è conclusa soltanto ora. E soltanto ora «la Corte d’Appello critica fortemente l’operato della Asl di Mirandola e parla a chiare lettere dell’impreparazione degli psicologi. Ora saranno verificate le responsabilità per avviare un’azione civile: qualcuno deve pur pagare». Lo afferma l’avvocato dei Covezzi, Pier Francesco Rossi.

Qualcuno deve pagare, è quello che si dice sempre nei casi di mala giustizia. Nel frattempo, però, Delfino Covezzi è morto di infarto, prima di ricevere il verdetto del tribunale, nell’agosto 2013. Nel frattempo, i suoi quattro figli, che oggi hanno tra i 20 e i 27 anni, non ne vogliono più sapere dei loro genitori naturali e si rifiutano di parlare con la madre, 55enne. Nel frattempo, Lorena si è dovuta trasferire in Francia, affinché il Tribunale dei Minori non le togliesse anche il figlio che aveva in grembo, Stefano. Ha accolto la sentenza in lacrime: «La mia prima telefonata è stata per il mio quinto figlio Stefano, in Francia. Poi la seconda per la mia mamma e i miei fratelli, a Massa Finalese. La terza per la sorella di Delfino, Anna Rosa, e le altre per l’amico don Ettore, parroco di Finale, per gli amici, in Francia e nella Bassa modenese. Il mio primo pensiero è andato a mio marito Delfino, morto di dolore, e ai miei figli, portati via da piccoli e manipolati. Non c’è mai stato permesso di vederli e così hanno sempre avuto l’impressione che noi li avessimo abbandonati. Una sola volta mia cognata Anna Rosa ebbe l’opportunità di vedere la nostra primogenita, che gridò: “Perché mi avete abbandonato?”». E conclude: «Se io e Delfino non siamo impazziti è solo grazie alla fede e alla totale solidarietà del paese, che ha sempre sostenuto la nostra innocenza. Ora però vorrei tanto riuscire a farmi ascoltare dai miei figli, spiegare loro che li ho sempre cercati».

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